Tra gennaio e aprile scorsi ho tenuto numerose “lezioni” di un modulo didattico proposto da alcuni enti culturali alle scuole secondarie delle provincie di Lecco e Bergamo – un modulo, per la cronaca, dedicato a “L’evoluzione tecnica dell’arrampicata e dei materiali” e di interesse prettamente locale, visto come la pratica alpinistica sui monti della zona sia consueta e diffusa nonché ricaduta poi in vari modi nella storia industriale delle suddette provincie, quella lecchese soprattutto. Ma, al di là dei temi trattati, voglio piuttosto disquisire delle impressioni scaturite da questa mia esperienza riguardo i ragazzi – facenti parte di un’età scolare compresa tra la seconda media e la seconda superiore – e maturate attraverso non il punto di vista di un docente, dunque di una persona assuefatta all’ambiente in questione e alle sue dinamiche sociologiche, ma di me come persona esterna all’ambito scolastico e a quella parte di società da esso rappresentata, soprattutto in senso anagrafico, tuttavia attenta ad ogni minimo aspetto dell’interrelazione creatasi nelle classi e con gli studenti nonché a qualsiasi loro reazione, anche e forse soprattutto a quelle slegate dal contesto tematico ad essi esposto.
Bene, partirò dall’impressione finale: la nostra società temo stia perdendo una grossa occasione per essere migliore, in futuro. Ho maturato tale convinzione per essermi trovato di fronte, in maniera piuttosto uniforme nelle varie classi, dei ragazzi estremamente aperti e pronti all’assimilazione di nuove nozioni e informazioni tanto quanto assolutamente distratti, anzi, disturbati dalla caotica valanga di stimoli, molti dei quali insulsi se non deleteri, che il modus vivendi contemporaneo rovescia loro addosso. Spesso si sente dire che i ragazzi di oggi siano più tonti, ingenui, immaturi, viziati, puerili di quelli di qualche generazione fa, che ingenui in altro e più evidente modo lo erano ma molti più dotati di quelle semplici nozioni per affrontare la vita quotidiana (sovente maturate dal fatto che la stessa fosse di certo meno agiata di quella odierna), più indipendenti ovvero meno viziati e capricciosi, appunto. In certi casi è vero, senza dubbio, ma – mi è sembrato di percepire – lo è in quanto i ragazzi di oggi non sono preparati a vivere un mondo che inopinatamente corre più di loro, e che non si fa problemi nel trascinarli anche con una certa veemenza (quando non violenza) in ambiti che difficilmente un adulto comprenderebbe, figuriamoci un adolescente. Eppure essi dimostrano in mille modi, da quelli più evidenti ad altri minimi ma definiti, di avere la volontà di capire, di comprendere, di farsi ancora incuriosire da cose che non siano il mero frutto di devianze consumistiche ideate da adulti idioti: ma è come se dovessero riconoscere i propri migliori amici sparsi nella folla in una grande e rumorosa piazza.
Voglio dire: ho trovato ragazzi irrequieti, apparentemente disattenti, svagati, mai annoiati ma a volte deconcentrati, come se faticassero a seguirmi nonostante cercassi di portare i temi trattati ad un livello assolutamente consono alla loro età, e con un linguaggio di conseguenza, ma poi capaci di propormi quasi sempre domande mai banali, spesso argute e partecipi tanto che non di rado mi è capitato di sentirmi proporre da persone adulte, in altri contesti ed eventi, cose infinitamente più futili e insensate. Sono ragazzi, insomma, che non sono affatto più tonti di quelli d’un tempo, anzi, credo siano ben più intelligenti e intellettualmente vivaci dei loro genitori (causa frequente, essi, del loro stato amebico o sdraiato, per dirla con Michele Serra, nonché di certa maleducazione – non rilevata da me nelle classi frequentate ma certamente presente) e lo possono dimostrare, se messi nelle condizioni di farlo. Purtroppo, invece, non solo la nostra società contemporanea non offre loro tali condizioni, ma anzi pare impegnarsi a fondo per annullare ogni vivacità mentale, ogni curiosità naturale, qualsiasi volontà e desiderio di conoscenza e creare in essi una tabula rasa generale per fare posto alle innumerevoli stupidaggini oggi imposte, diffuse e spacciate per stili di vita cool – ovvero per generare dei perfetti, non-pensanti, docili e malleabili consumatori cronici, il tipo ideale e più gradito al sistema di potere che controlla il nostro mondo.
Per tale motivo temo che la nostra società stia perdendo una grossa occasione per costruirsi un futuro migliore. Loro, questi ragazzi, sono il futuro e lo sono già ora: con le loro capacità potenziali, se ben sviluppate, potrebbe veramente apportare grandi benefici alle nostre comunità sociali, invece si preferisce rincretinirli fin da subito, soffocando qualsiasi loro creatività, qualsiasi estro, per farli diventare già a quell’età degli adulti in miniatura. Provocando di contro, assai spesso, situazioni di disagio notevole, con tutti gli annessi e connessi – si notino ad esempio le statistiche sulla diffusione di alcol, droga o sui comportamenti antisociali e violenti…
Non tutto è perduto, però: si può ancora fare molto, ovvero recuperare e ricostruire quell’ambiente socioculturale ideale a far che un adolescente possa vedere con maggior chiarezza nel suo orizzonte futuro, evitando che si trovi di fronte la riproduzione di un confuso, ingannevole, violento, urlante, psichedelico (in senso negativo) e cacofonico schermo televisivo – ciò che spessissimo sembra il mondo in cui viviamo. Ma lo deve volere, la società, o meglio: deve dimostrare di voler riprodursi ancora, da domani nel futuro il più possibile lontano, in quanto struttura sociale, civica, culturale e antropologica, anziché soccombere ad un sistema che, da meramente politico, è divenuto col tempo economico, finanziario, sociale, (pseudo)culturale e sempre più in modo oppressivo e antiumano. Lo dobbiamo volere tutti, a partire da noi singoli cittadini, fino ovviamente alle gerarchie più alte.
Ecco, è proprio qui che, credo, vi sia l’origine di quel timore più volte rimarcato in questo articolo: in questa volontà, o nella vaghezza di essa, nell’astrattezza se non nell’assenza effettiva. Di contro, mai come stavolta non temo di sbagliare – ne andrei fiero d’essermi sbagliato, insomma. E l’unica speranza per ciò mi viene proprio da quei ragazzi, che mi auguro ancora abbastanza svegli da capire quale rischio viene loro fatto correre, quale trappola è loro tesa, e quanto lontano da essa debbano al più presto fuggire, per tornare a correre in direzione della loro stessa vita.
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Il contemporaneo non senso del “nonluogo”
Prendo spunto da questo ottimo articolo di Studio, rivista di attualità e cultura, il quale celebra gli ottant’anni (compiuti giusto ieri!) di Marc Augé, l’antropologo francese che un ventennio fa ha coniato una delle definizioni più geniali e (inevitabilmente) più usate/abusate degli ultimi tempi, quella di nonluogo.
I nonluoghi sono (al di là dei possibili distinguo particolari) tutti quegli spazi comuni e luoghi di transito spersonalizzati, lontani dalla storia e privi di identità. Sono gli aeroporti, i centri commerciali, le autostrade, i grandi supermercati, le catene di hotel e di ristoranti, uguali tra loro indipendentemente dalla latitudine. “La surmodernità produce non luoghi (…), un mondo che si è arreso all’individualità solitaria, al fugace e all’effimero” dice Augé al proposito. Nota personale: non è detto che il nonluogo debba per forza possedere un’accezione negativa, all’origine. Dipende dal contesto e dalle condizioni sociologiche derivanti, io credo.
Beh, fatto sta che nella nostra epoca postmoderna, postindustriale, post-un-po’-di-tutto, a vent’anni da quella felice intuizione di Augé, mi sembra che persino i nonluoghi abbiano perso quasi ogni significato. Perché un senso – antropologico – ce l’avevano fino a qualche anno fa (lo avrebbero ancora, in linea teorica), quando li si poteva riconoscere in mezzo a tanti luoghi – relazionali, storici e identitari, per usare ancora le parole di Augé. Erano, i nonluoghi, gli spazi non comuni, insoliti, quelli stra-ordinario tra i luoghi ordinari. Oggi, invece, i nonluoghi sono ovunque: caratterizzano la struttura urbana delle nostre città, hanno inglobato e cannibalizzato molti “luoghi”, hanno influenzato la forma e la sostanza di tanti altri (vedasi le librerie, per fare un esempio a cui tengo particolarmente). Sono divenuti l’ordinario, insomma. E ciò è sostanzialmente avvenuto senza che ce ne rendessimo conto ovvero, soprattutto, senza che potessimo comprendere e, nel caso, reagire. Ormai divenuti la “norma”, appunto, non sappiamo nemmeno più “vederli” – o forse, al contrario, non sappiamo più riconoscere e godere dei “luoghi” rimasti.
D’altro canto a ben pensarci era inevitabile, che i “non luoghi” creassero “non persone”. Se chi vive con lo zoppo impara a zoppicare, pure se si viene circondati da negozi di bastoni si finirà per convincersi di doverli usare, zoppicando di conseguenza.
Finché ci saranno i nomi, ci saranno i luoghi (Paolo Rumiz dixit #2)
Quando dopo molte grappe uscii e Lino chiuse il pesante uscio del convento, pensai di ripetere i nomi di quelle montagne, come un esorcismo contro la desertificazione. Cercai le magiche scogliere e le invocai, nella foresta. Sciliar, Vaèl, Renon, Vaiolett. Nel bosco passai accanto a una croce coperta di neve. Sotto, una montagna di pietre portate dai pellegrini come voto dalla Val d’Adige. Finché ci saranno i nomi, pensai, ci saranno i luoghi.
(Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli, 2007, pag.81)
Dice bene Rumiz in questo passaggio del suo libro. La cultura, oltre che di libri, nozioni, conoscenze, memorie, è fatta anche da tanti altri elementi, la cui valenza culturale spesso non sappiamo (o non riusciamo più a) cogliere. I nomi dei luoghi, ad esempio: semplici termini che tuttavia molto spesso contengono storie infinite, infinite sapienze, saggezze, cognizioni, rivelazioni, chiavi più o meno arcane di misteri ancestrali. Non è un caso, proprio in antitesi alla chiosa di Rumiz nel brano riportato, che i terribili non luoghi di cui è colmo il paesaggio antropizzato contemporaneo non hanno nomi, oppure ne hanno di completamente avulsi dal contesto ambientale in cui sono stati inseriti. (Pseudo)nomi che mai genereranno memoria geografica, tonopomastica, sociale e antropologica, destinati a scomparire così come scompariranno quei non luoghi che denominano, mentre i primi esisteranno sempre, almeno finché vi sarà qualcuno che li ricorderà e li nominerà e anche se i luoghi cui sono legati verranno cancellati dal passare inesorabile del tempo. Ma la cultura ad essi legata, beh, quella resterà sempre, come se i nomi fossero una chiavetta usb in grado di rivelare il suo prezioso contenuto fino a che vi sarà qualcuno che la vorrà “attivare”.
“Ma come! Da solo?” (Sull’alto valore sociale della solitudine, e su chi non lo sa riconoscere)
“E te ne vai in montagna da solo?”
Quante volte mi sono sentito obiettare un’affermazione del genere! – in pratica, ogni volta o quasi dicevo e dico che non ho alcun problema ad andare per boschi, monti, vette e zone selvagge in compagnia soltanto di me stesso. E non per bieco solipsismo o per (comprensibile, spesso) misantropia, ma perché trovo che la solitudine in ambiente naturale è, oggi, l’unica condizione nella quale si possa nuovamente, e in modo intenso e costruttivo, avere a che fare con sé stessi. Avere a che fare con ciò che si è, con la propria reale natura umana (nella Natura propriamente detta, non casualmente), con le proprie idee che, in certi contesti, non disturbate da null’altro di antropico, facilmente si generano e sviluppano in un modo più genuino e sincero del solito, ovvero privo di qualsiasi sovrastruttura mentale/intellettuale estranea.
Tanti, invece, strabuzzano gli occhi, letteralmente terrorizzati di restarsene soli. Ovviamente (non credo dovrei precisarlo, ma tant’è) non mi riferisco alla solitudine forzata, quella a cui costringono le sfortune della vita quotidiana, ma al restarsene consapevolmente e scientemente soli con sé stessi. Ecco, a volte ho l’impressione che parecchia gente abbia soprattutto questa grande paura: potersi trovare a dover fare i conti con sé stessi, ovvero – forse – privati di qualsiasi “protezione” sociale e urbana, a scoprirsi ciò che non si pensa di essere e non si vorrebbe essere. Siamo così costretti al giorno d’oggi, anche con brutalità peraltro non intesa e percepita, a doverci continuamente relazionare con chiunque ci stia intorno, a doverci sentire parte (conforme e conformata) del gruppo umano, a dover interagire con esso cercando il più possibile di metterci in evidenza per non percepirci ai margini di quel gruppo, appunto. Non è un caso che di frequente si insista sulla peculiarità “social” del web contemporaneo: cosa bellissima e comprensibilissima, sia chiaro, ma assolutamente non eliminante la bontà, il senso e l’essenza della condizione opposta – non di asocialità, ribadisco, ma di distacco temporaneo dall’ambito sociale e dai suoi meccanismi ordinari (appunto definibili anche come “conformismi”, se così si vuole). Senza poi citare tutte quelle varie cose che di questi tempi vengono ritenute “socializzanti” – da quelle più banali, tipo i selfie, ai riti collettivi di varia natura che ammettono solo partecipazione e inclusione, non dissenso ed esclusione. Eppure, non vi pare che di frequente tutti questi esercizi socializzanti siano in verità manifestazioni autoescludenti, o autoghettizzanti? Il selfie, tanto per dire, serve per farci vedere e relazionarci con gli altri oppure serve per metterci al centro di tutto escludendo ogni altra cosa intorno? Oppure, all’estremo opposto: il dover essere parte di un gruppo, così da sentirsi in qualche modo “importanti”, non è in verità un subdolo metodo di annullamento individuale col quale, paradossalmente, nell’inclusione uniformante e massificante, perdiamo del tutto ciò che crediamo di poter conseguire?
Tuttavia, sono convintissimo che proprio la scelta di una solitudine periodica, attuata in ambito il meno possibile antropizzato, sia il modo migliore per riguadagnare una socialità nuovamente virtuosa e veramente civile. Forse solo se si è in grado di fare i conti con sé stessi si può pensare di poter fare i conti con gli altri: e se questa non è una condizione dalla valenza generale, senza dubbio è una concreta possibilità di evoluzione sociale dal singolare al collettivo. Forse anche per tale motivo è cosa tanto poco praticata e ritenuta dai più non ordinaria, se non addirittura bizzarra, e forse proprio per ciò la nostra civiltà, così ben fornita di strumenti di socializzazione d’ogni sorta, digitali o meno, è di frequente tanto carente di autentica e umana socialità.
Quindi sì, me ne vado in montagna da solo. Sui monti, per boschi, valli, zone più o meno lontane da qualsiasi presenza umana, dove ancora si possa trovare la quiete dal rumore bianco antropico, dove nulla possa disturbare la riconnessione con la parte più genuina del mondo in cui viviamo, ovvero con la similare parte di me stesso. Per poco tempo o per intere giornate non importa, non è questa una cosa che abbisogni di unità di misura spaziali o temporali per ritrovarmi nuovamente solo, tra me e me e null’altro, coi miei pensieri, le mie emozioni, le mie sensazioni, gli istinti e i raziocini, la forma la sostanza e l’essenza di chi sono e ciò che sono.
Si riguadagna la conoscenza della propria presenza nel mondo, credetemi, e del senso di essa, se non del senso generale dell’intera propria vita. Ma anche senza ottenere un così alto risultato, anche solo con l’essersi trovati nella condizione ideale per poterlo mirare, anche essendo riusciti a trovarci in fronte a noi stessi solo per qualche momento e a guardarci negli occhi – lo sguardo della mente in quello del cuore, e dell’animo e dello spirito – si potrà tornare nella iper-antropizzata civiltà contemporanea con qualcosa di più, a partire da una maggiore consapevolezza di sé stessi e altrettanta potenziali maggior fiducia in sé stessi. E converrete che non è affatto poco.
(Nell’immagine in testa al post: Leonid Afremov, Alone in the fog.)
VHEMT: e se alla fine avessero ragione loro? (Un post di antropologia culturale)
Sì, proprio così: antropologia culturale.
Lo conoscete, il VHEMT?
Beh, se non lo conoscete, cominciate a leggere qui (brano tratto dal sito del suddetto):
Il VHEMT (che si pronuncia vehement, parola inglese che significa veemente) è un movimento, non un’organizzazione. È un movimento portato avanti da gente che ha a cuore la vita sul pianeta Terra. Non siamo un gruppo di disadattati maltusiani misantropi e asociali che provano un piacere morboso ogni volta che qualche disastro colpisce gli umani. Non potrebbe esserci nulla di più distante dalla realtà. L’estinzione umana volontaria è piuttosto l’alternativa umanitaria ai disastri che colpiscono la gente.
Non insistiamo sul modo in cui la specie umana si è dimostrata un parassita avido ed amorale su un pianeta che era in buona salute. Una negatività di quel genere non offre soluzioni per gli orrori inesorabili che l’attività umana sta provocando.
Piuttosto, il Movimento propone un’alternativa incoraggiante alla distruzione impietosa e completa dell’ecologia della Terra.
Come sanno bene i Volontari del VHEMT, la speranza che si presenta come alternativa all’estinzione di milioni di specie vegetali ed animali è l’estinzione volontaria di una sola specie: l’Homo sapiens, …la nostra estinzione.
Ogni volta che qualcuno decide di non generare altri umani da aggiungere ai miliardi brulicanti che già si accalcano su questo pianeta devastato, un nuovo raggio di speranza attenua le tenebre.
Quando ogni essere umano deciderà di non riprodursi, la biosfera della Terra potrà tornare alla sua gloria di un tempo, e ognuna delle creature che rimarranno potrà essere libera di vivere, morire, evolversi e forse scomparire, come nel corso dei millenni hanno già fatto così tanti “esperimenti” di Madre Natura. L’ecologia della Terra tornerà in buona salute… tornerà in buona salute quella “forma di vita” nota a molti col nome di Gaia.
Perché ciò possa accadere è necessaria la nostra scomparsa.
Ecco.
Inetti? Pazzi? Goliardi? Illuminati? Razionalisti? Beh, fate voi.
Per saperne di più, cliccate sull’immagine in testa all’articolo, oppure visitate il sito principale del VHEMT (in inglese), qui.
