La libertà al tempo del coronavirus

[Foto di Nicole Köhler da Pixabay ]
I provvedimenti di limitazione dei movimenti individuali messi in atto dalle istituzioni pubbliche in questo periodo emergenziale, a prescindere che possano essere più o meno giusti e poco o tanto efficaci, arrivano inevitabilmente a mettere in discussione la libertà dell’individuo, la sua definizione sociale (e sociologica) contemporanea, il suo senso e il valore in relazione all’appartenenza ad una collettività. Libertà significa sempre responsabilità, e la responsabilità è sempre la struttura fondamentale sulla quale si costruisce il condiviso senso civico e “politico” (termine che uso qui in riferimento alla “cosa comune” materiale e immateriale della quale tutti facciamo parte) necessario a poterci definire compiutamente “società” e “civiltà”. Senso civico condiviso, ribadisco, cioè ben presente sia nell’ambito pubblico-istituzionale che nell’ambito privato-sociale-individuale, l’uno a sostegno dell’altro e viceversa. Ovvero, se la società civile ha senso civico ma non le istituzioni, o il contrario, la comunità sociale-nazionale-statale sarà sempre traballante; se entrambi gli elementi ce l’hanno, progresso e prosperità sociali, politici e culturali sono pressoché garantiti; se non ne hanno, o ne manifestano sempre meno, che accada una catastrofe socio-politica è solo questione di tempo.

Posto ciò, sono usciti negli ultimi giorni due interessanti e prestigiosi contributi sul tema, che vi voglio proporre citandovene qui un passaggio e augurandomi che possano aiutarvi nell’importantissima, ineludibile riflessione individuale al riguardo. Il primo è di Gianluca Briguglia, professore di Storia delle dottrine politiche all’Università di Venezia Ca’ Foscari, è tratto da “Il Post” e si intitola Cosa ci succederà dopo il coronavirus? – cliccate qui per leggerlo nella sua interezza:

[…] Gli eventi ci hanno imposto delle limitazioni e delle possibilità inedite di intervento sulle nostre vite che noi abbiamo accettato (e, ripeto, va bene e meno male).
Ma tutto ciò ha colonizzato la nostra mente come orizzonte di possibilità. Tutto questo entrerà nei dibattiti futuri come realtà possibile, come precedente riapplicabile anche in casi diversi. Fino a un mese fa era roba da Netflix, oggi è uno strumento, che qualcuno vorrà usare perché lo abbiamo già usato. E noi, che abbiamo già visto tutto questo all’opera e ci è stato utile, cosa diremo?
È questo un pericolo potenziale per le nostre libertà? Il concetto stesso di libertà, nel mondo che si prospetterà, cambierà? Del resto la libertà degli antichi non è uguale alla libertà dei moderni, e la libertà classica non sarà forse uguale alla libertà dei postmoderni. Sta per cambiare la nostra idea di libertà? È questo uno dei nodi storici al quale assisteremo?
Non ho la risposta, ma per trovarla e per fare in modo che sia una risposta che ci piace, bisognerà impegnarsi molto e, come diceva quel tale, ci sarà bisogno di tutta la nostra intelligenza, di tutto il nostro entusiasmo, di tutta la nostra forza.

Il secondo contributo è di Nadia Urbinati, professoressa di Scienze Politiche alla Columbia University di New York, è tratto da “HuffPost” e si intitola Non arrendiamoci a “tacere e obbedire” – cliccate qui per leggerlo nella sua interezza:

[…] Vi è anche un risvolto etico in questa politica della minaccia: non possiamo come cittadini accettare di portare sulle nostre spalle tutto il peso dei limiti del sistema sanitario – del resto deleghiamo le funzioni di governo, non governiamo noi direttamente. E le scelte dei governi, nazionali e regionali, devono essere contemplate nell’attribuzione dei livelli di responsabilità. E invece, non abbiamo sentito ancora una parola di autocritica.
Non dovremmo vergognarci di mettere in dubbio questa logica di un’escalation della repressione. Se la nostra libertà è il problema, allora c’è poco altro da dire.
Ci viene detto che reprimere e chiuderci in casa è una soluzione temporanea. Ma quanto durerà il “temporaneo”?  […] Più delle norme emergenziali, si deve temere l’espansione di questa mentalità dispotica, che vorrebbe neutralizzare dubbi e domande.  Tacere e obbedire. Ma non è un male fare le pulci al vero se, sosteneva J.S. Mill, il vero si atteggia a dogma – se poi è un ‘vero’ in costruzione, allora i dubbi e le domande sono perfino un bene!

 

Due passi fuori e un equilibrio vitale

[Foto di blanca_rovira da Pixabay ]
Il seguente testo è del caro e prezioso amico Davide Sapienza, scrittore mirabile che cito spesso, qui sul blog. È un articolo che ha pubblicato sul suo sito in data 17 marzo e che si intitola La responsabilità e l’equilibrio – di seguito ve ne riporto una parte, cliccate invece qui per leggerlo nella sua interezza. Lo trovo estremamente obiettivo e saggio in relazione a un tema fondamentale che di questi tempi viene e verrà parecchio discusso, quello sulla libertà.
Ne discuterò anch’io, nei prossimi giorni qui sul blog. Ma, ora, leggete Davide Sapienza, che ringrazio di cuore per avermi concesso di pubblicare le sue considerazioni.

[…] Il nostro benessere dipende anche da un equilibrio il cui perno è il rapporto con il nostro spazio vitale. Questa relazione intima permette di processare al meglio il nutrimento che proviene dal cibo che mangiamo e dalle informazioni che riceviamo. Un equilibrio che fornisce “ossigeno pulito” all’organismo e che serve per stare bene in tempi difficili, rinforzando il sistema immunitario aggredito dal forte stress che stiamo subendo. Relazione utile per testare anche il nostro senso di responsabilità. In realtà, non esiste il “divieto di passeggiata”, è stato scritto e anche detto da fonti ufficiali: uscire sotto il cielo permette di mantenere un equilibrio e di non sentire il territorio lontano e distaccato. Serve a evitare l’assalto dei fantasmi della mente. Esiste però il divieto di essere irresponsabili. Essere umani non significa abdicare al più elementare diritto naturale di evoluzione spirituale e culturale, propellente ecologico per esercitare il senso di responsabilità. In questo tempo difficile, dopo il quale nulla sarà uguale a prima, aiutarci a svilupparlo significa prepararci a ciò che verrà dopo. Lasciateci fare due passi, saremo cittadini migliori e più responsabili. Grazie.

Una lettera a Trenord

Spett.le Trenord (in “rappresentanza” di tutte le altre società di gestione delle reti ferroviarie regionali e locali – i treni dei pendolari, per intenderci),

personalmente non ho obiezioni a riservare una considerabile fiducia nei riguardi del vostro impegno e della vostra dichiarata buona volontà nel gestire e offrire il miglior servizio di trasporto ferroviario possibile ai vostri clienti, e ugualmente posso ben supporre che l’infinita sequela di disservizi pressoché quotidiani che invece colpisce i vostri convogli e le linee sulle quali viaggiano siano certamente causati, in primis, da una inopinata e sconcertante sfortunaccia nera – anche che il riscaldamento funzioni a fine luglio o che un treno il quale per regolare affollamento debba essere composto da – ad esempio – dieci vagoni risulti composto solo da cinque… sì, insomma, a volte a contare si sbaglia, non lo si può negare, che lo capiscano i pendolari ammassati negli altri cinque vagoni!

Tuttavia – mi permetto di osservare – sarebbe pure illogico non attenersi, nelle valutazioni più attente del caso, alla realtà di fatto constatabile quotidianamente, peraltro provata e regolarmente testimoniata dagli organi di informazione. Dunque, in base a questo sano e logico principio (tale anche solo in forza della sua obiettività), mi permetto pure di suggerire una soluzione ai citati disservizi che, anzi, possono essere convertiti in buone opportunità: una bella colmata di terra ben battuta lungo le vostre linee ovvero sopra di esse, sì che venga a formarsi un piano regolare e sufficientemente largo, e via con un adeguato numero di diligenze trainate da cavalli, come si faceva una volta. Un sistema di trasporto sicuro, dedicato, “veloce” quanto i vostri attuali convogli (in verità più per la lentezza dei secondi, che per le possibili velocità equine), bisognoso di minima manutenzione, economico (la biada per i cavalli costa molto meno che qualsiasi altro combustibile o energia motrice), confortevole (d’altro canto non ci vuole molto, viste le condizioni nelle quali viaggiano i pendolari sui vostri treni) e per di più ecologico ed ecosostenibile (si possono pure vendere gli escrementi lasciati dai cavalli lungo le linee come concime naturale).

Posto tutto ciò: che potreste desiderare di più? E similmente cos’altro potrebbero desiderare i vostri clienti pendolari? Sia chiaro, peraltro, che non rappresenterebbe affatto un ritorno al passato: certamente non nella sostanza del servizio, visto poi quanto invece sia inopinatamente primitiva, nei risultati ottenuti, l’attuale vostra infrastruttura ferroviaria col suo parco convogli viaggianti, il che renderebbe la soluzione proposta un progresso netto sotto molti aspetti.

Insomma, fossi in voi ci penserei. Guadagnereste pure un ritorno d’immagine notevolissimo, oltre a ritrovare l’apprezzamento pressoché incondizionato dei vostri clienti. Eppoi i cavalli sono animali così simpatici – sicuramente più di un locomotore guasto!

Questo è quanto. Mi auguro che vogliate prendere in seria considerazione tale proposta; finché ciò non avverrà, col cavolo che mi avrete come vostro cliente: ci tengo sia alla mia puntualità, sia alla mia salute nervosa.

Cordiali saluti.

L.

Igiene personale

Nonostante mi sembra di poter constatare (sperando non sia una pia illusione, la mia, o che ignaro soffra di qualche disfunzione olfattiva alterante i relativi sentori) che la situazione sia migliorata, rispetto a qualche tempo fa, devo comunque rilevare che un certo numero di persone evidentemente non capisce ancora che quanto ritratto nell’immagine qui sopra non è: un panetto di burro aromatizzato, un particolare laterizio, un soprammobile minimalista, un telecomando senza tasti, uno spessore per mobili difettati, un mattoncino per costruzioni simil-Lego, un disco da hockey uscito male, una sciolina per sci da discesa, un cellulare a comando vocale, un oggetto di possibile provenienza aliena ovvero, nella sua versione liquida, non è del combustibile accendi fuoco per camini, un condimento per piatti esotici, un lubrificante per ingranaggi, una sciolina liquida per sci da discesa, una cera per pavimenti, una colla in confezione maxi o un sigillante per serramenti e nemmeno della pasta gommosa colorata utilizzata per creare palloncini soffiando in un cannello.

No: in entrambi i casi si tratta di sapone. Da usare per l’igiene personale con una certa assiduità durante l’intero anno, non solo nei periodi di maggior calura e sudorazione (pratica peraltro già fondamentale da compiere seppur, ribadisco, giammai da ritenersi solo temporanea). Ecco.

Wolfgang Laib, MASI, Lugano

Qualche giorno fa ho visitato (e fotografato, come vedete) la mostra monografica che il MASI di Lugano ha dedicato all’artista tedesco Wolfgang Laib.

Laib è un artista parecchio particolare. I suoi lavori delineano una poetica artistica quasi mistica, e più che invitare ad una fruizione estetica di essi – presente nel caso ad un livello molto basilare, legato a forme e proporzioni – invitano alla contemplazione, alla meditazione. La loro semplicità materica – pollini, riso, legno, cera d’api, eccetera – unita a quella delle geometricità, fa da contraltare a una narrativa invece assai profonda e strutturata, che proprio dalla semplicità visiva parte (e porta con sé il visitatore) per andare ad esplorare temi di impronta marcatamente filosofica.

Sono opere che non possono essere apprezzate in base a meri e ordinari metri di giudizio estetico o comunicativo, anche più di altre contemporanee. Richiedono la conoscenza e la comprensione della ricerca intellettuale e culturale che Laib vi ha messo alla base: senza di essa (e nonostante l’innegabile fascino che emanano), può sembrare che non raccontino nulla; con tale conoscenza e comprensione – che la mostra del MASI riesce bene a offrire – narrano invece moltissimo.

Cliccate qui per saperne di più sulla mostra, aperta fino al 7 gennaio ’18.