“Bestia” a chi?

Nei giorni scorsi ho letto un intervento di Mauro Corona sulla vicenda dell’orsa Daniza, nel quale lo scrittore imputava quanto accaduto alla palese incapacità dell’uomo di convivere con la Natura e di conoscerla per imparare a rispettarla. Le sue parole, e la riflessione sul rapporto tra noi umani – esseri più intelligenti e dominanti del pianeta per autoproclamazione, più che per meritorietà evolutiva – e gli animali, mi ha fatto tornare in mente un’avventura vissuta parecchio tempo addietro – almeno un quindici anni fa, diciamo – della quale scartabellando tra hard disk e vecchie cartelle di files ho ritrovato quanto allora mi venne da scriverne…

billy-the-goat300Quella volta me ne andai sulle montagne al confine con la Svizzera per salire una cima di oltre tremila metri, naturalmente da solo – naturalmente per me, che ritengo la montagna come ideale ambiente per la contemplazione, un’arte da perseguire senza troppi disturbi intorno. Rido, per quell’esperienza assolutamente buffa ma anche emblematica, che mi portò molto vicino alla vetta ma a circa cento metri dalla stessa dovetti tornare indietro per il sopraggiungere di neri e minacciosi nuvoloni da temporale estivo – era fine Luglio – e si sa quanto possa essere nefasto un temporale estivo a oltre tremila metri, e come la calura di fine Luglio possa in breve trasformarsi nel gelo himalayano di una tempesta di neve fuori stagione. Comunque, per fortuna, non arrivò niente del genere, e scelsi di scendere per una via che non conoscevo, se non per averla letta su una guida e immaginata in qualche modo nella mia fervida mente. Bene, insegnamento numero uno, che trassi da quel giorno in montagna: non è detto che una guida, in quanto tale, dica la verità. Stando ad essa ci doveva essere, in quel vallone, un sentiero che era poco meno che una tangenziale, largo, comodo e agevole: se c’era, doveva essere evidentemente invisibile, o forse era sommerso da uno strato colossale di giganteschi massi da disgelo, sui quali dovetti saltare qua e là e scalarli e discenderli facendo attenzione a non finirci dentro – tra due degli stessi, voglio dire. Comunque il bello doveva ancora venire, un poco più a valle, e il bello in questione era un bel gregge di almeno duecento capre di montagna, dalle corna assai lunghe e dal pizzetto ben appuntito, che vistomi discendere in maniera molto istintiva su quelle praterie d’alta quota, presero a corrermi incontro, tanto che io mi sentii improvvisamente il bersaglio vivente di una mandria di rinoceronti a digiuno da tre mesi finalmente felici di provare su una creatura vivente l’effettiva acuminatezza delle punte delle proprie belle cornone! Apriti cielo – e discendi elicottero a salvarmi, che non venne in realtà – presi a correre con già nella testa il terrore per la visione di un fondoschiena preso a cornate da quelle terrificanti caprone d’alta montagna, forti della loro misantropia nei confronti della società e soprattutto della componente misos, odio, e quindi nemiche giurate dell’uomo in quanto sporco invasore del loro territorio inviolabile. E corri, e corri, veloce su un terreno accidentato sul quale neanche un carrarmato supererebbe in velocità una lumaca, e loro dietro con la scaltrezza dell’abitudine di movimento su un pendio talmente dissestato.
E ora che faccio? – dico io, sconvolto anche dal fatto che il dover scappare lontano dalle capre poteva comportare il pericolo di perdere definitivamente anche il più piccolo scampolo di sentiero per il rientro a valle, nonché il ritrovarmi sul bordo di un precipizio alto solo quel due, o tre, o quattrocento metri…
Ogni tanto mi rigiravo dietro, per controllare il movimento di quell’accozzaglia apparentemente disordinata di quadrupedi ruminanti cornuti d’alta quota, e ne vedevo sempre davanti uno, che dedussi fosse il “capo” del branco, anche dal fatto che le sue corna erano smisuratamente grosse e lunghe, ben più di quelle di tutti gli altri esemplari: non mi distoglieva lo sguardo di dosso, e i miei occhi si incrociavano sovente nei suoi, azzurri e inopinatamente (almeno nella sensazione da essi fornita) umani.
Correvo già da sei o sette minuti, e le quattro e passa ore precedenti di cammino sostenuto cominciavano a farsi sentire nelle gambe e nei polmoni, tant’è che mi dissi d’improvviso: beh, Davide sconfisse Golia, chè io Davide non potrei sconfiggere duecento Golia cornuti? No che non potevo! – domanda idiota. E corsi (scappai) ancora più veloce.
Tuttavia a quel punto ero proprio scoppiato, e per di più stavo perdendo i riferimenti del panorama che mi potevano consentire di ritrovare il sentiero smarrito. Giunsi su un sassone, ci saltai sopra e mi voltai di scatto, rivolgendomi al caprone-capo (per… ovvio diritto gerarchico, ecco) come mi sarei rivolto ad una ipotetica moglie che m’ha fatto le corna cento volte e poi vorrebbe ancora aver ragione.
«COSA C***O VUOOOIIIIIII?!?!?!?» gridai al cornutone con la voce roca e affaticata dopo siffatto correre in alta quota; lui, manco m’avesse compreso, si bloccò, guardandomi con quegli occhi azzurri e penetranti. Di colpo, come per un comando inudibile, tutte le altre capre, obbedienti come mai umano saprebbe essere in maniera così automatica, si bloccarono, e lo scampanellare disordinato dei loro collari si trasformò di colpo in un totale silenzio da duello nel selvaggio West.
Ora, datemi del pazzo, dell’esaltato o dell’allucinato, ma lì, da quell’attimo in poi, in quello sguardo incrociato tra due mondi, due regni naturali, due tipi terrestri ma tra di loro extraterrestri, capii una volta di più che spesso l’uomo ritiene la bestia bestia e sbaglia, di grosso pure, se non altro a non ritenere anche lo stesso del contrario. Capii che probabilmente quel caprone di montagna e le sue sodali cornute non erano assolutamente ostili, ed anzi, in quegli attimi nei quali ci confrontavamo nella più soave quiete che solo un vallone isolato dalla civiltà può donare, forse volevano solo darmi il “benvenuto” tra loro, se così posso dire. Capii che spesso, o forse sempre, la mente umana distorce le cose nella maniera più consona all’interesse di una sola parte e di quel solo momento, ed offre visioni della realtà private della capacità di valutazione anche dell’essenza vera di quella stessa realtà. E se io pensai erroneamente a quelle capre come a creature ostili ed in cerca di attaccabrigaggio, ora cerco d’immaginare a cosa pensavano loro per il caso contrario, con la loro mente animale certo più pura e libera dai condizionamenti deviati di una società profondamente corrotta come quella umana, e a cosa penserebbero se si trovassero per gran caso e sfortuna nel bel mezzo di una città moderna e socialmente “avanzata” come quelle in cui viviamo senza batter ciglio o quasi, tra auto puzzolenti, inquinamento capillare, maleducazione varia e assortita e comportamenti umani peggio che animaleschi…
Fatto sta che come ho detto si bloccò, quel gregge, restò qualche attimo fermo, poi si spostò un poco più a monte – sempre col caprone-capo in testa: così, mi diede modo di continuare verso valle, imboccando un canale che scendeva in modo piuttosto agevole. Mi fecero passare, insomma. O almeno io sono convinto che sia così, e nulla mi può far pensare altrimenti, anche se la cosa può ben apparire casuale e illogica.
Mi diedero una gran lezione di vita, già, quelle capre lassù nel vallone sperduto tra i monti di confine col loro bearsi di una condizione vitale ancora autenticamente naturale, ben diversa da quella arrogantemente semi-divina ma in realtà decadente alla massima potenza della razza di cui un rappresentante (io), fortunatamente dissociato da essa, spero (spero…), avevano di fronte: la loro condizione etologicamente isolata le aveva purificate da qualsiasi istinto violento e rabbioso, e non vi era odio in loro se non per chi le avesse attaccate direttamente. Un tale istinto triviale, invece, faceva capolino in me nel mentre che da loro fuggivo: fortunatamente, la mia passione per la Natura e gli ambienti selvaggi mi impedì di far decadere l’impulso logico di autodifesa verso la becera violenza, per alzare un bastone da terra, o un sasso, e scagliarlo contro quel bestione dagli occhi profondi e immensamente più umani di un umano qualsiasi. Per di più, avrei sicuramente scatenato la sua reazione difensiva, certo più giustificata della mia e assai più dolorosa, immagino… Egli, il caprone selvatico, saggiamente non-umanizzato ovvero non corrotto dall’uomo e dalle sue usanze, mi spiegò, senza parole, che la realtà effettiva delle cose non sempre è quella che i nostri occhi vedono, in quanto non è l’occhio che vede ma sempre è il cervello. Quando funziona, certo. (Ogni riferimento all’uomo moderno è puramente voluto).

In cammino – Henry David Thoreau, “Camminare”

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E’ praticamente inevitabile iniziare l’analisi delle opere letterarie dedicate all’andare a piedi con Thoreau, e con la sua opera più programmatica – fin dal titolo – sul tema: Camminare (orig. Walking, 1863; l’edizione italiana più recente sul mercato è di Mondadori).
Ve la presento attraverso l’articolo di Angelo Franchitto tratto dal sito thoerau.it – potete leggere la versione originale QUI – limitandomi ad aggiungere che della conoscenza del fondamentale pensiero di Thoreau, e non solo riguardo al camminare, c’è sempre più un gran bisogno, oggi…

cop_Thoreau-CamminareCAMMINARE: “Viaggio alla scoperta della natura e di sé”
Camminare è una raccolta di pensieri elaborati da Thoreau durante le sue lunghe escursioni solitarie nella natura selvaggia, che l’autore registra a mo’ di diario, come esperienze di vita, e che trascrive in un libro del 1862 poco prima di morire.
Si tratta di uno splendido resoconto, in cui emerge nell’autore l’influenza positiva della Natura, considerata “guaritrice” di tutti i mali dell’animo umano.
Quest’opera trasmette, al lettore, il desiderio, proprio di Thoreau, di inoltrarsi nella foresta per allontanarsi da tutto ciò che caratterizza la vita in società, e arrivare là dove non c’è nulla di contaminato dall’uomo, solo la foresta (la Natura) e il proprio sé; dove non esiste la fretta, la lotta, i ritmi frenetici, ma solo armonia.
Ci troviamo di fronte ad un libro che ci mostra la vita come uno stato selvaggio.
Il libro e lo stesso pensiero di Thoreau “vivono” in un mondo in cui la natura rievoca i grandi spazi vergini delle terre degli Stati Uniti. Spazi in cui non vi è ancora avanzata la società civile, e di conseguenza non sono stati corrotti dalle città e dagli uomini.
Camminare diventa la possibilità di stare nella natura, e rinnovare il contatto con essa, e riconoscere che noi (intendendo il genere umano) apparteniamo alla natura.
Ma questo significa anche che contemporaneamente l’uomo, tornando al contatto originario e selvaggio con la natura, prende una posizione di disubbidienza nei confronti delle norme e delle costrizioni che la società consolida intorno all’individuo.
Thoreau, nel libro, che idealmente può essere suddiviso in quattro parti, dedica una sezione all’arte del camminare. Una pratica affinata pian piano, nel corso delle escursioni compiute da solo o in compagnia di Hawthorne, Channing ed Emerson.
Camminare è, secondo Thoreau, una dimensione, che riguarda la tensione pura e selvaggia, che manca alla letteratura inglese; riferendosi ad autori come Chaucer, Spenser, Milton e anche Shakespeare. La tensione di Thoreau è più vicina alla mitologia, è prossima al trascendimento dell’ordine sociale e culturale.
Dopo che nel 1845 ebbe costruto con le sue mani una capanna di legno in una località isolata presso il lago Walden, al fine di sperimentare le importanti evoluzioni psico-fisiche cui porta il contatto con la natura selvaggia, Thoreau capì che non basta vivere in mezzo agli alberi e alle paludi, ma bisogna, anche e soprattutto, camminare. Iniziò così, ogni giorno, a camminare dalla sua capanna nei boschi, dirigendosi ogni volta in una direzione diversa per almeno quattro ore, ritenendo una giornata persa quella in cui non avesse camminato.
Per Thoreau, camminare non significa mettere passivamente un passo dietro l’altro. Non è importante neppure vedere il semplice aspetto salutista, anche se sono da prendere in considerazione le conseguenze benefiche che la pratica del camminare ha sul corpo e sull’inquietudine nervosa.
Secondo il pensiero di Thoreau, il vero “camminatore” è colui che sa staccarsi completamente dai propri pensieri quotidiani (ritenuti banali), e arriva invece a guardare dentro di sé, a cancellare tutti i suoi pensieri, e diventare una sorta di tabula rasa che gli permetta di entrare in sintonia con le piante, i minerali, gli animali intorno a lui. Insomma il “camminatore è colui che riesce a realizzare un legame simbiotico con la natura tutta nel suo essere incontaminata e selvaggia”, e che sia quindi in grado di collegare l’individuo con la parte vera di sé.

Mario Rigoni Stern, “Stagioni”

cop_stagioni_rigoni-sternMario Rigoni Stern è uno di quei personaggi che rispetta perfettamente il pensiero che si potrebbe avere di uno come lui, prima di conoscerlo; poi lo vedi, lo conosci, e pensi: ecco, un grande scrittore è proprio così, con una tale figura, una tale solennità umana, una evidente profusione di saggezza, di esperienza, di sensibilità letteraria tratta anche con la forza dagli eventi della vita, quasi come se fosse, egli stesso, un personaggio di una sua opera trasformatosi da uomo di carta scritta a essere in carne e ossa – e così è veramente, per Rigoni Stern, il Sergente nella Neve cantore della tragica epopea di guerra degli Alpini in Russia, durante la seconda guerra mondiale.
Anche Stagioni (Einaudi, 2012; 1a edizione 2006), dunque, è un libro che tutto sommato ci si potrebbe aspettare dallo scrittore di Asiago: ma il bello è che ciò non toglie nulla al suo valore – letterario e non – anzi, forse in tal modo soddisfa ancora di più il lettore che abbia un minimo di conoscenza dell’autore, anche senza finora aver letto nulla di suo – come è nel mio caso – ugualmente come sorprende e affascina il neofita dello stesso…

Leggete la recensione completa di Stagioni cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Pete Fromm, “Indian Creek”

cop_Indian_CreekSicuramente tutti noi avremo letto, in età giovanile, almeno un libro d’avventura (qualsiasi essa fosse) che ci abbia infervorato al punto da sognare, ingenuamente tanto quanto intensamente, di vivere a nostra volta le vicende in esso narrate. Avremo letto con passione una storia per la quale saremo voluti diventare alpinisti, esploratori artici, avventurieri in deserti sconfinati o foreste impenetrabili, astronauti o che altro… Poi, in un modo o nell’altro, forse la vita ci offre la possibilità di conoscere meglio l’avventura, magari proprio quella letta e agognata, con tutto il suo fascino ma pure, inesorabilmente, con tutta il lungo elenco di sacrifici, fatiche, rischi, stenti, sofferenze, abbattimenti morali e fisici che, nella maggior parte dei casi, l’avventura autentica comporta, e non è difficile immaginare che, insomma, va bene il fascino, va bene la figura mitica dell’avventuriero, dell’esploratore intrepido, va bene la disfida all’ignoto e alla Natura selvaggia, ma anche no! Ovvero, non è tutto oro quello che luccica, e l’audacia necessaria ad affrontare l’avventura più vera non può non contrastare e non conciliarsi con la vita quotidiana nella civiltà e nei suoi agi, uscendone facilmente ridimensionata!
Però il fascino di quelle letture giovanili resta senza dubbio immutabile e, senza finire in capo al mondo, l’eventuale occasione di poter vivere un’esperienza come quella di cui si è letto rende quel fascino inopinatamente raggiungibile, e dunque parecchio allettante. Rinuncereste voi, ad esempio, dopo aver letto e amato all’inverosimile le cronache delle avventure dei più leggendari esploratori polari, ad un viaggio in Antartide, pur sapendo che laggiù degli agi e dei confort quotidiani dovrete scordarvi o che potreste provare un freddo tale da nemmeno riuscire a concepirlo? Probabilmente no, anzi, proprio tali difficoltà finirebbero per aumentare il fascino d’una possibilità e di una relativa avventura del genere.
Ecco: Pete Fromm, giovane studente universitario al primo anno del corso di laurea in biologia della fauna selvatica, ha invece letto molte storie dei grandi, mitici cacciatori delle Montagne Rocciose, gente tutta d’un pezzo in grado di sopravvivere a ogni difficoltà in una continua sfida con la Natura più selvaggia e dura, illuminandosi di tali eroiche figure al punto da assumere, lui e i suoi compagni di corso, alcune delle abitudini di esse – ma per gioco, ovviamente, come non può che essere quando si è semplici e un po’ ridicoli avventurieri di città. Finché un giorno Fromm viene a sapere che il Servizio Forestale dello stato dell’Idaho sta cercando qualcuno che sia disposto a passare sette mesi – ovvero l’intera stagione fredda – tra le montagne della regione del Selway-Bitterroot, tra le più remote dello stato, in qualità di custode di un bacino di incubazione e schiusa delle uova di salmone. Attività da svolgere: controllare che tutto vada bene e rompere la crosta di ghiaccio che si dovesse formare sulla superficie del bacino. Stop, tutto qui. Controindicazioni: alloggio in una tenda, solitudine assoluta, villaggio più vicino a 100 km., nessun collegamento col resto del mondo (l’unico telefono di emergenza presente è guasto). E neve, ghiaccio, freddo intenso, esposizione agli elementi naturali totale; il tutto per una paga irrisoria. Una follia, insomma, ma Fromm, con nella mente le avventure lette sui libri e una abbondantissima dose di leggerezza ma in verità senza nemmeno capire esattamente perché, accetta.
Questo è Indian Creek (Keller Editore, collana “Passi”, traduzione di Tatiana Moroni: orig. Indian Creek Chronicles: A Winter in the Wilderness, 1993), il diario di quell’avventura redatto direttamente da Fromm – divenuto poi apprezzato scrittore – ovvero di quel suo ritorno alla Natura selvaggia…

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Un mondo di persone normali (e una fuga da esso…)

Ma non è che tu voglia fare l’alternativo, l’anticonformista, proprio come molti artisti?” – ecco, nemmeno gli avessi suggerito la domanda! Non sono un membro “regolare” della società? Allora sono obbligatoriamente un alternativo, un diverso – completa incapacità di pensare che la normalità non possa essere univoca, o che la normalità potrebbe essere anormalità
“Non sarei salito quassù, Alberto, a vivere solitario in vetta a questa montagna! Non noti come così tanti pretesi e presunti anticonformisti lo sono restando ben inseriti nel bel mezzo della società che tanto “contestano” e che vorrebbero “rivoluzionare”? Sono perfettamente funzionali ad essa, sono la giusta e auspicata eccezione per confermare la regola! Per essere anticonformisti hanno bisogno del conformismo, in effetti la loro protesta è una lode appassionata a quanto contestano! E per essere “anti” devono restare nel bel mezzo del conformismo, se no a cosa andrebbero contro? Tutti quegli alternativi alla moda, che tanto sbraitano contro “il sistema”: se questo non ci fosse e non fosse com’è, cosa farebbero quelli? Sono ben felici di esso, lo amano svisceratamente, e sai anche tu, le passioni così fervide fanno fare cose un po’ strane… No, Alberto, credo sinceramente di non essere tale, ne alternativo e ne tanto meno diverso, ne abbiamo già parlato prima; sono semplicemente io, dunque unico, esclusivo e per ciò atipico, come lo è ogni essere vivente su questo pianeta. In fondo è un puro caso che questa mia vita ti appaia come opposta a quella che viene vissuta giù nella civiltà, perché più semplicemente è un’altra vita, e questo è un altro mondo che io vivo: io sono qui, e voi siete qui, uno da una parte e gli altri dall’altra, senza opposizione effettiva, senza nessuna ricercata antitesi, che semmai nasce solo per immancabile e inevitabile comparazione. Non so se mi hai capito…”
Mi avrà capito?
“Anche tu, Alberto sei unico; anche tua moglie, e il tuo piccolo Matteo, e tutti quelli che abitano attorno a te, che lavorano attorno a te, che si muovono intorno… Eppure, tu ti sei mai compreso come unicità, nel mondo che vivi quotidianamente?”
“Nnn… No!” mi risponde, titubante.
“Perché il pensiero comune diffuso, quello che viene derivato direttamente e non casualmente dalla conformazione e dai meccanismi sociali dominanti, impone l’idea della società come istituzione, dell’ente fatto dagli individui al quale essi partecipano, di una cosa, insomma, dotata di una sua prerogativa dominante su tutte le altre che ne diventano componenti. Nessuno mai riesce a pensare che la verità è l’esatto opposto: sono tanti individui che formano una società, che è tale ora e sempre solo perché quegli individui la formano, e il suo valore è il compendio di ogni singolo valore che singoli individui vi portano nel parteciparvi. Da società come fine, al quale tende una comunità di individui che scelgano liberamente di correlare le loro vite e i loro rapporti, oggi voi avete una società come mezzo, per raggiungere un diverso fine – il potere tanto più assoluto a favore di chi può comandare la società stessa, che diventa quindi una sorta di strumento con cui controllare le masse, grazie al vecchio e sempre efficace metodo del panem et circences! E questo metodo funziona tanto più quanto gli individui smarriscono la propria consapevolezza di unicità e non si rendono più conto del valore sociale che possiedono, vengono accorpati e conformati in un insieme, assoggettati alle sue regole, e convinti che quelle siano quanto di meglio si possa desiderare, attraverso un fittizio benessere e una conseguentemente fittizia soddisfazione! Intanto, quelli che comandano fanno il bello e il cattivo tempo, spesso sulle spalle dei comuni e ignari individui, e nessuno ha i mezzi per poter confutargli le regole imposte. Se tutti noi sapessimo nuovamente e finalmente considerarci come unicità, e ritrovare il nostro valore esclusivo di esseri viventi, pensanti e agenti, credo proprio che tante storture della civiltà contemporanea si raddrizzerebbero in un attimo, con grande vantaggio per l’intero mondo!”
Mi guarda ancora perplesso, ogni tanto volta lo sguardo verso l’orizzonte, ogni tanto annuisce col capo – si è seduto su un sasso della vetta – ma in più ora mi pare che nei suoi occhi vi sia una maggiore luminosità rispetto a poc’anzi, e il volto è disteso.
Restiamo qualche secondo in silenzio, entrambi osservando la vastità del paesaggio verso occidente, verso l’inseguirsi di colli, di monti e di valli – nei solchi vallivi più ampi è facile intuire la presenza dei grandi laghi alpini – e in fondo, come un miraggio sublime sopra le foschie salenti dalla pianura, le scintillanti vette delle Alpi, limite ultimo di una illimitatezza emozionante che assume colori inopinati, sotto quel cielo un po’ bigio, un po’ sereno, tipicamente autunnale.

E’ un brano tratto dal mio romanzo Libero, uscito per Giraldi Editore, Bologna, nel 2009 (ISBN 978-88-6155-226-5 – lo trovare ad esempio qui). Libero è un romanzo, appunto, ma che per molti versi è anche LIBERO_libro_aperto_blog-1un saggio. E’ ben radicato nella più concreta realtà, ma conosce purissimi slanci verso la fantasia, verso l’utopia, e pagina dopo pagina i confini delle due dimensioni diventano sempre più rarefatti. E’ una storia assolutamente lineare, ma spesso assume nuove forme più sinuose e zigzaganti. E’ la storia di un protagonista, ma è anche un omaggio verso numerosi altri protagonisti, alcuni palesi, altri più sottintesi. E’ un personaggio, nella cui vicenda vi si possono ritrovare molti altri personaggi, e molte altre vicende. E’ un titolo programmatico, sicuramente, e un lungo, articolato ma sempre determinato inno alla più imprescindibile dote di cui un uomo può godere. Libero è uno scritto particolare, che riscopre e reinterpreta forme letterarie passate in un’ottica moderna e sovente avanguardista, assumendo forme e peculiarità proprie di generi diversi, e nel quale confluiscono le esperienze saggistiche dello scrivente così come, parimenti, da queste scaturiscono i più originali impulsi letterari. In tal modo, la lettura può avvenire contemporaneamente su entrambi i piani: quello del romanzo, più importante, e quello del saggio con fine assertivo che si palesa sempre più nel mentre che la lettura volge alla conclusione; ed entrambi godono di vitalità propria, pur continuamente intrecciandosi senza che il secondo sormonti il primo, com’è d’uopo per l’essenza letteraria che Libero manifesta. Ugualmente, dunque, anche la lettura diviene agevole e scorrevole e al contempo potenzialmente intensa e penetrante, seguendo le svariate vicende di cui Libero è protagonista attraverso le quali, pagina dopo pagina, ogni elemento della storia prende a convergere verso l’apice finale, un epilogo nel quale molte delle cose che nelle parti precedenti del romanzo parevano ormai delineate e assodate, non sembreranno più tali, anzi… Molti dei lettori si potranno ritrovare e riconoscere in Libero, perché Libero raccoglie e delinea in sé molto di quello che oggi è il nostro mondo, e di quanto esso contiene, come trait d’union, appunto, tra tutte le sue realtà e le sue utopie.
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Libero, cliccate QUI.