L’11 settembre

La data dell’11 settembre, ormai così tragicamente impressa nella storia del mondo, a me fa venire in mente un’altra cosa… che quel giorno, proprio in quel giorno, un amico (e pure parente, alla lontana) aveva deciso di sposarsi. Dopo quanto accadde, inevitabilmente (ovvero senza voler fare mera e squallida ironia, stante la tragedia immane) finimmo per dirgli: caspita, non hai certamente scelto la data più felice per sposarti, tuo malgrado!
«Ciò che conta è che abbiamo coronato il nostro amore!» ci ribatteva lui, più o meno, e aveva ragione.
Dopo nemmeno due anni si è separato, e poi ha definitivamente divorziato.

Insomma, per dire che certi giorni vengono proprio male un po’ per tutti, ecco.

Giganti buoni, giornalisti cattivi

A ben vedere, la vicenda dello squallido titolo d’un quotidiano italiano, nel quale un assassino femminicida è stato definito “gigante buono” in tal modo sminuendo deprecabilmente la sua figura criminale (ne potete sapere di più qui; invece qui trovate un ottimo approfondimento al riguardo), produce un effetto collaterale certo meno pesante ma per molti aspetti altrettanto deprecabile: insozza la definizione di gigante buono propria soprattutto dell’immaginario fiabesco infantile. Ce ne sono a decine, infatti, di favole e leggende che presentano la figura di un “gigante buono”, a partire dalle più ancestrali narrazioni fino alle fiabe moderne – basti pensare a molti giganti buoni dei miti nordici oppure a quelli che incontra Gulliver (ma anche lo stesso Gulliver nei confronti degli abitanti di Lilliput), al “gigante egoista” ma buono di Oscar Wilde o ancora a Rübezahl, gigante del folclore germanico e al disneyano Willie the Giant, ma persino Bud Spencer, a suo modo “mitico” e amatissimo dai bambini, è stato definito “gigante buono”, eccetera.

Il quotidiano in questione ha invece voluto legare la definizione alla figura di un assassino autore di uno dei delitti più efferati, ne più ne meno. Come se lo avesse fatto con altre simili definizioni di quell’immaginario fiabesco e fanciullesco così prezioso e al contempo fragile: “bella addormentata”, “fata turchina”, “principe azzurro” e così via.

Anche questo, a suo modo, è un comportamento “delittuoso”: lo è nei confronti del rispetto verso la vittima di quell’assassino, lo è verso la necessaria bontà e obiettività delle notizie che un vero organo d’informazione dovrebbe sempre fornire e lo è, ribadisco, verso l’immaginario delle favole in cui vivono i “giganti buoni” – al momento infangati da quegli pseudo-giornalisti ma comunque sempre giganti, pur fantastici, rispetto a tali ahinoi reali, minuscoli nani dell’informazione pubblica.

Gianni Brera, 100 anni

Domani, 8 settembre, sono cent’anni dalla nascita di Gianni Brera. Uno dei più grandi autori letterari tout court italiani contemporanei: intellettuale sagacissimo, raffinato giornalista (di sport e non solo, guai a ricordarlo in questa troppo sommaria maniera!), intrigante scrittore, sublime fantasista della lingua italiana, coltissimo conversatore di cose padane.

Il mio vero nome è Giovanni Luigi Brera. Sono nato l’8 settembre 1919 a San Zenone Po, in provincia di Pavia, e cresciuto brado o quasi fra boschi, rive e mollenti […] Io sono padano di riva e di golena, di boschi e di sabbioni. E mi sono scoperto figlio legittimo del Po.

diceva di sé, e con pienissimi titoli. Proprio a tal riguardo, della sua presenza in TV ho un ricordo adolescenziale parecchio bello, quando al lunedì sera, su un canale privato di ambito regionale, commentava le partite di calcio della domenica precedente rispondendo in diretta alle domande degli appassionati che telefonavano alla trasmissione. Già allora il calcio mi interessava assai poco, ma restavo affascinato da come bastasse che il tifoso di turno, introducendo la propria telefonata, dicesse da dove chiamasse (generalmente dal territorio lombardo), e questo faceva da pretesto a Brera per cominciare a raccontare storie, aneddoti, ricordi, curiosità e quant’altro sui luoghi nominati; solo alla fine di queste intriganti e divertenti narrazioni finiva a discorrere di calcio. Ad ogni telefonata, in pratica, era come partire per un viaggio lungo le strade di Lombardia attraverso paesi e contrade, valli montane e pianure padane, sulla riva di fiumi, torrenti, navigli, canali, accanto a personaggi storici e non, più o meno celebri, nonché percorrendo culture e saperi locali che d’altronde egli conosceva benissimo, avendone di frequente scritto con grande profondità.

In età più adulta mi sono reso conto che quelle sue estemporanee narrazioni geografiche lombarde, che buttava lì ai suoi telespettatori-tifosi come fossero citazioni a memoria di diari di viaggio, personali oppure no ma sempre profondamente vividi, dunque intensamente letterari (ancorché narrati a voce) hanno certamente contribuito alla maturazione della mia sensibilità verso i territori, i luoghi, i paesaggi, le geografie naturali tanto quanto umane. Ciascuno di quei suoi mini-viaggi narrati su e giù per la Lombardia, così rapidi in quel contesto televisivo ma al contempo tanto sagaci e dettagliati, mi hanno aiutato a costruito elemento dopo elemento la personale mappa geografica, quella dai quali riferimenti sono poi partito per ampliarne i limiti, gli orizzonti, il dettaglio, per acuirne la finezza e la precisione e farne uno strumento indispensabile per la relazione con il mondo che ho intorno.

Ecco. Per dire quanto quella gran mente padana raffinata di Brera sia stata importante, ben oltre i suoi pur preziosi e insuperabili scritti, e quanto il suo retaggio al riguardo resti tanto intenso quanto inesauribile, per chiunque ne voglia fruire. Così dopo 100 anni come sarà sempre, nel futuro.

Appena oltre il Lambro ritrovi la dolce Bassa natìa con un brivido lungo e impensato. La strada è ampia, a duplice corsia. Patetiche braide – i cassînn – sopravvivono in un paesaggio che ancora le capisce, cioè le comprende e le contiene. Tuttavia se ne stanno umili e pudiche in disparte, e proprio dal loro intonaco dimesso intuisci il miracolo imminente. Ecco infatti, oltre la curva, un rosseggiare improvviso di case non altere ma nobili, e così improvvidamente intonate con il tradizionale mattone lombardo che le prospettive scandinave della nuova città non ti allarmano per nulla.

P.S.: parallelamente con questo mio ricordo “alternativo”, ho scelto di celebrare Gianni Brera non con una sua solita immagine ma con la fotografia di una delle sue macchine da scrivere, la Olivetti Lettera 62 conservata al Museo del Calcio di Coverciano. In fondo è grazie ad esse se io e altri possiamo leggere i suoi fenomenali testi e rimarcare la grandezza dell’autore: in tal senso è più celebrativa un’immagine del genere, dunque, che tante altre.

P.S.#2: qui invece trovate tutti gli articoli che nel blog ho dedicato a Brera, incluse le personali “recensioni” ai suoi romanzi.

Ché se tu fiderai nelli italiani…

Ché se tu fiderai nelli italiani, sempre aurai delusione.

(Gianni Brera, del quale domenica si celebrano i 100 anni dalla nascita: ne scriverò al proposito sabato, qui sul blog. La citazione suddetta – col cui senso pur sarcastico (?) mi trovo purtroppo assai concorde – è tratta da qui; per saperne di più al riguardo, date un occhio qui, in fondo.)

Jova Beach Sbrocco

E dunque alla fine, riguardo il suo “Jova Beach Party” e alle polemiche che lo hanno circondato se non accerchiato – polemiche delle quali avrete sicuramente sentito e letto da qualche parte (in ogni caso qui trovate un riassunto piuttosto chiaro e completo) – Lorenzo Cherubini, meglio noto come Jovanotti, ha sbroccato, attraverso una reazione che, al di là di tutte le ragioni ovvero di tutti i torti possibili e immaginabili e dell’emotività conseguente, è parsa ai più assolutamente sopra le righe e fin troppo prepotente. Di quelle reazioni, insomma, che fanno passare nel torto anche chi abbia ragione – ma evidentemente, piuttosto di rimarcarle ovvero non sapendo come rimarcarle, tali ragioni, preferisca abbandonarsi al livore verso il “nemico”.

Personalmente, occupandomi di culture dei territori di montagna, del tour di Jovanotti ne ho scritto qui (ai primi di aprile ovvero in «tempi non sospetti», come si usa dire) in merito al concerto andato in scena lo scorso 24 agosto ai quasi 2300 metri di Plan de Corones, in un articolo nel quale ho cercato di offrire alcune riflessioni alternative rispetto a quelle solite emerse al riguardo e che, a mio parere, erano e sono importanti da contemplare. Ora però, alcune delle parole proferite dal cantante cortonese (romano di nascita) – il cui impegno civile e sociale, sia chiaro da subito, non è in discussione – qualche ulteriore meditazione certamente la generano (ecco perché con queste pubbliche sbroccate è un attimo passare nel torto o, peggio, rivelare ciò che non si vorrebbe), soprattutto sul valore della comunicazione in tema di salvaguardia ambientale e relativa coscienza civica diffusa.

A qualche domanda, in particolare, sto pensando, in queste ore. Posto che, nel mio piccolissimo, anch’io organizzo e curo eventi artistici e culturali in montagna e per i territori di montagna, e posto pure che, nonostante siano eventi che comportano la presenza massima d’una qualche centinaia di persone, l’elemento fondamentale che consideriamo è la sostenibilità nell’ambiente prescelto di questa presenza umana, pur temporanea, e dei suoi effetti materiali e immateriali, ciò che mi chiedo è:

ma chi abbia veramente a cuore la difesa dell’ambiente e la salvaguardia della Natura, può concepire, decidere e accettare di realizzare un evento che comporti la presenza di decine di migliaia di persone, con tutte le inevitabili conseguenze ecologiche del caso, in luoghi dall’ecosistema delicato e indubbiamente fragile?

In tal senso può fare da scusante il fatto che tali luoghi siano già ampiamente antropizzati, o di contro proprio dacché sono già ampiamente antropizzati non abbisognano di una ulteriore e ingente (seppur temporanea) pressione antropica, dalla quale vanno anzi attentamente protetti?

Veramente un concerto musicale, col suo impatto logistico ed ecologico, è l’evento adatto per tali luoghi ovvero il più adatto per promuoverne la salvaguardia ambientale e la relativa coscienza diffusa?

Anche stavolta, come scrissi in chiusura del post dello scorso aprile e, date le circostanze recenti, ancor più di allora, una mia risposta alle domande sopra esposte ce l’ho. Ed è nuovamente netta e incontrastabile oltre che assai significativa nella formulazione del giudizio personale sulla questione jovanottiana e sulla sua social-sbroccata.