Oggi, nell’era della rigor mortis-TV dai contenuti piatti come una EEG post mortem e della zombizzazione pressoché compiuta dei giornali ad opera del sistema di potere vigente, è sul web che corrono le idee che più influenzano l’opinione pubblica e ne plasmano la “cultura” (virgolette obbligatorie) primaria quotidiana, nel male (Eco docet) ma pure, e per fortuna, nel bene. Dunque, al di là di orientamenti, preferenze, tifoserie, infingardaggini, ipocrisie e quant’altro, la mappa del web-opinionismo contemporaneo (cliccateci sopra per ingrandirla) che Valerio Mattioli e Raffaele Alberto Ventura tracciano su minima&moralia in un articolo di qualche giorno fa, che potete leggere qui, risulta molto interessante e graficamente illuminante. Graficamente, sì, perché accerta fin dal titolo (invero più di quanto già non sia evidente, allo sguardo un po’ più sveglio e/o attento) la situazione di fatto in tema di “opinionismi”: un casino immenso, appunto.
D’altronde, ogni (incasinato) popolo ha il casino opinionistico che si merita, mi viene da dire: e se le opinioni elencate da Mattioli e Ventura sarebbero quelle più seguite e digerite da chi frequenta la rete e vi cerca la cultura popolare a sé più congeniale (o funzionale ai propri fini), non posso non rimarcare che, a ben vedere, la cultura – quella vera, quella che fa da cemento per i mattoni con cui è costruita la storia – non può e non potrà mai essere un’opinione.
Inoltre: se è sostanzialmente naturale che la (buona) cultura prima o poi divenga opinione, quanti di coloro che la generano e diffondono lo fanno mirando e pretendendo che diventi da subito opinione? Ovvero: c’è un autentico fine culturale, dietro il loro opionioneggiare (con quali risultati, poi?), oppure c’è del mero protagonismo mediatico, in perfetto “web 2.0 style”? (Beh, oddio, in effetti è uno stile nei principi ancora fermo al celeberrimo quarto d’ora di notorietà warholiano, eh!)
In fondo, così come ci sono nel mondo della produzione artistica i “critici a ritenuta d’acconto” – come li definisce un amico gallerista – ovvero quelli che, pagali e fai che quanto scrivono venga pubblicato da qualche parte che possa permettergli di vantarsene, e loro scriveranno tutto ciò che vuoi che scrivano – a volte è forte l’impressione (ma quanto sono eufemistico?) che ormai sia ben sviluppata e radicata una pari categoria di opinionisti: dà loro modo di avere uno spazio web visibile, oppure mettigli davanti un microfono o sotto il sedere una poltrona in uno studio TV, e quelli faranno di tutto per dire ciò che “deve essere detto”. Per guadagnarsi più “mi piace” (o applausi o apprezzamenti eccetera) possibile, però, non per contribuire veramente e sensibilmente alla riflessione culturale del pubblico al quale si rivolgono.
Ma è solo una mera opinio… ehm, una mera riflessione personale, questa, ecco.
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Gianni Morandi Vs Rest of the World. Ovvero: ma i social sono veramente “social”?
La recente vicenda dell’epico (!) scontro tra Gianni Morandi e il web – ovvero una certa parte di esso su facebook – in tema di immigrati, del quale avrete certamente letto un po’ ovunque, mi ha fatto riflettere una volta di più su un tema già da altri e non di rado sollevato riguardo l’uso comune dei social network, ovvero l’effetto di tale uso nei costumi contemporanei – al di là delle opinioni espresse dalle parti battaglianti, sulle quali non entro nel merito (e nemmeno mi interessa farlo).
Inutile rimarcare di nuovo come facebook, twitter e tutti gli altri social abbiamo portato al compimento assoluto e reiterato il senso del celeberrimo quarto d’ora di notorietà per tutti intuito da Andy Warhol negli anni ’60 in tema di TV, e quanto la nostra presenza sul web assuma in maniera netta tratti egotistici tanto spinti da risultare sovente ridicoli. Ma in fondo la cosa può anche essere bonariamente comprensibile: il web rappresenta un’arena pubblica potenzialmente illimitata, dunque era ed è inevitabile che finisse e finisca per riprodurre su macroscala quanto da sempre avviene nelle piazze delle città in cui viviamo, e nelle quali è naturale che ci si faccia vedere – eccetto nei casi di sciatteria estrema – nel modo più piacevole e interessante possibile. Poi certo, l’eleganza, lo stile e la capacità di proporre cose realmente interessanti sono altra cosa, ma tant’è.
Ciò che invece la vicenda Morandi contra facebook (ovvio che il paragone citato nel titolo è ironico, e per giunta ribadisco: faccio di tutta l’erba un fascio per solo per ragioni di chiarezza espositiva) mi ha (ri)messo in luce, riguarda quale socialità sia oggi generata dalla nostra presenza sul web, ovvero, facendo un ulteriore passo a monte del tema, se effettivamente facebook, twitter e compagnia bella siano social network, se veramente possano generare una rete sociale nel senso migliore del termine, dunque di conversazione, dialogo, dissertazione, scambio di opinioni, anche di posizioni e divergenze nette ma sempre di matrice socializzante, dunque sostanzialmente inclusiva e non esclusiva, non “monopolizzante”, per così dire.
L’impressione forte che ho invece mutuato dalla vicenda in questione, al di là dell’ammirevole e cordiale gentilezza con la quale Gianni Morandi ha risposto a tutti i messaggi di tono avverso alle sue opinioni ricevuti, anche a quelli più rabbiosi, è stata – nuovamente – che l’uso che tanti di noi fanno dei cosiddetti social network è sostanzialmente antisociale. Un uso, e una presenza individuale, che piuttosto di essere aperta a quel mondo illimitato che il web rappresenta e disponibile all’interconnessione sociale, culturale e intellettuale offerta dalla rete, risulta invece spesso di chiusura, di arroccamento estremo sulle proprie convinzioni, sostenute e imposte dogmaticamente dal palchetto virtuale del nostro profilo social: un palco assolutamente funzionale a ciò per come ci consente di non avere un contatto diretto con chi disquisisce con noi – se non attraverso mere parole scritte – e di eliminare con un semplice clic i commenti sgraditi, evitando sul nascere qualsiasi buon scambio di opinioni. E’ come se quel prima citato egotismo col quale cerchiamo in tutti i modi di metterci in mostra sul web, tra foto, selfie, emoticon e quant’altro – senza mai che ci passi per l’anticamera del cervello che a tanti altri delle nostre cose possa non fregare una beneamata cippa, e restando poi in ansia se il numero di “like” ricevuti non è ritenuto adeguato alle nostre aspettative – si espanda e intacchi anche la parte “intellettuale” della nostra presenza sul web, per questo imponendo le nostre convinzioni esattamente come fossero selfie e conferendo ad esse la stessa funzione identificativa individuale delle immagini in cui siamo (pensiamo di essere) strafighi/e: una funzione inesorabilmente netta, indiscutibile, sovente tranchant che guai a permettersi di confutarla, insomma.
Certo: a ben vedere che strumenti di tale potenza comunicativa come i social network potessero e dovessero prevedere una tale “deriva” era ed è cosa ovvia. Tuttavia, come la piazza pubblica cittadina e la gente che la frequenta è ottima espressione (e cartina tornasole) del carattere urbano della città stessa, ugualmente i social network contemporanei sono spesso ottima rappresentazione della nostra società, che fino a prova contraria si “manifesta” ormai quasi del tutto sul web ma poi vive e agisce nella realtà “vera”, intorno a noi. E che la loro funzione social venga in modo così netto stravolta e capovolta, raggruppando un miliardo e più di piccoli e insignificanti (salvo rari casi) fortini personali nei quali gli utenti del web si arroccano con tutto sé stessi lasciando sempre più rare possibilità agli altri di interagire proficuamente e fruttuosamente, è cosa che ci deve far pensare parecchio.
Dallo scambio di opinioni, dal dialogo, dal confronto e dalla riflessione reciproca nasce l’evoluzione e il progresso delle idee, è una cosa che accade fin dalla notte dei tempi. Avere oggi a disposizioni degli strumenti così meravigliosamente adatti a metterci vicendevolmente in relazione e dialogo, a generare una rete sociale virtualmente illimitata dunque illimitatamente virtuosa nei suoi potenziali effetti benefici, e utilizzarli invece per darci reciprocamente degli idioti solo perché incapaci di metterci in discussione (cosa che può confutare le nostre idee ma può pure rafforzarle: un principio tanto banale quanto evidentemente e pervicacemente incompreso) è elemento, lasciatemelo dire, di tristezza infinita, nonché segno di una decadenza intellettuale e culturale diffusa di livello oltre modo preoccupante.
Masterpiece in pieces. Forse che sia meglio pensarci due volte, prima di gettare i libri in pasto alla TV?
Masterpiece, proprio lui, il “talent” sulla scrittura in onda su RAI 3, del quale già scrissi qui sul blog (e non solo) in tempi non sospetti, come si suol dire in questi casi: che si dice in giro, al proposito, dopo che sono andate in onda (al momento in cui scrivo il presente) tre puntate?
Bene: cerco la risposta sul web, molto semplicemente inserendo in Google i termini di ricerca “Masterpiece”, “Rai 3” e “opinioni”, “reazioni”, “pro”, “contro” e qualche altro di simile. Per ogni risultato consulto le prime pagine, ovviamente tra i siti che riportano commenti sul programma.
Ecco cosa leggo…
Maria Vittoria Sparano su antoniogenna.com:
Ed ecco, infatti, che i due terzi del programma, in onda domenica in seconda serata su Rai 3, sono destinati a mostrare i provini, le selezioni preliminari, l’avvicendarsi di volti e racconti che servono a colmare una carenza imperdonabile per questo tipo di trasmissioni tv.
Per non parlare dell’impoverimento e della mortificazione che subisce l’immagine del mestiere dello scrittore. Chissà che cosa ne pensano i giurati De Carlo, Selasi e De Cataldo.
Che la scrittura fosse business lo sapevamo già, e d’altra parte i mestieri del libro hanno un valore e quindi un costo, ma che arrivasse a piegarsi alle volgari regole dello show business nessuno (o quasi) lo immaginava.
Flaminia Mancinelli su agoravox.it:
Il Format ideato per il nuovo programma di RAI3, Masterpiece, dedicato a far emergere un nuovo scrittore da una sterminata platea di “aspiranti” è demenziale almeno quanto lo è l’immaginare di formare uno scrittore grazie a un corso di scrittura creativa. L’ho guardato per capire come un metodo usato per sfornare programmi di culinaria potesse essere funzionale alla selezione di un talento letterario… E la visione di questo nuovo Format mi ha sconvolta e disgustata q.b.
Gaia Conventi su gaialodovica.wordpress:
Quando viene chiesto alla siora Sgarbi perché Masterpiece dovrebbe essere un successo televisivo, la siora spiega che Andrea De Carlo – scrittore che non frequenta circoli letterari e se ne sta parecchio per i cazzi suoi – ci crede parecchio e ha voluto esserci a tutti i costi, «pur sapendo come e quanto il terreno televisivo sia scivoloso per la letteratura».
Ma metti che te lo chieda la siora direttora della casa editrice con cui pubblichi… eccheccazzo!, potrai dire di no? No, penso di no. Insomma, non lo so. Io non rischierei. Dunque De Carlo ci crede, e io ci credo che ci crede, al posto suo farei altrettanto.
Giorgio Mancinelli su la recherche.it:
Oltre l’orario impossibile della messa in onda, il programma è stato, a mio avviso, deludente, molto deludente. Tale da confermare i dubbi della prima puntata. Infatti sfugge dall’essere un ‘talent in progress’ forse perché non sono state spiegate al pubblico le regole del gioco, che del resto non sono esplicate neppure nel ‘regolamento’ pubblicato. Fatto è che non risulta essere una spettacolo di intrattenimento ma un gioco alla mercé di una giuria molto discutibile che, ad esempio, nel caso specifico della puntata in oggetto, sembra aver assunto un atteggiamento più di sufficienza che di rigore. Tolta la maleducazione e la mancanza di rispetto da parte di un elemento della giuria di lanciare un libro in restituzione a una concorrente. Perché donna?, viene lecito chiedersi. L’avrebbe fatto lo stesso con un uomo che avrebbe potuto prenderlo a pugni in faccia? Io non lo credo.
Carlo Trecce sul blog in ilfattoquotidiano.it:
La ricercata, elaborata e non travolgente (per i successi) Rai3 firmata Andrea Vianello è perfetta per ospitare una competizione che dovrebbe essere intellettuale (ma anche no) e deve fare spettacolo(per forza): altrimenti prendi il telecomando e scappi via. Ma perché un cuoco, un poeta, un romanziere, e anche un giornalista, deve piacere ai telespettatori per verificare se deve insistere con quella passione o cambiare mestiere? Se un ragazzo ha la penna di Alberto Moravia lo deve decidere il televoto, lo share o un insegnante ingaggiato per far divertire le famiglie sul divano e i fighetti su Twitter? (…) Masterpiece non è il principio di una strategia televisiva, è la fine. Il crepuscolo. Anche se per Vianello va sperato che sia l’alba infuocata. Ovunque, ma ormai lo strumento è antico, ti fanno giudicare da un giudice in diretta televisiva (o in leggera differita). Fra un po’ verranno a ispezionare la lavatrice per valutare se hai fatto bene o male il bucato. Può essere interessante: sapete quanto sapone viene sprecato? E il monodose non ha eliminato la piaga delle centrifughe di troppo.
Roberto Tallei su twitter:
Bello #masterpiece, ma non ho capito quando iniziano a cucinare.
…E mi fermo qui, per non generare troppo tediosa monotonia.
Ribadisco, ho elencato tutte le pagine con gli articoli più interessanti tra quelle trovate da Google, sul serio, non ho furbamente tralasciato eventuali altre di segno opposto… Che poi ci sono anche, come questa con un articolo di Beatrice Dondi, su huffingtonpost.it:
Se sei un giornalista, magari pieno di followers, con tanti ma tanti amici su Facebook e passi la giornata a parlare di quanto il Pd parli di sé, allora i tuoi nemici sono almeno due: Fabio Volo e Masterpiece, il talent di Rai Tre sull’esercizio della scrittura.
Un programma che seleziona aspiranti scrittori come fossero chef, li fa mettere in gioco sul foglio bianco a mo’ di palco e poi sfilare davanti a una giuria co-protagonista, occasionalmente senza lustrini né applausi di scena. Un buon programma, non eccelso, ma che parte da un presupposto intoccabile: che lo scrivere sia un mestiere che vale ancora la pena esibire.
Peccato però che nei commenti (leggeteli, ve ne sono di parecchio significativi!), i lettori si dimostrino moooooooolto poco concordi con quanto Dondi scrive nel suo articolo…
Ordunque… Ohibò!
Ma?!? Signora Elisabetta Sgarbi – sì, mi rivolgo a Lei, direttrice editoriale di Bompiani che
dovrebbe pubblicare l’opera vincitrice di Masterpiece in sì poco credibili 100.000 (centomila!) copie… – mi rivolgo a Lei non solo perché pare controllare le fila del programma più che la stessa rete RAI che la ospita (vuoi anche per “comprensibili” interessi aziendali…), ma soprattutto perché prima rappresentante del mondo letterario al quale voglio credere (forse troppo ingenuamente) che pure un programma TV come Masterpiece debba fare riferimento… Ecco, Le chiedo: ma non è che in fin dei conti, con ‘sto programma, Lei/voi non state affatto facendo un buon servizio alla letteratura (e inevitabilmente pure alla lettura) nel nostro paese, bensì le state dando l’ennesima clavata sul capo?
Magari sbaglio, eh, anzi, me lo auguro proprio visto quanto è comatoso il panorama letterario nostrano e dunque quanto abbia bisogno di cure urgenti ed efficaci! Però, a quanto pare, non sono il solo a formularmi quella domanda…
Reminder… Vorrei sapere cosa ne pensate dell’arte contemporanea diffusa in contesti urbani…
Vi ripropongo questo post pubblicato qui nel blog qualche giorno fa, alle cui domande già alcuni amici hanno risposto con osservazioni parecchio interessanti. Se avete qualche secondo a disposizione e potete/volete farlo anche voi, sappiate che mi darete una gran bella mano in merito a un futuro incontro sul tema trattato dalle domande stesse e, dunque, ve ne sarò mooooooolto grato e riconoscente!
In buona sostanza vorrei chiedervi – che siate interessati all’arte oppure no: ogni parere, specializzato o meno, è assolutamente importante! – un piccolo aiuto, ovvero le vostre preziose opinioni, considerazioni e idee in merito a un argomento sul quale mi ritroverò prossimamente a disquisire presso la Biblioteca di Nembro (Bergamo), che ha messo in calendario una serata dal titolo Arte e paesaggio urbano. Interventi artistici in spazi pubblici, con la partecipazione – oltre che dello scrivente, appunto, dell’artista Francesco Lussana e della storica dell’arte Silvia Gervasoni.
La serata, come avete già intuito, è dedicata all’arte contemporanea diffusa in contesti urbani e dunque pubblici: un argomento che sovente genera parecchie discussioni, stante la spesso non semplice fruizione – visiva e tematica – delle opere di arte contemporanea, quando esposte alla visione di tutti per scelta pubblica – ovvero di un’amministrazione che in tal modo decide di impiegare soldi pubblici: uno dei più lampanti esempi di quanto sopra è certamente la scultura L.O.V.E. di Maurizio Cattelan in Piazza degli Affari a Milano, il famoso “dito medio” di fronte alla Borsa, insomma… – ma certo anche nelle vie/piazze dei vostri paesi e città ove vivete potreste avere a che fare con installazioni artistiche contemporanee, dunque per ciò capire perfettamente il senso dell’argomento suddetto.
Le tre domande per le quali chiedo il vostro parere sono le seguenti:
1) Cosa ne pensi dell’arte contemporanea – scultura, installazione ma anche opera di design e di architettura – diffusa nel contesto urbano? Ovvero, non del solito e classico “monumento” (statua, busto, ecc.) di matrice sostanzialmente commemorativa, ma di quelle opere d’arte che normalmente ci si aspetterebbe di vedere in un museo o in una galleria, più che nella piazza o nel parco di una città… Ti piace, oppure no? E, in un caso o nell’altro, potresti motivare in breve la tua opinione?
2) A tuo parere un lavoro di arte contemporanea in ambito urbano deve soddisfare di più un’esigenza estetica oppure tematica? Cioè, per essere chiari: essendo quasi sempre finanziati con soldi pubblici e dunque chiamando in causa i cittadini stessi quali “indiretti” committenti, ritieni che tali lavori debbano soprattutto abbellire la città oppure principalmente far riflettere i passanti che se li trovano di fronte, dunque trasmettendo un determinato messaggio di interesse comune?
3) Due esempi recenti ed emblematici di interventi artistici in ambiti urbani presenti in zona – di matrice visiva l’uno e architettonica l’altro – sono l’installazione Struttura OMCN – Interruttore ITALGEN di Francesco Lussana a Villa di Serio, e proprio la Biblioteca di Nembro dello Studio Archea (nelle immagini qui sotto), entrambe opere nate in base a concetti tipici dell’arte contemporanea, le quali hanno ricevuto numerosi consensi ma pure qualche critica. Cosa ne pensi di queste due opere?
In merito alla domanda nr.3, entrambe le opere scelte quali esempi di arte contemporanea in contesti urbani (una è installata a pochi km. da Nembro, l’altra è la biblioteca nella quale si svolgerà la serata) hanno suscitato pareri discordanti, dal plauso incondizionato al rifiuto pressoché netto, dunque risultano entrambi interessanti non solo perché vicine al luogo di svolgimento della serata ma anche perché ben rappresentanti i due grandi contesti di intervento artistico in ambiti urbani, l’arte contemporanea e l’architettura d’avanguardia.
Ecco, rispondetemi come e dove volete: commentando questo post, alla mail luca@lucarota.it oppure utilizzando gli altri contatti. Le vostre risposte mi aiuteranno a generare una piccola statistica ragionata della considerazione diffusa dell’arte nel paesaggio urbano, sia dal punto di vista meramente artistico, ovvero estetico, e sia tematico cioè politico, dato che, come già osservato, si tratta di arte creata grazie a soldi pubblici, ergo che della sua presenza siamo in qualche modo non solo fruitori ma pure parte in causa.
Vi ringrazio di cuore fin d’ora per l’aiuto e le risposte che potrete e vorrete comunicarmi! – e beh, certo, mi sdebiterò in qualche modo, prima o poi!
P.S.: nell’immagine in testa all’articolo, un altro esempio di intervento artistico in ambito urbano: Canneto di luce, installazione d’arte urbana interattiva di Marcello Arosio, Monza.


