Che poi, a pensarci bene, intorno al fallimento del Bonus Cultura per i diciottenni… In pratica: soldi per acquistare cultura, questo è. Ma non dovrebbe essere invece la cultura “denaro”, un capitale, un patrimonio da spendere per la vita (ovvero per far acquistare valore ad essa), e senza alcun limite? In fondo, il noto proverbio “chi più spende, più guadagna” sembra fatto apposta per lo scambio culturale: più spendi – la cultura che possiedi – più guadagni – la cultura che acquisisci di rimando.
Che sia per questo se il Bonus Cultura, e tutte le iniziative simili, falliscono inesorabilmente? Che serve avere soldi da spendere in cultura, se poi non si ha la cultura di sapere come spenderli? Uno sconfortante cortocircuito, insomma.
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Il Bonus… anzi, no: il Malus Cultura per i diciottenni!
Suvvia, diamocela tutta… il Bonus Cultura per i diciottenni, col suo quasi totale fallimento (leggetene al riguardo cliccando sull’immagine qui sopra), è l’ennesima lampante prova di un modus operandi istituzionale prettamente italico ormai in voga da decenni: idee potenzialmente buone quando non ottime, nel principio, trasformate in mere campagne promozionali e d’immagine e realizzate nel modo peggiore possibile. Sapete quando si dice che “il fine giustifica i mezzi”? Ecco, qui sono i mezzi che giustificano un “fine” che in verità è solo virtuale, fittizio, uno specchietto per allodole fatto credere “nobile obiettivo a vantaggio della società intera” del quale in verità, a chi dice di volerlo conseguire, non frega assolutamente nulla. Tanto sarà sempre colpa di altri, mai di chi canta successo quando invece dovrebbe confessare colpa; nel frattempo, ci penserà il Leviatano politico-burocratico italiano a fagocitare l’iniziativa, facendo a pezzi quel poco di buono e utile che in essa vi era e relegandola nello sconfinato deposito delle macerie culturali dell’Italia contemporanea. Macerie che, se finalmente non riusciremo a delimitare e a eliminare, finiranno sul serio per travolgere l’intero paese, una volta per tutte.
Annibale Salsa, “Il tramonto delle identità tradizionali. Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi”
Se osservate una cartina fisica dell’Italia – beh, innanzi tutto se ne trovate ancora qualcuna in giro, visto che la geografia è stata bandita, con decisione istituzionale scelleratissima, dal sapere culturale condiviso – noterete che il nostro territorio è per gran parte reso con varie sfumature del colore marrone: quello che indica i rilievi montuosi. Già, l’Italia è una penisola che in quanto tale spicca per la sua estensione costiera, ma al suo interno, salva la Pianura Padana e poche altre più limitate zone, è un paese di montagne, dunque di paesi, genti e cultura di montagna. Purtroppo tale peculiarità fisica nel corso del Novecento – non solo, ma soprattutto nello scorso secolo – ha perso gran parte della correlata valenza politica: la Montagna è stata depauperata della propria cultura da uno sviluppo socio-economico deviato e alienante, per il quale le aree più urbanizzate/antropizzate hanno preteso di sfruttare in modo esagerato tutte le altre, e da una politica che, seguendo tale onda per mero tornaconto elettorale (e non dico di più!), ha contribuito a portare a fondo tale processo, sostanzialmente dimenticandosi della Montagna, della gente che lassù abitava e, per essere chiari, pagava le tasse come quella di città.
Già per questo un testo come Il tramonto delle identità tradizionali. Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi (Priuli & Verlucca, 2007, prefazione di Enrico Camanni), avente in copertina la prestigiosa firma di Annibale Salsa – uno dei più importanti antropologi italiani, grande esperto di cultura di montagna – nonostante i 10 anni di età compiuti giusto quest’anno (e che questo articolo vuole a suo modo “celebrare”), risulta fondamentale. Anzi, lo è ancor più, oggi, proprio per i due lustri trascorsi dalla pubblicazione originaria: un periodo nel quale la situazione della Montagna italiana è rimasta pressoché uguale (…)
(Leggete la recensione completa di Il tramonto delle identità tradizionali. Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
Così (Radio) Alice “inventò” l’open source…

Ripensando a quanto hai e avete fatto con Radio Alice… non ti chiedo se rifareste tutto quanto perché sono certo sia una domanda retorica, ma c’è qualcosa che potevate e dovevate fare meglio, o che non avete fatto e volevate fare, oppure qualcosa che avete fatto e, con il senno di poi, non dovevate fare?
«Singole cose oggi, col senno di poi, probabilmente le farei in modo diverso rispetto a come le mettemmo in atto allora. Ad esempio, mi attrezzerei per registrare e creare una memoria di tutto quello che andrebbe in onda, ovvero per avere la possibilità di replicare i contenuti prodotti e farli sopravvivere. Al di la di queste singole cose, tuttavia, oggi come allora rimetterei in pratica uno dei concetti fondamentali che fu della radio, ovvero la scelta di non essere proprietari di un’idea, di un modello o invenzione che dir si voglia. Tutto ciò che facevamo era a disposizione di chiunque, e chiunque ne poteva fare ciò che voleva.»
Si può dire che avete inventato l’open source, in pratica.
«Sì, è così. Lo abbiamo inventato coscientemente, con consapevole logica e, ribadisco, ancora oggi questo concetto non lo cambierei di una virgola. Noi con Alice abbiamo veramente creato un essere vivente, che in quanto tale non si può “possedere” e che vive una sua vita con la quale ogni cosa può e deve interagire. Ci tengo molto a questa cosa.»
(Dall’intervista-chiacchierata-confessione con Valerio Minnella, uno dei padri di Radio Alice, ospitata nel mio libro Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre. Nel frattempo, si avvicina il quarantennale della chiusura di Radio Alice, avvenuta la sera del 12 marzo 1977: uno degli eventi più noti ed emblematici della storia italiana di quegli anni nonché, ora, ricorrenza da onorare con prossime nuove presentazioni pubbliche del libro. Seguite il blog e a breve ne saprete di più.)
Luca Rota
Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre.
Senso Inverso Edizioni, Ravenna, 2016, ISBN 9788867932214
Pag.100, € 10,00
In tutte le librerie e sul web
Cliccate sul libro qui accanto per saperne di più.
Un politico perfetto (Viktor Šklovskij dixit)
Parla con voce da soprano, giudiziosamente, con timbro che persuade. Ha il labbro superiore corto. È insomma un tipo ottuso, tagliato per la politica. Non sa parlare; è capace di vederti con una donna e chiedere se è la tua innamorata, ma senza vivacità, con un che di burocratico.
(Viktor Borisovič Šklovskij, Viaggio sentimentale: ricordi 1917-1922, 1a ed.1923, traduzione di Maria Olsoufieva.)
Beh, quasi cent’anni fa, ai tempi in cui scriveva i suoi ricordi Šklovskij, e ancora prima così come oggi, la politica è quella. O meglio: la politica è ricettacolo di quella gente, con ben poche eccezioni. A volte in peggio – e ci sono state dittature e guerre, quantunque non che certi dittatori non fossero pure ottusi, a loro tragico modo – rarissime altre volte in meglio. Ma proprio rarissime, ahinoi.
P.S.: grazie a Paolo Nori per la “segnalazione”.