Piove… no, c’è il Sole… no, è sereno… anzi, nevica…. embè?

meteoMa poi, tutta questa reale, sincera, supposta, presunta, strombazzata, garantita, indotta, artificiosa, adulterata – e così via, lungamente… – necessità della gente normale di conoscere in anticipo che tempo farà… voglio dire, che senso ha?

Considerando che, tale mania – perché alla fine, a ben vedere, di ciò si tratta: anzi, di una psicometeopatia! – alimenta poi tutto un bailamme di pochi autentici e tantissimi sedicenti meteorologi le cui previsioni sono molto meno attendibili di quelle d’un mago da spiaggia ma che, per via della sostanziale incompetenza diffusa nel settore, trovano pure il modo di farsi pagare a fronte del loro palese dilettantismo (si intenda il termine nell’accezione più spregiativa possibile, visto che poi non sono rari i casi di meteorologi “dilettanti” – qui nel senso di appassionati che nulla ci ricavano dal loro lavoro previsionale, i cui bollettini sono estremamente più curati scientificamente e più attendibili meteorologicamente – loro, ad esempio – dei suddetti indegni tizi) – dicevo, considerando che ‘sta mania di dover sapere se domani pioverà o ci sarà il Sole alimenta un mercato oberato di cialtroni, mi permetto di osservarla con parecchia diffidenza se non con malcelato spregio. Ecco. Posso capire che un’esigenza indubbiamente importante in tal senso la possano rimarcare certi professionisti – i quali dovrebbero dunque affidarsi a servizi meteorologici dedicati e altrettanto professionali, che gli enti e le associazioni di ricerca sulla meteo e sul clima seri generalmente offrono; ma tutti gli altri… mah!

Ricordo che un paio di estati fa, durante un agosto particolarmente piovoso, parlavo con il gestore d’un rifugio sulle Alpi lombarde: l’uomo si lamentava in modo anche piuttosto fervido del fatto che, a fronte delle poco favorevoli condizioni meteo, gli stranieri – che fossero svizzeri, tedeschi, francesi o nordeuropei – non mancavano di arrivare in rifugio e onorare la prenotazione; di contro, degli italiani solo uno su dieci arrivava, tutti gli altri disdettavano la prenotazione eseguita, a volte anche qualche giorno prima della data d’arrivo e dunque basandosi totalmente su quanto annunciavano per l’occasione le previsioni meteo – le quali poi sovente, appunto, finivano per sbagliare. «Viziati, siamo tutti viziati ormai!» esclamava l’uomo, «Preferiamo rintanarci nei centri commerciali anche se fuori c’è bello, piuttosto di rischiare un acquazzone ma standocene all’aria aperta e in luoghi meravigliosi come questo!»
Vuoi che parlasse, quel rifugista, per mero interesse, vuoi di contro che, per un rifugio di montagna (in particolare, ma il discorso vale per qualsiasi altro posto) ogni disdetta di prenotazione comporta costi notevoli (si pensi solo ai rifornimenti di vivande, sovente deperibili, parametrati alle prenotazioni ricevute, quando poi buona parte di queste non vengono rispettate) e vuoi infine che non esiste previsione della meteo attendibile oltre le 48 ore dal giorno di emissione (ma c’è che chi sostiene che persino oltre le 8 ore una previsione perda buona parte della sua attendibilità)… insomma, vi dirò che sotto sotto – non me ne vogliano gli amici meteorologi (dilettanti, vedi sopra, i quali poi i bollettini li sanno elaborare bene, appunto) – ogni qual volta una previsione non azzecca il tempo che poi verrà, la cosa mi diverte non poco. Ciò perché è come se la Natura si prendesse una costante e inesorabile rivincita sulle pretese di onnipotenza (preveggente e non solo) di noi uomini sempre troppo boriosi – senza contare che la Natura stessa ci offre innumerevoli segnali che ci possono far capire che tempo farà a breve… certo, se solo fossimo ancora capaci di coglierli e interpretarli come un tempo la saggezza popolare insegnava a fare! Inoltre, è pure come se l’imprevedibilità delle condizioni meteo ci ricordassero e ci invitassero continuamente a smettere quella condizione viziata giustamente citata dal rifugista di cui vi ho raccontato, ovvero ad riabituarci – anzi, a riarmonizzarci con l’ambito naturale in cui viviamo, il quale fortunatamente se ne frega bellamente delle nostre pretese, delle nostre acconciature che guai se si bagnano o dei nostri abiti ultratecnici e waterproof ma se poi piove come facciamo? – di tutti questi nostri inguaribili infantilismi, ecco.

Posso capire nel caso di un temporale con fulmini e saette o d’un tornado con venti tremendi – ovvero, per intenderci, di condizioni meteorologiche realmente serie – ma, in tutti gli altri casi, alla fine della fiera, che piova o che ci sia il Sole, il tempo (quello cronologico) comunque scorre e la nostra vita va (deve andare) avanti: far dipendere le buone cose (per la mente e lo spirito in primis) che in essa possiamo fare a mere condizioni meteo ovvero, peggio, alla saccenza di presunti tanto quanto (scientificamente) zotici meteorologi che pontificano dai media tra un tiggì e l’altro, è veramente un segno di sostanziale incultura. Già.

Ora scusate ma devo andare. Piove, dunque esco a correre.

Piove

235564Piove. Ed è bellissimo.

Già. Perché la pioggia non è affatto un “problema”, come in molti pensano. Semmai è la gente che ha un problema con la pioggia. Chi se ne lamenta lo fa per una mera disaffezione alla scomodità, o per essersi troppo viziato agli agi della “normalità” – la quale è convenzionalmente il giorno di Sole, chiaro, non quello di pioggia. E i disagi che ne derivano, io credo si generino proprio da ciò: dal nostro corrispondente disagio, in verità quasi del tutto immotivato.

Invece la pioggia è bellissima, lo ribadisco. È una condizione meteorologica ben più vitale di quella che regala il cielo sereno. Che è una meraviglia, certo: ma se il Sole in cielo infonde ci vitalità, la pioggia è il segno della vita della Terra – in fondo se il paesaggio acceso dalla luminosità solare è così sublime, è proprio grazie alla pioggia che in altri giorni è caduta. Insomma, ancora una volta una questione di intendimento, né più né meno.

La pioggia è – se così posso dire – la dimostrazione che il nostro pianeta funziona ancora: si purifica, si rigenera, si lava via le impurità, la polvere, il deposito che sovente noi uomini vi lasciamo e nel contempo si disseta, si nutre, si idrata: è quel “ciclo dell’acqua” che ci insegnano a scuola che così tanto assomiglia al ciclo della vita – anche perché questo secondo esiste solo grazie al primo, a ben vedere.

Provate a camminare in un bosco, oppure tra i campi, nel mentre che piove e possibilmente senza un ombrello (un oggetto del quale nella stragrande maggioranza dei casi si può tranquillamente fare a meno), e cercate di acuire i sensi più del solito… cercate di ascoltare il ticchettio delle gocce che cadono sulle foglie, sui cespugli o sul terreno, provate a cogliere i profumi che come un additivo prodigioso la pioggia libera dalla Terra, o il brillio della vegetazione resa luccicante dalla patina idrica, o ancora l’orizzonte reso più indistinto dal velo piovoso… In fondo, i vestiti e le scarpe bagnate si possono sempre cambiare, nel caso, e comunque prima o poi tornerà il Sole e renderà ancora più luccicante ogni cosa. Ma grazie alla pioggia appena caduta, appunto.

Per questo a me piace la pioggia. E quando ne cade così tanta da generare grossi guai e drammatici eventi, beh, in quasi tutti i casi non è lei, la pioggia, il problema, ma nuovamente è l’uomo ad avere un problema con la pioggia, e con la Natura troppo spesso sfregiata, manipolata, distrutta, resa incapace di trattenerne le precipitazioni, di difenderci dai suoi temporanei impeti. Non avesse tali problemi, l’uomo, subirebbe molti meno danni dalla pioggia – che, inutile dirlo, è cosa naturale, appunto, mentre noi riusciamo a esserlo sempre di meno, o forse non lo siamo giù più del tutto.

Intanto fuori piove, ancora.

Ed è bellissimo.

La lettura dei contenuti web sta ammazzando (alle spalle) quella dei libri?

491453484In un articolo uscito giusto qualche giorno fa in occasione della appena conclusa Bologna Children’s Book Fair 2016 – o Fiera del Libro per Ragazzi, se vogliamo essere meno esterofili/esterofoni – il presidente del Centro per il Libro e la Lettura Romano Montroni ha lanciato l’ennesimo grido d’allarme sullo stato della lettura nel nostro paese, più specificatamente riguardo il pubblico più giovane, appunto:

In Italia il 19,5% degli alunni di 15 anni ha scarsi risultati in lettura. Vuol dire che 1 ragazzo su 5 non è in grado di comprendere quello che legge. Nello specifico, il 48,4% dei minori tra i 6 e i 17 anni non ha letto neppure un libro nell’ultimo anno. Questi dati dimostrano come in Italia non ci siamo mai preoccupati di attuare in maniera incisiva una politica del libro e una strategia comune per la promozione della lettura.

Al di là delle implicazioni politiche citate da Montroni, di questi temi parlavo proprio di recente con alcuni amici ricavandone certe osservazioni che reputo interessanti. Innanzi tutto una precisazione: non è vero che i giovani di oggi non leggono; semmai leggono di tutto ma non leggono libri. Non è una distinzione da poco: non è l’esercizio della lettura a mancare, solo che è sempre più deviato verso cose che si leggono ma che non hanno (o hanno raramente, o in misura assai scarsa) valenza prettamente culturale. I giovani di oggi leggono moltissimo i contenuti del web, dei social network, delle live chat o di altro del genere: credo che se si potessero conteggiare le parole lette da un sedicenne di oggi rispetto a uno di 30 anni fa, il primo facilmente vincerebbe. Peccato che – inutile dirlo – quei contenuti non abbiano pressoché nulla di culturale, anzi, verso la fruizione culturale rappresentino non di rado un ostacolo.
Ecco, altra considerazione in tal senso: il web contemporaneo, in particolare i social così frequentati dall’utenza più giovane, con la loro offerta di contenuti di rapido e veloce consumo, i testi ridotti all’osso, il conseguente adattamento al ribasso (sempre di più) della qualità della scrittura (dunque della relativa lettura) l’affidarsi sempre più a immagini (frequentemente copia-incollate), ho l’impressione che stiano sancendo la disabitudine alla lettura di testi lunghi e, generalmente, più strutturati e linguisticamente complessi. Quelli dei (buoni) libri, insomma. E le storie – le grandi, belle, emblematiche, emozionanti storie letterarie – a loro volta offerte dai libri, per lo stesso motivo vengono sostituite da quella specie di “reality-telling della porta accanto”, pervasivo, illimitato e irrefrenato, che i social offrono – sul modello della TV contemporanea.
Non solo il web toglierebbe tempo libero dedicabile alla lettura dei libri ai ragazzi (e non solo), dunque, ma li starebbe pure abituando ad un esercizio della lettura (o pseudo tale) sempre più antitetico alla fruizione di contenuti culturali di pregio scritti. Per di più accentuando il fenomeno dell’analfabetismo funzionale, come lo stesso articolo citato in principio rimarca:

A questo si deve aggiungere che il 47% degli italiani, secondo dati Ocse, è vittima dell’analfabetismo funzionale o di ritorno, ossia formalmente in grado di leggere e scrivere ma incapace di capire quello che legge.

Ulteriore ostacolo alla lettura e alla comprensione del valore culturale (e sociale) dei buoni libri, insomma.
Posto tutto ciò – questione che, se appurata in tale gravità, è parecchio preoccupante – che si può fare? Forse nulla, nel senso che potrebbe risolversi da sé: non pochi ritengono infatti che i social network abbiano gli anni contati, e che tra non molto decadranno rapidamente – almeno nella forma che oggi assumono e nei contenuti offerti – sostituiti probabilmente da una comunicazione ancora più profondamente legata all’immagine in movimento di matrice televisiva, sempre più live, sempre più in streaming, fors’anche sempre più invadente nelle nostre sfere personali. E che dunque l’estinzione quasi completa del testo web scritto e della lettura conseguente riporterà in auge il testo letterario dei libri – anche perché una comunicazione così ampiamente legata alla creazione personale di immagini immediatamente fruibili potrebbe finire per avviare pure il declino della TV come oggi la conosciamo.
Volendo essere meno speculativi e più pragmatici, invece, è ovvio che tocca ritornare a quanto asserito da Montroni, ovvero alla mancanza di politiche e strategie efficaci per la promozione non solo della lettura in sé ma pure, e soprattutto, dell’importanza di leggere contenuti di pregio. Tuttavia non si può legare il tutto a mere se pur necessarie e ben congeniate iniziative di natura politica: i libri sono cultura al massimo grado, e dunque la lettura/non lettura è questione in primis culturale. Lo è anche il web, certamente, in tutte le sue fenomenologie contemporanee: si dovrebbe lavorare proprio in tal senso, dunque, non sulla contrapposizione tra lettura culturale (dei libri) e lettura superficiale (del web), ma sul senso di due ambiti che si possono coltivare in parallelo e, io credo, possono persino incrociarsi, correlarsi, sovrapporsi pur mantenendo le proprie specificità. Perché la situazione è seria, se tra i 6 e i 17 anni quasi un ragazzo su due non ha letto neppure un libro nell’ultimo anno: non ne va solo della preparazione culturale del ragazzo stesso, ma del futuro della nostra società tutta. Perché per metà il futuro è loro, di quei ragazzi non lettori, ma il mondo è di tutti quanti.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Ma la Storia serve a qualcosa?

makehistory.1P.S. (Pre Scriptum): questo pezzo l’ho scritto solo qualche ora prima che a Parigi, lo scorso 13 novembre, si scatenasse la barbarie terroristica di cui ben sappiamo. Ho dovuto constatare per l’ennesima volta che la realtà ordinaria del nostro mondo è sempre un passo oltre qualsiasi meditazione teorica, e soprattutto nel male più che nel bene; ugualmente, ho temuto che quanto avessi scritto potesse essere stato sostanzialmente superato dagli accadimenti poi avvenuti da quelle ore e nelle settimane seguenti. Per questo lo pubblico solo ora, in fondo convinto che le considerazioni in esso espresse valgano sempre e comunque se non, dopo la cronaca (generale) degli ultimi tempi, ancora di più.

Historia magistra vitae: penso da sempre che la celeberrima citazione di Cicerone sia una di quelle assolutamente fondamentali per chiunque e al fine di vivere nel modo più consapevole e virtuoso possibile, per sé stessi e per il mondo in cui si vive.
Posto ciò, osservando quello stesso mondo e tanta gente che lo vive, mi ritrovo di frequente a pormi una domanda: ma la storia serve a qualcosa? Lo so benissimo, è una domanda paradossale. In teoria non si può parlare di una utilità della storia: non è che essa serva o meno, la storia è, punto. Poi, di sicuro, si può discutere sull’utilità della conoscenza esperienziale della storia: che possa e debba servire per capire e governare meglio il presente e dunque per costruire un futuro migliore è tanto ovvio quanto ahinoi ignorato, e i risultati si vedono. La storia contiene già molto di quello che il presente e il futuro potenziale ci riservano, ma l’uomo, creatura inopinatamente dotata di memoria corta se non cortissima, continua a non tenere conto di ciò, così commettendo inesorabilmente molti degli errori già commessi nel passato, con conseguenze spesso tragiche.
Tuttavia, quella mia domanda va ancora un po’ oltre queste considerazioni, giungendo fino in ambiti paradossali, appunto – d’un paradosso che però il tempo presente, così spesso bizzarro e irrazionale, rende norma. Se la nostra società, per la sua gran parte, non possiede più memoria storica; se anche la memoria individuale tende ad essere “soffocata” dal modus vivendi contemporaneo totalmente incentrato e concentrato sul presente – anzi, ancor più: sull’attimo – vivendolo al momento, dunque senza alcuna altra elaborazione intellettuale che si basi sull’esperienza passata o sulla prospettiva futura; se persino quell’attimo presente diviene sempre più vissuto in modo virtuale, attraverso modalità quotidiane che relegano al di fuori dell’individuo (e del suo controllo) la sostanza di esso, al punto che il presente trascorso e divenuto passato non si storicizza, per così dire, ma sfuma e svanisce in un rapido e ineluttabile oblio temporale… Insomma, poste tutte queste condizioni che oggi si possono facilmente constatare, se i fatti del presente, largamente privati di visione etica per i motivi suddetti, non convengono più a formare quel corpus narrativo sistematico che fornisce il senso fondamentale alla storia e ne permettono la peculiare funzione di ricerca (il termine “storia” ha origine dal greco ἱστορία (istoría), che significa proprio “ricerca”), la storia stessa viene come svuotata della sua utilità e del suo valore etico, appunto. E’ come – sintetizzando in modo brutale la teoria appena espressa – se fosse sostanzialmente inutile vivere, dato che poi le azioni compiute dagli uomini in vita non diventano fatti storici o lo diventano soltanto in linea teorica, come pura percezione incapace di diventare cognizione.
Purtroppo, ribadisco, ci ritroviamo sempre più a vivere – volenti o nolenti – in un ambito temporale monodimensionale: conta l’ora, il momento, l’istante. Non si considera che ogni istante presente è effetto degli istanti passati e causa di quelli futuri: si superficializza il tutto e lo si semplifica in modo estremo (o estremistico) per mera comodità del momento, appunto, o perché considerare il passato così come riflettere sul futuro diventa cosa troppo lunga, troppo macchinosa e difficile se non noiosa. Con tali condizioni, purtroppo esasperate da un uso sovente ottuso delle tecnologie a nostra disposizione oggi, quando invece esse potrebbero risultare virtuose e fruttuose in senso opposto – se solo lo si capisse! – ho veramente il dubbio che la storia non serva a nulla. Affermare come ho fatto provocatoriamente poco fa che sia inutile vivere non toglie che si viva, che si debba vivere, che noi si sia a questo mondo per tale motivo: ma vivere in quella monodimensione temporale ignorando e trascurando la storicizzazione dei nostri atti vitali in fatti, ripeto, svuota la storia in quanto narrazione e ricerca dei/sui fatti stessi, la rende praticamente superflua, non necessaria, inutile. Diventa “Una burla che i vivi giuocano ai morti”, come scrisse Voltaire. Una burla che oggi siamo diventati così capaci di realizzare da metterci sempre di più sullo stesso piano di quei soggetti a cui la giochiamo. Sì, dei morti, intendo.
Per chiudere: Historia magistra vitae. Torno qui, a questa semplicissima verità che è cognizione e soluzione – anzi, è una meta-rivoluzione. Ovvero lo stato normale verso cui dovrebbe tornare l’involuzione storica la cui personale percezione qui ho cercato di esporvi e che, io credo, dobbiamo risolvere al più presto.

“L’intelligenza italiana non serve a nulla” (Natalia Ginzburg dixit)

ginzburg

L’Italia è un paese pronto a piegarsi ai peggiori governi. È un paese dove tutto funziona male, come si sa. È un paese dove regna il disordine, il cinismo, l’incompetenza, la confusione. E tuttavia, per le strade, si sente circolare l’intelligenza, come un vivido sangue.
È un’intelligenza che, evidentemente, non serve a nulla. Essa non è spesa a beneficio di alcuna istituzione che possa migliorare di un poco la conduzione umana. Tuttavia scalda il cuore e lo consola, se pure si tratta d’un ingannevole, e forse insensato, conforto.

(Natalia Ginzburg, Le piccole virtù, 1962.)

Già, era il 1962 quando uscirono questi pensieri di Natalia Ginzburg sull’Italia e gli italiani. Cinquantatrè anni fa, più di mezzo secolo, eppure sembrano del tutto consone e adatte al presente.
Brutto segno, questo, quando cose pensate così tanto tempo fa risultano tutt’oggi ancora valide. Segno che il tempo non passa, che è fermo, che non segue il suo corso naturale ovvero che non si muove verso il futuro. Ma, inutile rimarcarlo, il tempo effettivamente corre verso il futuro, da par suo; è l’Italia che si è fermata. Si è fermata da quando ha scelto, tra altre cose, di non basare più la propria evoluzione sociale e civica sulla cultura, quella cultura che è causa/effetto dell’intelligenza diffusa citata dalla Ginzburg, e che per il motivo suddetto può anche raggiungere vertici di insuperabile genìa ma risulta sostanzialmente inutile, vana, se non per alimentare artificialmente la vita della speranza ed evitarci la caduta ultima, finale, irreversibile.
La speranza che, come dice il noto motteggio, è l’ultima a morire. Sempre che non le abbiano celebrato un funerale segreto, ovvio.

P.S.: grazie ai curatori della pagina facebook del Centro Studi Valle Imagna, che hanno segnalato per primi la citazione qui ripresa.