Se si osserva la posizione della Slovenia su una carta geografica o, meglio, geopolitica, ci si rende conto di come il piccolo stato ex jugoslavo rappresenti una sorta di ponte, o di “connettore”, tra tre culture parecchio diverse: quella italiana e mediterranea, quella mitteleuropea e quella slava. È una posizione che trova ben pochi altri riscontri, nel continente europeo, e per questo risulta assai emblematica anche in forza della storia recente del paese e di questa parte di Europa ex comunista e ultimo campo di battaglia sul continente (anche se il grosso del conflitto jugoslavo fece i peggiori danni altrove), e che dunque rende la Slovenia un posto senza dubbio interessante e intrigante da conoscere.
Se poi un tale viaggio avviene a bordo di una Lambretta modello 125 Special del 1966, ovvio che il fascino dello stesso – e, in fondo, pure dei luoghi attraversati – si accresca ancor di più. Giordano Conti, docente di “Progettazione Ambientale” alla Facoltà di Architettura dell’Università di Bologna e autore di numerosi saggi in tema di recupero edilizio e ambientale, ha deciso di esplorare da par suo la Slovenia proprio in questo modo tanto vintage (direbbero molti), e il resoconto che ne è scaturito è Nel paese delle grotte. Viaggio in Slovenia, ennesimo tassello “geonarrativo” della prestigiosa collana dei Cahiers di Viaggio di Historica […]
Giordano Conti
(Leggete la recensione completa di Nel paese delle grotte. Viaggio in Sloveniacliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
Un anno fa ci lasciava Zygmunt Bauman, uno dei maggiori e più influenti pensatori dell’epoca contemporanea, al quale si deve molto della più illuminata visione del tempo presente che possiamo elaborare.
Lo ricorda David Bidussa con un articolo pubblicato sul sito web della Fondazione Feltrinelli, nel quale disserta dell’ultimo lavoro pubblicato da Bauman, Retrotopia, in particolare dell’importanza ontologica della lingua e della fondamentale necessità di denominare le cose del mondo in cui viviamo al fine di identificarle, riconoscerle, condividerne sostanza e senso dunque per porre le migliori basi alla loro comprensione.
Scrive Bidussa al proposito:
Il nome è importante, non solo per i significati che include, ma perché l’atto di denominare non è un dato tecnico, ma descrive un processo culturale e intellettuale di primaria importanza.
È nel nome che la lingua manifesta il suo carattere ontologico: nel nome il mondo viene alla presenza, nel nome l’uomo si apre alla verità del mondo. In esso la parola dell’uomo si apre, prima ancora che alla conoscenza del mondo, all’incontro con il mondo e la sua lingua si svela tutt’altro che semplice strumento per afferrare e impadronirsi di ciò che non ha lingua.
Le cose esistono, ma non basta indicarle. Per comprenderle, perché acquistino per noi un significato, siano discutibili, entrino a pieno titolo nella riflessione pubblica e dunque siano oggetto di confronto, e di crescita, occorre che abbiano un nome. La facoltà di nominare come aveva intuito molto tempo fa Walter Benjamin nel suo Sulla lingua in generale e sulla lingua dell’uomo(1916), è quella condizione e quella possibilità che consente poi di dare un volto e, nel tempo, contenuto alle cose. Non consente solo di riconoscerle, ma di parlarne.
Non è un caso se tali principi risultino fondamentali anche nello studio geoculturale e antropologico dei territori e dei paesaggi, disciplina che m’appassiona ormai da tempo – altrettanto, non è causale che a mia volta consideri Bauman fondamentale anche per tali studi, attraverso la cui lente mi viene di leggere quanto scritto da Bidussa. Il pensiero del grande sociologo polacco mi fa tornare alla mente quanto ha scritto un altro grande osservatore di mondi, territori, paesaggi, genti e culture, Paolo Rumiz, in La leggenda dei monti naviganti: «Finché ci saranno i nomi, ci saranno i luoghi». È sul serio una verità assoluta, questa: i nomi delle cose, ancor più quando diventano nomi di luoghi dunque toponimi, sono “contenitori” tanto piccoli nella forma quando infiniti nella capienza di culture, sapienze, tradizioni, usi e costumi, storie grandi e belle o tristi e terribili, vicende umane, credenze, leggende, miti. Rappresentano perfettamente il carattere ontologico della lingua citato da Bauman e rimandano allo stesso carattere identitario-culturale del linguaggio, rappresentando pure, i nomi e i toponimi, marcatori referenziali fondamentali alla generazione del legame antropologico tra uomo e territorio, ambiente, paesaggio, spazio (e anche tempo) ovvero con l’intero pianeta sul quale tutti stiamo e con ogni cosa esso contiene. Un legame che, nella sua essenza ancestrale e immutabile, definisce il nostro essere “civiltà” se non, ancor più specificatamente, identifica cosa è la civiltà umana.
Forse Bauman, sostiene Bidussa, ci ha proprio lasciato “orfani” di una parola, un ultimo fondamentale nome, capace di definire una genealogia del presente e identificare, almeno in nuce, il futuro che ci attende. Sicuramente e non solo, dico io: come già scrivevo un anno fa nel giorno della sua scomparsa, un uomo e una mente come Zygmunt Baumanmancheranno sempre di più, alla nostra civiltà e al nostro futuro.
P.S.: potete leggere l’articolo integrale di David Bidussa cliccando sull’immagine in testa a questo post.
Costantemente confermata nel tempo, è sempre parecchio emblematica la stretta commistione tra criminalità (di vario genere) e “fede” religiosa. L’ultimo caso (si veda qui) è quello di Maurizio Tramonte, condannato all’ergastolo per la strage di Piazza della Loggia a Brescia, mai dichiaratosi pentito e latitante fino a ieri quando è stato arrestato a Fatima. In Portogallo Tramonte era arrivato in auto dopo aver attraversato Spagna e Francia per affrontare un “percorso spirituale” (!) che a Pasquetta l’aveva invece portato a Lourdes.
Ah-pperò! – mi viene da dire.
D’altro canto, appunto, quello di Tramonte è solo l’ultimo di una infinita serie di altri casi dei quali è tappezzata la storia, quella italiana in particolare – basti citare la tradizionale, grande devozione dei boss mafiosi, peraltro ben supportata da certa (non piccola) parte del clero.
Da tali semplici annotazioni possono partire innumerevoli e assai poliedriche riflessioni al riguardo, inutile dirlo: d’altro canto la cronaca offre quotidianamente notizie riguardo reati d’ogni genere e sorta compiuti in nome di un “dio” o basati su convinzioni religiose deviate.
Aggiungo dunque solo un’osservazione: che, di nuovo, a subirne le conseguenze – oltre a troppi innocenti trucidati da criminali col santino in tasca – sono la fede e il senso di spiritualità più autentici, e proprio da chi crede di essere (e pretende di farsi credere) un devoto e pio osservante. Anche in tal caso nulla di nuovo sotto il Sole, da parecchi secoli a questa parte.
N.B.: l’immagine in testa al post è tratta da qui.
Per ben poche altre realtà letterarie del mondo e della storia si può affermare con simile sicurezza che un autore sia fondamentale per ogni altra opera scritta ad egli successiva come per la letteratura americana con Mark Twain. È quasi una banalità affermarlo, in effetti, ma quanto meno a mitigare tale ovvietà arriva in soccorso un altro pilastro letterario come Ernest Hemingway, il quale a sua volta affermò che «Tutta la letteratura americana moderna deriva da un unico libro di Mark Twain intitolato Huckleberry Finn», ovvero il riconosciuto capolavoro dello scrittore ex pilota di battelli sul Mississippi – da cui Samuel Langhorne Clemens derivò lo pseudonimo che lo ha reso immortale.
Altra banalità, ora – d’altronde vien facile formularle, con Twain: i pilastri della letteratura di tutti i tempi si riconoscono anche dal fatto che non solo le loro più famose e celebrate opere sono dei capolavori, ma pure gli scritti minori in un modo o nell’altro lo sono, o quanto meno sanno dimostrare anche in poche righe come il loro talento e l’ispirazione non fosse dovuta a fortunate coincidenze o a congiunzioni astrali favorevoli ma, per così dire, a peculiarità genetica costantemente attiva. Il diario di Adamo ed Eva (Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, Viterbo, 1° ed.1999, a cura di Giovanni Sordini, prefazione di Carla Muschio) è un’ottima prova di quanto ho appena scritto. Opera certamente minore nella produzione dello scrittore americano, probabilmente non fondamentale per poter dire di conoscerlo in modo adeguato eppure, nelle sue sole 60 pagine, perfettamente in grado di…
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Nell’introdurre le mie impressioni di lettura di Mosca più balena, di Valeria Parrella, dicevo di quell’articolo letto tempo fa su una serie di scrittori italiani di ottima qualità e inversamente proporzionali vendite, a riprova della scarsa competenza (ovvero della esagerata duttilità commercial-consumistica) del lettore medio. Tra di essi vi era Valeria Parrella, mentre non c’era – giustificatamente in senso commerciale, forse, ma non del tutto – Aldo Busi, uno dei più grandi scrittori italiani viventi, capace senza dubbio di ottime vendite ma di popolarità ben più legata al personaggio in sé che ai suoi libri – che invece io mi sono letto nella quasi totalità, riconoscendo la sua grandezza letteraria già tempo addietro.
C’era invece, in quella lista virtuosa, Walter Siti. E non per caso ho voluto in qualche modo introdurre Siti attraverso una “elegia minima” di Aldo Busi: perché il primo è, per così dire, fervido discepolo narrativo del secondo nonché sodale (seppur siano della stessa generazione – ma Busi ha esordito nella narrativa 10 anni prima – e seppur non siano mancati attriti letterari tra i due), e lo si capisce bene da Troppi paradisi (Einaudi, 1a ed. 2006), romanzo ampio e articolato che in diversi aspetti mi ha ricordato certa produzione busiana – e non sto facendo riferimento solo ai temi trattati e al modo con cui Siti li ha narrati e sviluppati.
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