INTERVALLO – Roma, Biblioteca Hertziana

hertziana00001Un edificio a due facce – settecentesca fuori, post-contemporanea dentro – per una delle biblioteche più colte d’Italia, a Roma: la Biblioteca Hertziana, istituto di ricerca della Società Max Planck dedicato alla storia dell’arte, originata nel 1913 dal lascito di Henriette Hertz, mecenate d’altri tempi, che offrì alla collettività un patrimonio di circa 200mila volumi (oggi accresciuto a più di 300mila, oltre a ben 800mila fotografie), configurandosi oggi come uno dei centri di documentazione più importanti al mondo sull’arte italiana.
Il rinnovamento dello storico Palazzo Zuccari è stato progettato dall’architetto spagnolo Juan Navarro Baldeweg e si struttura in un cono rovesciato di vetro e acciaio in forma di imbuto, così da essere al contempo contenuto (è collocato all’interno del complesso architettonico, rimasto doverosamente intatto all’esterno) ma anche contenitore, poiché accoglie il nucleo della collezione. La struttura poggia inoltre su una palafitta che preserva la sottostante villa romana di Lucullo, di epoca repubblicana.

Cliccate sull’immagine in testa al post per visitare il sito web della Biblioteca e conoscerne meglio la storia nonché la realtà attuale.

Se l’editoria nazionale è nelle mani di personaggi infantili e sboroni…

Salone-Torino-MilanoNo, dai… fino a che livello di ridicolaggine vogliamo arrivare?
Sì, insomma, intendo dire… la questione “Salone del Libro a Torino o a Milano”. È da pochi giorni che s’è scatenata e già è roba da restare basiti. Letteralmente basiti.
Lo anticipavo giusto nel mio precedente articolo su Cultora e qui sul blog (ma articolando la riflessione in modo – diciamo – più diplomatico e analitico) cosa mi pareva stesse uscendo da questa improvvisa querelle. Solo che al solito, la realtà dei fatti ha superato rapidamente ogni speculazione e, intendo dire, verso il basso: il tutto sta già assumendo contorni ridicoli, se non proprio grotteschi ovvero assai irritanti.
Che l’editoria non fosse ormai più, e da parecchio tempo, un’eccellenza nazionale, sotto diversi punti di vista (o sotto tutti i punti di vista?) lo avevamo capito. Ma qui siamo veramente caduti nei consueti e inguaribili vizi italioti, siamo ai soliti campaniletti che si fanno credere possenti ma sono in realtà fatti di inconsistente argilla i quali ombreggiano altrettanto soliti orticelli che ci dicono grandi e rigogliosi e invece sono piccoli, piccolissimi, e assai poveri di buone colture. In essi ormai non si odono che voci boriose, sbraiti sguaiati, capricci infantili, piagnistei, accuse e contro accuse e (scusate) gli “io-ce-l’ho-più-grosso-di-te” (ehm… lo spazio per allestire il Salone, diciamo…) con i contrapposti “no-io-di-più” eccetera, eccetera, eccetera. Dietro a tutto ciò, non è difficile immaginare chissà quali giochi di potere più o meno politici, accordi sottobanco, tornaconti più o meno leciti, lotte intestine per poltrone e scranni vari e quant’altro di – appunto – così tipico, così solito, così tradizionale nelle cose istituzionali (o similmente tali) di questo nostro paese.
Sia chiaro: non sto affatto difendendo Torino ovvero propugnando Milano o viceversa. Anzi, tutt’altro. Semmai, molto più semplicemente ma pure più concretamente, mi faccio domande del tipo: beh, signori voi tutti, ma dove vogliamo andare? Quanto ancora più di adesso volete affossare (e chissà che non sia la botta definitiva) il mercato dei libri in Italia? Perché è lampante fin d’ora, la sorte: di questo passo tale manfrina sabaudo-meneghina, con tutto ciò che vi sta dietro, finirà per danneggiare una volta di più il libro e la lettura, nel nostro paese: un paese nel quale si è reso palese che un Salone del Libro è fin troppo (che sia per colpe sue – e ce ne sono a iosa – o per l’ormai appurata scarsa propensione dell’italiano medio verso la lettura – adeguatamente coltivata da una strategia istituzionale mirata ed efficiente), figuriamoci dunque due, che per di più si da(ra)nno battaglia togliendosi reciprocamente quel poco di aria che potrebbero respirare per sopravvivere!
No, mi spiace: il mondo del libro e della lettura, in Italia, messo com’è nelle mani di siffatti personaggi tanto infantili e sboroni ai quali mi pare evidente che della letteratura – quella vera, quella che fa autentica cultura – interessa sempre meno, non può andare da nessuna parte. Ergo rassegniamoci a contare gli anni, augurandoci non siano mesi, che mancano al suo funerale, oppure si cambi completamente rotta – e nuovamente, nel mio precedente articolo, qualche indicazione a mio parere buona l’ho data, ovviamente senza alcuna pretesa di ragione. Ma con la speranza che per i libri e la lettura, in Italia, un futuro migliore sia ancora possibile.
Che la speranza è l’ultima a morire, si dice, no? – dunque almeno questa, lasciatecela.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

La morte della (nostra) comunicazione (Pasolini dixit)

La morte non è nel | non potere più comunicare, | ma nel non potere più essere compresi.

(Pier Paolo Pasolini, Una disperata vitalità)

La-Pietà-di-pasolini-secondo-Ernest-Pignon-ErnestCredo non ci sia nulla da dire, ancora, sulle peculiarità profetiche del pensiero di PPP. Ma certamente oggi, nell’epoca dell’informazione e della comunicazione a 360°, della connessione in rete 24/7 e, di contro, pure del sempre più diffuso analfabetismo funzionale, non è difficile riferire la morte citata da Pasolini a questa nostra società, al suo essere ingolfata di innumerevoli voci parlanti che sempre meno gente sa ascoltare e dunque comprendere, in uno stato di effettiva cacofonia nel quale svaniscono anche quelle poche parole di valore che ci farebbe bene sentire ma che appunto, nel rumore generale, non comprendiamo più. Non manca comunicazione, al tempo d’oggi, manca comunicabilità ovvero, per dirla in altro modo, manca la volontà di comunicare e di recepire comunicazione: al punto che, in una deriva inquietante tanto quanto pericolosa per tutti, molti ormai (da certo potere politico, e non solo, in giù) rinunciano totalmente a comunicare, arroccandosi e rinchiudendosi nella propria – più o meno consapevole, più o meno dissennata – alienazione, ovvero in uno stato totalmente anti-sociale. Che, se le cose non cambiano, potrebbe finire per uccidere la “società” in quanto tale, per causarne la morte. Appunto.

Radio Alice: il web, i social, l’open source – ma 40 anni fa!

(Quella che potete leggere qui sotto è la trascrizione di una delle tante presentazioni di “Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre”, tenute dallo scrivente nelle scorse settimane un po’ ovunque sul globo terracqueo.
Beh… quasi ovunque, ecco.
Per saperne di più sul libro, cliccate sulle immagini in testa e in coda all’articolo…)

Copertine_Radio-AliceVorrei prendere le mosse, per la mia personale narrazione del lavoro effettuato per creare questo libro – anzi, per raccontarvi della genesi e della sostanza del mio rapporto con Radio Alice – da una domanda che posi a Valerio quando, lo scorso gennaio, mi recai a casa sua per la chiacchierata che poi trovate anche nel libro. Una domanda che io feci a lui e che lui subito ha rifatto a me, che poi ha posto ai lettori di Giap, il blog di Wu Ming, e che trovo comunque inevitabilmente fondamentale sotto tutti i punti di vista – ancor più per me, che su Radio Alice ho appunto scritto un libro: “Cosa resta oggi, dopo 40 anni, di Radio Alice?”

Io, quando Alice nacque, avevo 5 anni, sono nato nel 1971. E sono nato in un piccolo paese di provincia, vicino a Lecco, quindi non ho certo vissuto, nemmeno dal racconto dei miei compaesani, il contesto sociale, politico, culturale, ideologico di quegli anni così come invece l’hanno certamente vissuto quelli che abitavano nelle grandi città e nei centri lungo l’Italia intera nelle cui piazze si attuava la contrapposizione, sovente violenta, tra operai, studenti, autonomi e quanti altri con le forze dello stato, che fossero dell’ordine, istituzionali, eccetera.

Quando l’editore mi ha proposto di scrivere questo libro – oltre che perché spero apprezzi il mio modo di scrivere – fondamentalmente credo l’abbia fatto sapendo che io faccio radio da più di 25 anni, in una piccola emittente che trasmette nelle provincie di Lecco e Bergamo la quale, peraltro, anch’essa è nata nella sua prima forma trasmittente verso la fine del 1976. Come molti, conoscevo Radio Alice di nome ma ben poco nei fatti, nel senso che avevo solo una vaga idea che avesse fatto qualcosa di importante, e che il suo nome contasse molto nella storia della radiofonia libera italiana, ma non molto più di questo. Ho cominciato dunque a interessarmi alla storia della radio e, inesorabilmente nonché ingenuamente, appunto, ho scoperto un universo… che ho esplorato e che, dopo qualche giorno, mi ha fatto dire, tra me e me: con tutta ‘sta roba che è già stata scritta ove si può trovare di tutto e di più, cos’altro posso scrivere, io? E vi confesso che, per qualche attimo, ho pensato di rinunciare, di chiamare l’editore e dirgli: «Senti, ma hai provato a vedere quanta roba c’è, su Radio Alice? Qui c’è il rischio di scrivere cose già scritte!»

Ma non ho smesso di leggere, e dunque di penetrare sempre più a fondo nella storia della radio e, ancor più, nello spirito originario di essa. E ho cominciato a capire che un’esperienza come quella di Alice non è affatto durata per quei soli 13 mesi di vita, anzi: quella di Alice fin da subito si è prefigurata come un’esperienza assolutamente e profondamente culturale, ovvero generatrice di cultura di diversa matrice, anche perché a sua volta nata da una culla del tutto culturale. Certo, tutto è cultura: la politica, le ideologie filosofiche, la sociologia così come la musica, la poesia, creatività, e pure i bisogni quotidiani della gente comune… Appunto, insomma: una storia come quella di Radio Alice, anche a 40 anni di distanza dalla sua realtà temporale, tutt’oggi genera elementi ed esperienze culturali.

Da qui ho cominciato a lavorare, per la stesura del libro, e da qui ha preso forma sempre più complessa e definita il mio personale rapporto con Alice, cercando ed elaborando risposte molteplici a quella domanda, “Cosa resta oggi, dopo 40 anni, di Radio Alice?”, che ho poi posto a Valerio.

Volantino-2Innanzi tutto, dopo 40 anni resta che Alice non è affatto “morta”, non è affatto finita con l’irruzione violenta della sera del 12 marzo 1977. Come più volte mi ha sottolineato Valerio, Alice è una creatura che ha saputo quasi da subito dotarsi di vita propria: una vita che ora non contempla più una voce ma che esiste, sussiste nel tempo, è ancora identificabile ovvero la si più ancora incontrare e comprendere che da un tale incontro vi si possono ricavare tantissime cose. Per tale motivo mi è venuto in mente di scrivere il testo del libro “rivoluzionando” a mia volta la linea temporale, ovvero partendo dalla fine – dall’intervista di Ciro Lomastro, che in qualche modo dal suo punto di vista di rappresentante dello stato contro Alice, chiude la vicenda (seppur in modo assolutamente confutabile, come ben sa Valerio) – e ponendo in ultimo, nella narrazione dei fatti, la nascita della radio. Questo perché ho voluto, per così dire, togliere subito di mezzo la “fine” dell’avventura di Radio Alice e di contro fare in modo che le ultime cose che il lettore legge, e che dunque facilmente gli resteranno più vivide e impresse nella mente, a fine lettura, sono quelle relative alla nascita di Alice. La nascita ovvero il momento di massima vitalità, di vita piena e fremente. Ciò, appunto, anche per capire che Alice tutt’oggi è viva, e non è certo lo scorrere del tempo, e questi 4 decenni ormai passati, ad aver relegato la sua vitalità al mero ambito della memoria, del ricordo e della commemorazione. Tutt’altro.

Inoltre, quando leggerete il libro, noterete che è tutto scritto al presente, non con tempi verbali al passato, generalmente tipici dei saggi che narrano qualcosa di storico e storicizzato. Il motivo è lo stesso: mantenere viva, ovvero “presente nel presente”, per così dire, la presenza di Alice e la sua capacità di raccontare ancora oggi tantissime cose con valenza contemporanea, non legata ad un passato tanto bello quanto però, appunto, trascorso e non più considerabile. No, Alice non diffonde più la sua voce da un microfono ma parla direttamente a chiunque voglia ascoltarla: è un ascolto non più radiofonico ma culturale, come ribadisco, parte della nostra stessa cultura contemporanea e, in molti modi, assolutamente identificante – come anche la cultura deve essere per chi la coltivi per sé stesso come conoscenza e bagaglio formativo e istruttivo.

Radio-Alice-1-4Un’altra cosa che mi ha affascinato, dell’esperienza di Radio Alice, è quella che, con tutta evidenza e ancor più proprio se vista oggi, a distanza temporale ma non intellettuale, quella della radio si può benissimo identificare come una lunga performance artistica. E intendo ciò proprio col senso che si può trovare su un qualsiasi vocabolario: un’azione artistica, generalmente presentata ad un pubblico, che spesso investe aspetti di interdisciplinarità. Un’azione la cui essenza artistica venne dai ragazzi della radio definita maodadaismo, proprio rifacendosi direttamente ad uno dei movimenti artistici fondamentali del Novecento, il Dada col suo figlio maggiore, il Surrealismo. Presentata ad un pubblico – inutile spiegarlo – perché trasmessa dai microfoni di un radio. Interdisciplinare perché – anche qui credo sia inutile spiegarlo – il modo di fare radio inventato da Alice fu totalmente e liberissimamente interdisciplinare ovvero compendiante qualsiasi cosa che potesse essere trasmesso e diffuso pubblicamente dai microfoni della radio.

Poi, partendo da queste basi, le connessioni con il mondo dell’arte sono innumerevoli: non a caso ho proprio dedicato un capitolo, nel libro, a questa matrice prettamente artistica nell’esperienza di Radio Alice, capitolo intitolato Arte radiofonica maodadaista – e anche qui da intendersi come di arte interdisciplinare: dalla letteratura, con la Alice di Lewis Carroll, la poesia rivoluzionaria di Majakovskij ma anche di Lautremont, di Rimbaud, dei poeti della beat generation,   Antonin Artaud, che propugna l’idea di un’arte totale nella quale confluiscano sullo stesso piano tutte le forme di linguaggio, fondendo gesto, movimento, luce, parola – un’arte avente espressività interdisciplinare, appunto. Ma ho trovato anche, in Radio Alice, l’ispirazione di Marcel Duchamp, uno degli artisti più rivoluzionari – non a caso – del Novecento, con la sua subordinazione del messaggio artistico al mezzo, ovvero all’opera, con cui viene diffuso, il che riporta alle teorie di Baudrillard e McLuhan, dunque anche al lato critico della storia dell’arte del Novecento… eccetera eccetera eccetera.

Radio-Alice-7E l’arte, lo sapete bene, non ha tempo, non ha scadenza. Quand’essa sia di valore, e quando sa trasmettere realmente un messaggio, un proprio senso, quando sa comunicare, insomma, vive sempre, è sostanzialmente atemporale. Per questo ancora oggi, a 40 anni di distanza, l’ascolto dei nastri di Radio Alice sa fornire una immediata sensazione di freschezza, di novità, di originalità ovvero sa parlare subito, sa raccontarci da subito molto, sa accendere una forte luce su di sé che poi si riverbera tutt’intorno. Ma a differenza di molta arte pur di valore, che anche non avendo tempo vive solo rinchiusa nella prigione del museo, Alice ancora oggi se ne resta ben lontana da qualsivoglia reclusione culturale, proprio perché lei la cultura la sa ancora generare e diffondere.

Non solo: come molta produzione artistica, non è affatto fuggita dal paventato pericolo della ripetitività, così tipico dell’arte contemporanea che ancora oggi è visto come fumo degli occhi da molti critici, anzi: Alice ha fatto della ripetitività artistica, ovvero della più assoluta e totale condivisione delle sue invenzioni in tema di linguaggio e comunicazione, un punto fermo e indiscutibile. Parlando con Valerio Minnella di questa cosa, alla fine ci siamo detti che è un po’ come se Radio Alice abbia inventato pure l’open source. Nessun copyright, nessuna rivendicazione di diritti su quanto i ragazzi avessero elaborato prima di avviare le trasmissioni e durante la vita della radio, semmai l’esatto opposto: la certezza che solo la massima condivisione di ciò che stavano facendo in radio poteva dare un senso e fornire la possibilità di raggiungere uno scopo alla radio stessa. E mi viene da dire che, se uno scopo politico, ideologico o sociale sembrerebbe non essere stato raggiunto, stante la fine violenta della radio e la disgregazione del movimento autonomo che aveva eletto Alice come propria voce, appunto, in realtà quello scopo o quegli scopi sono stati assolutamente raggiunti: il fatto che io ora sia qui a parlarvi di Alice con in mano questo libro ne è la prova lampante. Ribadisco: l’arte come la cultura non hanno ne tempo e ne scadenza, anzi, in qualche modo rafforzano il proprio valore nel tempo, e lo fanno proprio quando ciò che hanno generato continua a vivere e a diffondersi, anche se la fonte trasmittente – lo dico non tanto in senso tecnico ma più concettuale – non c’è più. Ma in realtà c’è, ha solo cambiato forma.

Radio-Alice-1-2Quanto ho detto sull’invenzione dell’open source da parte di Alice mi dà modo di ricollegarmi ad un’altra buonissima risposta alla solita domanda “Cosa resta oggi, dopo 40 anni, di Radio Alice?”… Resta la forza premonitrice se non profetica della rivoluzione del linguaggio e della comunicazione messa in atto da Alice, che appunto era allora preveggente e ora è realizzata, concreta, presente. E mi riferisco a come Alice abbia saputo realizzare, anni e anni prima di quello che poi oggi è il cosiddetto web 2.0 (anche se la definizione, come mi ha spiegato bene Valerio che di queste cose se ne intende, è piuttosto impropria e fuori luogo, nel senso che oggi gli diamo), una vera e propria rete sociale, le cui connessioni non viaggiavano sui cavi della banda larga o del wifi ma attraverso le onde FM e le linee telefoniche, per le quali la radio faceva da server – sia in senso tecnico che in senso umano, come ha ben evidenziato Massimiliano Panarari su La Stampa, in un articolo scritto in occasione dei 40 anni esatti dalla prima trasmissione di Radio Alice.

Anche riguardo questi temi ho voluto concentrare l’attenzione dei lettori del libro con un capitolo intitolato Alice, la social radio. Perché veramente Alice ha funzionato come oggi funzionano i social network o, nella definizione italiana che trovo anche più significativa di quella comune anglofona, le reti sociali ovvero, perché anche in questo modo quella messa in atto da Alice è stata una vera e propria profonda rivoluzione, se non una autentica trasformazione paradigmatica che ha innovato non solo perché ha proposto qualcosa di nuovo rispetto a quanto c’era prima, ma perché ha proprio preso le carte in tavola allora e le ha gettate via, mettendone su quella tavola di totalmente nuove e diverse, per certi versi mai viste prima.

Radio-Alice-AntennaVi voglio leggere una definizione molto adatta a descrivere tale rivoluzione, che “costituisce anzitutto un approccio filosofico alla rete di relazioni che connota la dimensione sociale, della condivisione, dell’autorialità rispetto alla mera fruizione: sebbene dal punto di vista tecnologico molti strumenti utilizzati in questo approccio possano apparire invariati, è proprio la modalità di utilizzo ad aprire nuovi scenari fondati sulla compresenza dell’utente nella possibilità di fruire e di creare/modificare i contenuti.» Ecco: si parla di dimensione sociale e dunque di relative istanze, di condivisione delle informazioni, di interazione piuttosto che di mera fruizione, e di modalità per ottenere tutto ciò pur in presenza di strumenti sostanzialmente invariati – infatti la radio in quanto strumento tecnologico c’era già prima di Alice… Bene: vi sto spacciando questa come una definizione della rivoluzione del linguaggio e della comunicazione di Radio Alice. In realtà è una definizione di “web” che si può trovare giustappunto in internet. Capite ora la portata della rivoluzione di Radio Alice, la cui storia la si può descrivere tranquillamente con parole create oggi per descrivere cose d’oggi, cose contemporanee. E che invece Alice rende valide persino per un qualcosa accaduto 40 anni fa.

Eccone un’altra buona: «consiste in un qualsiasi gruppo di individui connessi da diversi legami sociali. (…) Esempi di questi soggetti sono le comunità di sostenitori di eventi, quelle unite da problematiche strettamente lavorative e di tutela sindacale del diritto nel lavoro, che permettono di materializzare, organizzare e arricchire di nuovi contatti la rete di relazioni sociali che ciascuno di noi tesse ogni giorno, facilitando la gestione dei rapporti sociali e consentendo la comunicazione e la condivisione» In cosa consiste tutto ciò? Di cosa si sta parlando? Verrebbe da rispondere di Radio Alice, senza alcun dubbio. Invece è una definizione di “social network”. Ecco: direi che ora non si possa proprio più dubitare che, a 40 anni di distanza, Radio Alice non solo sia viva e vegeta ma sia pure assolutamente narrante e con una moltitudine di argomentazioni, temi, storie, esperienze, rivelazioni, insegnamenti che veramente poche altre cose saprebbero mettere in campo.

Per finire: lo scorso gennaio, quando come vi ho detto ho incontrato Valerio per registrare la chiacchierata che poi potete leggere nel libro, e dopo che ci siamo salutato e abbiamo preso per tornarcene a casa, ho chiesto a mia moglie, che era con me, cosa ne pensasse dell’incontro e della chiacchierata. La prima cosa che mi ha detto è stata assolutamente significativa, soprattutto perché detta da una persona che non conosceva la storia di Radio Alice – un po’ come me – e non aveva ancora letto il manoscritto del libro: mi ha detto che è sempre interessante conoscere persone che hanno saputo fare la storia, e sentire i loro racconti ancora oggi così “contemporanei”, che si possono sentire ancora tanto propri e condivisibili. Ecco, a 40 anni dalla sua nascita, Radio Alice è viva e vegeta anche per chi non l’ha conosciuta se non solo oggi e anche se “non parla più”: noi che siamo qui oggi ma, spero soprattutto, questo libro è la prova evidente di ciò. E posso proprio affermare che, in questo libro, ho cercato (spero nel modo migliore possibile) non solo di narrare una storia, ma di raccontare la storia di una radio e dei suoi creatori che hanno fatto la storia.

Copertine_Radio-AliceLuca Rota
Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre.
Senso Inverso Edizioni, Ravenna, 2016
ISBN 9788867932214
Pag.100, € 10,00

In tutte le librerie e sul web
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P.S.: tutte le immagini pubblicate in questo articolo sono tratte dal libro, al quale si rimanda per i relativi riferimenti e crediti.

Tra i due litiganti il terzo gode. Anzi, i terzi!

Milano-Torino-bohSarà che invecchiando divento acido, ma a me ‘sta questione del Salone del Libro tirato qui e là tra Torino e Milano, col contorno di inchieste giudiziarie, scontri tra protagonisti del panorama editoriale, interessi vari più o meno nobili, campanilismi da solito rozzo provincialismo italico e quant’altro, sta già assumendo contorni piuttosto buffi, se non già ridicoli.
Da un lato c’è un evento che potenzialmente sarebbe (ovvero lo era, forse, fino a qualche tempo fa) fondamentale per il mondo del libro e della lettura nostrani ma che, ormai, è più simile a un morto che cammina che ad altro. Dal lato opposto c’è una città – Milano – che da sempre si ritiene il fulcro del panorama editoriale nazionale e che sempre ha mal digerito (soprattutto per ragioni meramente politiche) un Salone del Libro fatto altrove, la qual città di contro non ha mai saputo creare una valida alternativa – BookCity non ha lo spessore, nonostante tutto, del Salone torinese ma neanche di altri eventi similari fatti altrove nel paese, e Bellissima è stata un flop parecchio clamoroso (o forse tutto sommato prevedibile?). E infatti, a tal proposito, verrebbe da chiedersi se vi possa essere un pubblico locale interessato ad un evento come il Salone, che a detta di molti vorrebbe imitare – se fatto a Milano, intendo appunto dire – il successo di altri eventi cittadini (Salone del Mobile in primis, col suo Fuori Salone) i quali a loro volta però hanno impiegato decenni per consolidarsi e conseguire quel loro successo – ferma restando un’altra evidenza, ovvero che per nostra mancanza culturale un evento pur grande dedicato ai libri e alla lettura mai potrà raggiungere l’importanza e il valore culturale e industriale in genere come la Buchmesse di Francoforte, la quale è da sempre “la” manifestazione europea per eccellenza dell’editoria, esempio per tutti da nessuno eguagliato.
Dunque, come potrebbe finire ‘sta buffa querelle? Al momento è difficile da dire, anche perché la situazione è ancora in evoluzione – nel bene e nel male. Tuttavia, riflettendoci sopra, in questi giorni, m’è venuto da pensare che questo pare il tipico caso nel quale, tra i due litiganti, alla fine a godere potrebbero essere altri. Altri, sì, al plurale. E vi spiego perché al plurale – con due ipotesi sostanziali.
La prima: tra Torino e Milano potrebbe finire che a godere sia Roma con la sua Più libri più liberi. Fiera dal grandissimo potenziale – fin dal fatto di essere organizzata nella città più grande d’Italia, la quale ne è pure capitale, eh! – ma che, per così dire, si è sempre un po’ autolimitata, e non solo perché la propria “mission” ufficiale è mirata verso la piccola e media editoria ma, ad esempio, per essere ospitata da una location inadatta che ne riduce, appunto, le possibilità di espansione – di spazi, di target, di coinvolgimento settoriale.
La seconda: come ha ben denotato Andrea Coccia su Linkiesta in questo articolo – punto di vista dal quale dunque derivo la mia riflessione –  e se la questione non fosse che un Salone del Libro si faccia a Torino, a Milano o chissà dove ma che semplicemente ci sia? Ovvero: e se un evento del genere che, come ribadisco, forse dei suoi scopi originari e potenziali non ha più quasi nulla, rappresentasse (paradossalmente, ma solo all’apparenza, vista la situazione generale) un’autentica zavorra per il bene del mercato dei libri nostrano e di rimando della lettura? Se piuttosto – posto il nostro essere l’inguaribile paese dei piccoli campanili, di nuovo ribadisco – di un unico grande (e tronfio e sostanzialmente banale e obiettivamente fallimentare nel senso e nella sostanza) evento, l’ideale fosse una rete sinergica di tante piccole e/o più mirate manifestazioni come le tante già organizzate in giro per il paese, sul modello assolutamente vincente di una delle migliori iniziative attuate in Italia a favore dei libri, cioè la rete sarda di Liberos? Una rete, insomma, che unisca Torino, Milano, Roma, Pisa con la sua Fiera, Chiari e Modena con i loro eventi dedicati alla piccola editoria e poi Mantova, Pordenone e così via – potrei continuare a lungo, appunto! – e che in tal modo amplifichi i singoli successi distribuendone i benefici sull’intero territorio nazionale anche grazie all’inclusione effettiva, e non solo d’immagine e/o di mera convenienza – di tutti gli attori della filiera editoriale, dall’alto in basso e viceversa compresi dunque librai, biblioteche, circoli di lettori, eccetera. Una rete capillare, assolutamente democratica – nel senso che il grande editore così come il piccolo dovrebbero vedersi garantiti gli stessi diritti e le stesse possibilità, senza ghettizzazioni, marginalizzazioni commerciali o quant’altro di traviante il non a caso detto libero mercato: tanto il grande editore sarà sempre più visibile, ma almeno che non oscuri e soffochi il piccolo! – coinvolgente in modo ecumenico dacché capace di giungere ovunque, dal centro della grande metropoli fino al paesino sperduto nella più remota vallata alpina o appenninica.
Utopia? Forse, viste appunto le tante ombre che gli altrettanti campanili proiettano un po’ ovunque. D’altro canto, cosa facciamo? Il mercato editoriale, nonostante qualche zero-virgola di ripresa, permane in stato comatoso; il Salone del Libro, così com’è – e che resti torinese o vada a Milano o chissà dove – è ormai cadaverico; di cultura diffusa, di contro, c’è un bisogno pressoché disperato, qui, anche per contrastare il sempre più dilagante analfabetismo funzionale… Anche per questo la disfida tra Torino e Milano sul Salone mi pare quanto meno stucchevole. La questione piuttosto è: cosa serve al mondo dei libri e della lettura italiani per riprendersi e per tornare ad essere fonte di preziosa cultura diffusa? Un Salone del Libro come quello finora realizzato? Oppure serve altro? E quest’altro che può servire, c’è già, va realizzato, va adattato, riconfigurato?
Serve lavorare nel presente per costruire il futuro, insomma, e non viceversa. Altrimenti, tra due, tre o mille litiganti, alla fine nessuno mai potrà godere qualcosa.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.