Scheletri di fede

P.S. – Pre Scriptum: nei giorni in cui dentro le fortezze vaticane va in scena un “summit” sulla pedofilia nella chiesa che personalmente – per forte convinzione personale tanto quanto per oggettività storica, anche in chiave contemporanea – ritengo un’ennesima beffa se non una farsa, e mentre sui media esteri escono notizie che su quelli italiani facilmente non compariranno (a parte che su qualche coraggioso sito indipendente, forse) come ad esempio quella su Sodoma in Vaticano o sulle figliolanze di preti ovunque, pubblico l’articolo sottostante, scritto qualche settimana fa, che tenevo in giacenza anche per una inopinata forma di rispetto per quei credenti – quei pochissimi che ci sono – che ancora vogliono dar fede all’istituzione ecclesiastica. Quella che, di contro, proprio come elemento totalmente antitetico a qualsiasi concetto di “fede” si è sempre rivelata, nei secoli passati come nella contemporaneità: l’ipocrisia come unico vero dogma, da sempre e null’altro. Parafrasando Schopenhauer, viene da aggiungere solo che o si pensa, o si crede al clero. Punto.

Trovo sempre assolutamente significativo e parecchio divertente (un divertimento sarcastico, sia chiaro) constatare il (quasi) silenzio assordante che consegue agli articoli pubblicati in tema di chiesa e clero. Un tema che spegne la mente di tante persone e non per chissà quali personali confutazioni – le statistiche demoscopiche parlano chiaro al riguardo ovvero non certo a favore del consenso verso le gerarchie religiose – ma più che altro per, se così posso dire, inabilità culturale al riguardo, che quindi provoca una particolare forma di analfabetismo funzionale ovvero di dissonanza cognitiva e un conseguente sgomento mutismo. A prescindere che poi la società italiana resti, in senso religioso tanto quanto paradossale (e non poco ipocrita), tra le più “tradizionaliste” e baciapile, dacché è ormai da tempo che si usa riassumere la realtà della religiosità italica con la definizione “piazze piene, chiese vuote”: insomma, anche la fede è stata resa dalla chiesa puro marketing, con buona pace della parola di Dio e di quanto affine.

Ma va bene così, ci mancherebbe. Ognuno è libero di pensarla come vuole, di negare le evidenze di fatti, le realtà storiche, le cronache contemporanee, le inevitabili prese d’atto conseguenti. Ognuno può credere a ciò che vuole, dai dati scientifici alle favole più astruse; meno libertà vi sarebbe di negare le verità effettive, quanto meno senza opporre ad esse cose altrettanto obiettive e per ciò sostenibili senza ulteriori ipocrisie ma, evidentemente, nel nostro mondo certe irrazionali malefedi restano sempre parecchio in voga.
Dunque, si può pure credere che le gerarchie ecclesiastiche siano le autentiche depositarie del messaggio divino, della parola di Dio da spandere tra i mortali, vere e uniche ambasciatrici della divina provvidenza. Si può far finta di nulla di fronte alle cronache che raccontano una realtà e delle verità ben diverse e infinite volte criminose, si può continuare a pensare che in fondo non sia così grave, la situazione, che “non siano tutti così”, che la realtà storica e le verità della cronaca contemporanea non siano in contrasto con il messaggio evangelico, la fede, la spiritualità autentica, il concetto stesso di “Dio”.

Va bene così, va bene comunque. Anzi, anche meglio, sotto certi aspetti: perché tale situazione è la migliore affinché, molto presto, tutto quanto imploda su sé stesso e scompaia, annientato dalla propria stessa letale ipocrisia (si veda qui, ad esempio), a tutto vantaggio del bisogno di spiritualità e della fede autentici che ogni essere umano può liberamente percepire e manifestare e dei quali io mi dichiaro fermo e risoluto sostenitore e difensore. Per ciò scrivo articoli come questo, “ridendoci” sopra.
Amen.

(L’immagine è tratta dalla pagina facebook di Spinoza.it e ovviamente fa riferimento alle recenti cronache di ossa umane ignote ritrovate nei palazzi curiali romani.)

La necessità della Memoria, ogni giorno – e questa sera in RADIO THULE, su RCI Radio

Questa sera, 28 gennaio duemila19, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 8a puntata della stagione 2018/2019 di RADIO THULE, intitolata I Giorni delle Memorie”.

La quasi concomitanza di questo ottavo appuntamento stagionale di RADIO THULE con il Giorno della Memoria, celebrato ieri, rende non tanto doveroso quanto necessario il tentativo di contribuire, nel piccolo che può fare il programma, a perpetrare la pratica del ricordo dei momenti più bui della nostra storia, anche per far sì – come lascia intendere il titolo della puntata – che non si debba considerare un’unica giornata nell’anno dedicata a ciò ma che ogni giorno sia utile per non dimenticare, ovvero per ricordare di non commettere nuovamente errori tanto spaventosi e tragici. In questa puntata RADIO THULE vi offre alcuni contributi “non ordinari” ma profondamente emblematici sulla Shoah, in prospettiva storica e con uno sguardo anche locale – senza che manchi la consueta selezione musicale di qualità e a tema -, cercando di evidenziare quanto sia necessario conservare la memoria per costruire un futuro migliore e come, viceversa, senza tale memoria – o memorie, al plurale, per quante siano quelle che la storia conserva – nuove tragedie come quelle del passato e anche peggiori sono e saranno inevitabili.

Dunque mi raccomando: appuntamento a stasera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, qui. Infine, segnatevi già l’appuntamento sul calendario: lunedì 11 febbraio, ore 21.00, la prossima puntata di RADIO THULE! Stay tuned!

Thule_Radio_FM-300Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com
(64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
– Player Android: Google Play
Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Vajont, 55 anni

Siamo arrivati a Longarone che soltanto da un’ora il Toc era calato nel lago al di là della diga… Poca la gente e gli automezzi… Dei vigili del fuoco con qualche ambulanza, una jeep dei carabinieri, il furgone della polizia stradale. Su questo un milite gridava ostinato, nel microfono, l’identico messaggio: che suonassero le campane di tutti gli abitati, che accorressero tutti, presto, presto, per l’amor di Dio. Di Longarone non erano rimaste che macerie e i feriti dovevano contarsi a centinaia. Furono lo sgomento e il concitato esprimersi di quell’agente ad offrirci l’intuizione della tragedia… Ci accorgemmo allora del biancore che vagolava entro la conca oscura del Piave, del vento che tirava, come impedito da nessun ostacolo, del buio nel quale stava immerso lo spazio per solito animato dalle luci del paese […] ci accodammo a due della stradale… Procedevamo sul legname, la melma, i calcinacci… Entravamo ogni tanto nelle abitazioni alzando grida acute. Nessuno rispondeva. Lo scorrere del faro svelava stanze vuote, spogliate da ogni masserizia. Tutte coi pavimenti colmi di terra limacciosa, le pareti schizzate d’acqua e fango nero… Intanto, qualcuno che si avvicinava, ci urlò che nelle case era inutile cercare. Che si corresse avanti, avanti, dove i feriti aspettavano d’essere aiutati… Oltrepassato l’immobile del cinema, di botto cessarono le file delle costruzioni. E ci trovammo davanti il vuoto: un vuoto oscuro ed irreale. Fu un attimo percepire che bisognava credere nella sparizione del paese…

(Testimonianza tratta da http://www.vajont.net/)

9 ottobre, ore 22.53. Mai dimenticare, dacché la memoria è una delle forme fondamentali di civiltà, forse l’unica a poter vincere il tempo di lassù, sotto al Monte Toc, fermatosi per sempre a quell’ora. Dopo 55 anni come oggi o dopo 100, 200 o 500 anni: sono sempre le 22.53, al Vajont.

(Foto di Mirko Torresani, http://www.fotomiktor.com/?gallery=vajont)

Il Giorno del Ricordo

P.S. – Pre Scriptum: oggi, 10 febbraio si celebra il Giorno del Ricordo. Oltre a ribadire quanto ho già scritto in occasione del Giorno della Memoria sul tema della reminiscenza storica e della sua fondamentale importanza culturale e sociale, vorrei pure sottolineare il mio più totale disgusto  verso tutti quei discorsi di parte e quelle polemiche ideologiche e partitiche che, in questo miserrimo paese, con spaventosa ignoranza e spregevole volontà continuano a strumentalizzare tali commemorazioni, così trucidando una volta ancora chiunque ne fu vittima innocente e calpestando non solo il loro ricordo ma, appunto, l’intero valore storico che ne consegue. Sovente la storia è una maestra che ha cattivi allievi: qui, peggio, ne ha di irrimediabilmente analfabeti.

La morte in foiba : il racconto di un sopravvissuto
(Tratto dal sito dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Perugia; link all’articolo originario qui.)

Dalle esecuzioni nelle foibe qualcuno uscì miracolosamente vivo. Uno dei pochissimi casi conosciuti è quello del protagonista di questo racconto, che si riferisce a un episodio accaduto nei pressi di Albona nell’autunno del 1943.

Dopo giorni di dura prigionia, durante i quali fummo spesso selvaggiamente percossi e patimmo la fame, una mattina, prima dell’alba, sentì uno dei nostri aguzzini dire agli altri: “Facciamo presto, perché si parte subito”. Infatti poco dopo fummo condotti in sei, legati insieme con un unico fil di ferro, oltre quello che ci teneva avvinte le mani dietro la schiena, in direzione di Arsia. Indossavamo solo i pantaloni e ai piedi avevamo solo le calze.

Un chilometro di cammino e ci fermammo ai piedi di una collinetta dove, mediante un fil di ferro, ci fu appeso alle mani legate un sasso di almeno venti chilogrammi. Fummo sospinti verso l’orlo di una foiba, la cui gola si apriva paurosamente nera.

Uno di noi, mezzo istupidito per le sevizie subite, si gettò urlando nel vuoto, di propria iniziativa. Un partigiano allora, in piedi col mitra puntato su di una roccia laterale, ci impose di seguirne l’esempio. Poiché non mi muovevo, mi sparò contro. Ma a questo punto accadde il prodigio: il proiettile anziché ferirmi spezzò il fil di ferro che teneva legata la pietra, cosicché quando mi gettai nella foiba, il sasso era rotolato lontano da me.

La cavità aveva una larghezza di circa 10 metri e una profondità di 15 fino alla superficie dell’acqua che stagnava sul fondo. Cadendo, non toccai fondo, e tornato a galla potei nascondermi sotto una roccia. Subito dopo vidi precipitare altri quattro compagni colpiti da raffiche di mitra e percepii le parole “Un’altra volta li butteremo di qua, è più comodo” pronunciate da uno degli assassini. Poco dopo fu gettata nella cavità una bomba che scoppiò sott’acqua schiacciandomi con la pressione dell’aria contro la roccia. Verso sera riuscii ad arrampicarmi per la parete scoscesa e a guadagnare la campagna, dove rimasi per quattro giorni e quattro notti consecutivi, celato in una buca. Tornato nascostamente al mio paese per timore di ricadere nelle grinfie dei miei persecutori, fuggii a Pola. E solo allora potei dire di essere veramente salvo.

Di “veri” mostri leggendari appena fuori l’uscio di casa – e lunedì prossimo in radio!

State attenti, quando dalle vostre parti vogliate uscire di casa per una bella passeggiata nei boschi… potreste imbattervi in un Bés Gatòbe, un Re di Béss, un Tatzelwurm o un Basilisco oppure in un altro dei “mostri” che popolano le nostre zone e tutto il Sud Europa!
Creature fantastiche e leggendarie eppur un tempo ritenute reali e che si giurava e spergiurava d’aver avvistato, draghi ed altri esseri spaventosi nelle forme ma assai meno nella sostanza, che hanno fatto parlare di sé per secoli e arricchito di emblematiche narrazioni le nostre culture identitarie – ovvero, in tal modo, “parlando” di noi stessi e della nostra storia anche più delle loro spaventose apparizioni nonché dello sguardo sul mondo e sulla realtà quotidiana in tempi non così lontani e, forse, non ancora passati.

Ne parleremo lunedì prossimo, 29 gennaio alle ore 21, nella prossima puntata di RADIO THULE su RCI Radio!