Henry David Thoreau, “Camminare”

3Dnn+8_11B_pic_9788804585602-camminare_originalFosse per me, le opere di Henry David Thoreau le farei adottare dalle scuole come libri di testo.
Ecco, potrei pure chiudere qui questa mia “recensione”, e avrei detto con efficace sunto buona parte di ciò che volevo dire. Tuttavia, appena dopo aver formulato un tale pensiero, di sicuro mi verrebbe pure da dire (ovvero: mi viene da dire) che, a ben vedere, un po’ tutta la nostra vita deve essere una scuola – concetto comune e parecchio abusato ma senza dubbio sostenibile – dacché lungo tutta l’intera esistenza, dai primi vagiti fino agli ultimi istanti, c’è sempre da imparare. Quindi, Thoreau lo farei leggere sempre, a chiunque, perché sempre da Thoreau – innegabilmente uno dei padri fondatori del pensiero virtuoso moderno/contemporaneo – si può imparare qualcosa.
Camminare (Mondadori, Milano, 2009, a cura di Massimo Jevolella; orig. Walking, or the Wild, 1862) non è certamente tra le opere maggiori del grande pensatore americano, ma nel suo “piccolo” (in senso di lunghezza del testo) la propria essenza fondamentale la possiede di sicuro. Figlio del Walden e di tutta l’articolata e profonda esperienza dalla quale poi Thoreau trasse la celeberrima opera, Camminare – lo dice il titolo stesso – è un saggio breve su tale arte tanto fondamentale per il benessere psico-fisico dell’uomo…

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Pensare non serve a nulla! (George Orwell dixit)

Sapere e non sapere; credere fermamente di dire verità sacrosante mentre si pronunciano le menzogne più artefatte; ritenere contemporaneamente valide due opinioni che si annullano a vicenda, sapendole contraddittorie fra di loro e tuttavia credendo in entrambe; fare uso della logica contro la logica; rinnegare la morale proprio nell’atto di rivendicarla (…) Soprattutto, saper applicare il medesimo procedimento al procedimento stesso. Era questa, la sottigliezza estrema: essere pienamente consapevoli nell’indurre l’inconsapevolezza e diventare poi inconsapevoli della pratica ipnotica che avevate appena posto in atto.

(George Orwell, 1984, 1a ed. 1949.)

George-OrwellQuando Orwell scrisse 1984, titolandolo invertendo le ultime due cifre dell’anno in cui lo pubblicò, delineò quello che nella sua fenomenale e insuperata distopia rappresentava il pessimismo verso un futuro di oppressione totalitaria piuttosto che di progresso e sviluppo generale, lucidamente preconizzato. Oggi siamo nel 2016, sono passati 32 anni: siamo il futuro di quel futuro – l’anno 1984, appunto – che Orwell aveva profeticamente descritto e in modo rivelatosi poi così tremendamente giusto. In questo intreccio tra fantasia letteraria divenuta realtà e realtà che ha superato la finzione del romanzo, siamo in pratica – noi uomini contemporanei – l’effetto reale della profezia romanzesca di Orwell.
Ma, appunto, non ce ne rendiamo conto. Da decenni non ce ne rendiamo conto. Quelle due cifre invertite e la data che ne è scaturita, trovata semplice e funzionale per il romanzo orwelliano, hanno perfettamente fissato pure l’inizio effettivo di tale processo di decadenza, i goduriosi e nefasti anni ’80: quando ci seppero convincere che pensare non serviva, che era meglio sapere il meno possibile – essere spensierati e, per questo, potersi divertire il più possibile.

L’Ortodossia consiste nel non pensare — nel non aver bisogno di pensare. L’Ortodossia è inconsapevolezza.

Annie Ernaux, “Il Posto”

13087440_1573722166261547_923893955661501395_nHo parlato più volte di Modus Legendi qui nel blog, la “rivoluzione gentile” (come l’ha definita Loredana Lipperini) che s’è proposta di ridare voce e potere ai lettori ottenendo un successo che per il mercato editoriale nostrano ha quasi dell’incredibile: mandare in classifica il romanzo di un editore indipendente col solo appoggio dei suoi lettori e senza tutto il battage promozionale che soltanto i grandi editori possono mettere in atto per i propri (spesso assai discutibili) volumi.
Ecco, il romanzo più votato (e dunque acquistato) dai partecipanti a Modus Legendi e poi, appunto, finito in classifica di vendita – peraltro con posizione assai alta: 3° posto nella narrativa straniera e 11° in quella generale – è uno dei più noti (ma non in Italia, almeno fino a qualche settimana fa!) della scrittrice francese Annie Ernaux, Il Posto (L’Orma Editore, Roma, 2014, traduzione di Lorenzo Flabbi; orig. La place). Anche se, è bene precisarlo subito, definire Il posto un “romanzo” non è del tutto corretto, se non fuorviante, sia nella forma che nella sostanza: è semmai una sorta di racconto lungo (supera di poco le 100 pagine) in forma di biografia, ovvero la razionale e rigorosa narrazione della vita e delle opere del padre della scrittrice strutturata soprattutto in brevi paragrafi che potrebbero quasi ricordare le didascalie di tante fotografie, in cui descrivere con la massima semplicità e chiarezza ciò che in esse è raffigurato…

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Walter Siti, “Troppi paradisi”

cop_troppi-paradisiNell’introdurre le mie impressioni di lettura di Mosca più balena, di Valeria Parrella, dicevo di quell’articolo letto tempo fa su una serie di scrittori italiani di ottima qualità e inversamente proporzionali vendite, a riprova della scarsa competenza (ovvero della esagerata duttilità commercial-consumistica) del lettore medio. Tra di essi vi era Valeria Parrella, mentre non c’era – giustificatamente in senso commerciale, forse, ma non del tutto – Aldo Busi, uno dei più grandi scrittori italiani viventi, capace senza dubbio di ottime vendite ma di popolarità ben più legata al personaggio in sé che ai suoi libri – che invece io mi sono letto nella quasi totalità, riconoscendo la sua grandezza letteraria già tempo addietro.
C’era invece, in quella lista virtuosa, Walter Siti. E non per caso ho voluto in qualche modo introdurre Siti attraverso una “elegia minima” di Aldo Busi: perché il primo è, per così dire, fervido discepolo narrativo del secondo nonché sodale (seppur siano della stessa generazione – ma Busi ha esordito nella narrativa 10 anni prima – e seppur non siano mancati attriti letterari tra i due), e lo si capisce bene da Troppi paradisi (Einaudi, 1a ed. 2006), romanzo ampio e articolato che in diversi aspetti mi ha ricordato certa produzione busiana – e non sto facendo riferimento solo ai temi trattati e al modo con cui Siti li ha narrati e sviluppati.

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“Alice, la voce di chi non ha voce” ha voce anche su facebook!

Questa è la pagina facebook di Alice, la voce di chi non ha voce, il mio ultimo libro per Senso Inverso Edizioni. Vi troverete tutte le informazioni sul libro e su come acquistarlo, gli appuntamenti per le presentazioni in pubblico, gli eventi correlati, la rassegna stampa oltre a estratti dal testo, storie, testimonianze e aneddoti su Radio Alice e la sua rivoluzione e molto molto mooooooolto altro:

Copertina-facebook-libro-AliceInsomma: cliccate sull’immagine e mipiacete la pagina, che non ve ne pentirete, perché sennò a breve vi pentirete di non averla mipiaciuta. Ecco.
Cliccate sul titolo del libro lì sopra, invece, per conoscerne ogni dettaglio.