Pensare non serve a nulla! (George Orwell dixit)

Sapere e non sapere; credere fermamente di dire verità sacrosante mentre si pronunciano le menzogne più artefatte; ritenere contemporaneamente valide due opinioni che si annullano a vicenda, sapendole contraddittorie fra di loro e tuttavia credendo in entrambe; fare uso della logica contro la logica; rinnegare la morale proprio nell’atto di rivendicarla (…) Soprattutto, saper applicare il medesimo procedimento al procedimento stesso. Era questa, la sottigliezza estrema: essere pienamente consapevoli nell’indurre l’inconsapevolezza e diventare poi inconsapevoli della pratica ipnotica che avevate appena posto in atto.

(George Orwell, 1984, 1a ed. 1949.)

George-OrwellQuando Orwell scrisse 1984, titolandolo invertendo le ultime due cifre dell’anno in cui lo pubblicò, delineò quello che nella sua fenomenale e insuperata distopia rappresentava il pessimismo verso un futuro di oppressione totalitaria piuttosto che di progresso e sviluppo generale, lucidamente preconizzato. Oggi siamo nel 2016, sono passati 32 anni: siamo il futuro di quel futuro – l’anno 1984, appunto – che Orwell aveva profeticamente descritto e in modo rivelatosi poi così tremendamente giusto. In questo intreccio tra fantasia letteraria divenuta realtà e realtà che ha superato la finzione del romanzo, siamo in pratica – noi uomini contemporanei – l’effetto reale della profezia romanzesca di Orwell.
Ma, appunto, non ce ne rendiamo conto. Da decenni non ce ne rendiamo conto. Quelle due cifre invertite e la data che ne è scaturita, trovata semplice e funzionale per il romanzo orwelliano, hanno perfettamente fissato pure l’inizio effettivo di tale processo di decadenza, i goduriosi e nefasti anni ’80: quando ci seppero convincere che pensare non serviva, che era meglio sapere il meno possibile – essere spensierati e, per questo, potersi divertire il più possibile.

L’Ortodossia consiste nel non pensare — nel non aver bisogno di pensare. L’Ortodossia è inconsapevolezza.

Annie Ernaux, “Il Posto”

13087440_1573722166261547_923893955661501395_nHo parlato più volte di Modus Legendi qui nel blog, la “rivoluzione gentile” (come l’ha definita Loredana Lipperini) che s’è proposta di ridare voce e potere ai lettori ottenendo un successo che per il mercato editoriale nostrano ha quasi dell’incredibile: mandare in classifica il romanzo di un editore indipendente col solo appoggio dei suoi lettori e senza tutto il battage promozionale che soltanto i grandi editori possono mettere in atto per i propri (spesso assai discutibili) volumi.
Ecco, il romanzo più votato (e dunque acquistato) dai partecipanti a Modus Legendi e poi, appunto, finito in classifica di vendita – peraltro con posizione assai alta: 3° posto nella narrativa straniera e 11° in quella generale – è uno dei più noti (ma non in Italia, almeno fino a qualche settimana fa!) della scrittrice francese Annie Ernaux, Il Posto (L’Orma Editore, Roma, 2014, traduzione di Lorenzo Flabbi; orig. La place). Anche se, è bene precisarlo subito, definire Il posto un “romanzo” non è del tutto corretto, se non fuorviante, sia nella forma che nella sostanza: è semmai una sorta di racconto lungo (supera di poco le 100 pagine) in forma di biografia, ovvero la razionale e rigorosa narrazione della vita e delle opere del padre della scrittrice strutturata soprattutto in brevi paragrafi che potrebbero quasi ricordare le didascalie di tante fotografie, in cui descrivere con la massima semplicità e chiarezza ciò che in esse è raffigurato…

ernaux-annie01Leggete la recensione completa di Il posto cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Walter Siti, “Troppi paradisi”

cop_troppi-paradisiNell’introdurre le mie impressioni di lettura di Mosca più balena, di Valeria Parrella, dicevo di quell’articolo letto tempo fa su una serie di scrittori italiani di ottima qualità e inversamente proporzionali vendite, a riprova della scarsa competenza (ovvero della esagerata duttilità commercial-consumistica) del lettore medio. Tra di essi vi era Valeria Parrella, mentre non c’era – giustificatamente in senso commerciale, forse, ma non del tutto – Aldo Busi, uno dei più grandi scrittori italiani viventi, capace senza dubbio di ottime vendite ma di popolarità ben più legata al personaggio in sé che ai suoi libri – che invece io mi sono letto nella quasi totalità, riconoscendo la sua grandezza letteraria già tempo addietro.
C’era invece, in quella lista virtuosa, Walter Siti. E non per caso ho voluto in qualche modo introdurre Siti attraverso una “elegia minima” di Aldo Busi: perché il primo è, per così dire, fervido discepolo narrativo del secondo nonché sodale (seppur siano della stessa generazione – ma Busi ha esordito nella narrativa 10 anni prima – e seppur non siano mancati attriti letterari tra i due), e lo si capisce bene da Troppi paradisi (Einaudi, 1a ed. 2006), romanzo ampio e articolato che in diversi aspetti mi ha ricordato certa produzione busiana – e non sto facendo riferimento solo ai temi trattati e al modo con cui Siti li ha narrati e sviluppati.

WALTER-SITI-facebookLeggete la recensione completa di Troppi paradisi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

“Alice, la voce di chi non ha voce” ha voce anche su facebook!

Questa è la pagina facebook di Alice, la voce di chi non ha voce, il mio ultimo libro per Senso Inverso Edizioni. Vi troverete tutte le informazioni sul libro e su come acquistarlo, gli appuntamenti per le presentazioni in pubblico, gli eventi correlati, la rassegna stampa oltre a estratti dal testo, storie, testimonianze e aneddoti su Radio Alice e la sua rivoluzione e molto molto mooooooolto altro:

Copertina-facebook-libro-AliceInsomma: cliccate sull’immagine e mipiacete la pagina, che non ve ne pentirete, perché sennò a breve vi pentirete di non averla mipiaciuta. Ecco.
Cliccate sul titolo del libro lì sopra, invece, per conoscerne ogni dettaglio.

Valeria Parrella, “Mosca più balena”

cop_parrella_libro3dTempo fa lessi un articolo nel quale si disquisiva del rapporto inversamente proporzionale tra qualità letteraria di alcuni autori e posizione nelle classifiche di vendita ovvero, per conseguenza, della crescente incapacità da parte del grande pubblico di distinguere la letteratura di pregio da quella pseudo-tale, e tra i vari nomi d’esempio citati al riguardo c’era quello di Valeria Parrella.
Che dovevo leggere a tal punto, senza dubbio. Così, ho sottoposto il libro prescelto per fare la di lei conoscenza letteraria alla personale e consueta metodologia: acquisto, messa in vista sullo scaffale della biblioteca domestica tra i libri ancora da leggere, maturazione o decantazione (di durata variabile e comunque imprevedibile) scintilla d’interesse alla lettura (quasi sempre improvvisa e istintiva), lettura.
Per questo giungo solo oggi a scrivere di Mosca più balena (Minimum Fax, Collana Mini, 1° ediz. 2003), pluripremiato esordio della scrittrice napoletana ma non per questo – ovvero non perché esordio e non perché pluripremiato – scelto dallo scrivente per fare la sua conoscenza, appunto.
Mosca più balena è una raccolta di sei racconti di vita vissuta, se così posso dire, nei quali Parrella mette in scena soggetti e situazioni di sostanziale ordinarietà e, dunque, di potenziale ovvietà: una ragazzina appena maggiorenne che accanto a un malavitoso si atteggia a signora dell’alta società, un trentacinquenne cocainomane che vive con la mamma e organizza sgangheratissime campagne elettorali, una giovane donna che ondeggia tra passione etero e omosessuali in una quotidianità precaria e priva di emozioni…

valeria-parrellaLeggete la recensione completa di Mosca più balena cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!