Il disobbediente civile. Vita e opere di Henry David Thoreau

ryan_thoreauCome già fatto in altre simili occasioni, propongo qui i materiali documentali utilizzati per la puntata di RADIO THULE del 18 maggio scorso dedicata a Henry David Thoreau (QUI il podcast).
Tra i personaggi che hanno maggiormente influenzato la parte migliore del pensiero e della società contemporanei senza tuttavia essere noti come meriterebbero al grande pubblico, bisogna senza dubbio annoverare Thoreau. Filosofo, scrittore, poeta, intellettuale dal pensiero avanzatissimo e sovente rivoluzionario, capace di influenzare artisti, pensatori, attivisti politici, persino rock band contemporanee: è grazie a lui se oggi sappiamo maturare un equilibrio armonioso tra società umana e ambiente naturale nonché, e soprattutto, se possiamo concepire l’importanza dei diritti e delle libertà individuali nonché la loro difesa allorquando il potere politico diviene antidemocratico e oppressivo. Un personaggio fondamentale, insomma, oggi e nel prossimo futuro forse più che in passato.

Henry David Thoreau
A cura di Roberta Musolesi

Henry David Thoreau nacque a Concord, nel Massachusetts, nel 1817. Si laureò ad Harvard nel 1837 e in seguito ai suoi studi sviluppò un forte interesse nei confronti della poesie greca e romana, della filosofia orientale e della botanica. Nutrì grande interesse ed amore nei confronti della natura e dedicò molte delle sue giornate ad esplorare i boschi e a raccogliere informazioni dettagliate su piante ed animali. Fu seguace di R. W. Emerson e fu una delle figure di spicco del movimento trascendentalista. Henry Thoreau fu sicuramente il primo pensatore a rendere evidente il contrasto tra la piena realizzazione di ogni individuo e una società tecnologicamente organizzata. Precursore di tutti gli americani che prima e dopo l’era hippy hanno fatto ritorno alla natura opponendo un’economia della frugalità al consumismo forsennato, mezzo secolo prima di Jack London egli avvertì il richiamo della foresta e nella primavera del 1845 si recò sulle rive del lago di Walden, a Concord, nel Massachusetts. Usando un’ascia presa a prestito abbatté alcuni pini bianchi per ricavarne legname con cui costruirsi un’austera dimora nella quale avrebbe vissuto per due anni, due mesi e due giorni. Si insediò stabilmente nella nuova casa il 4 luglio e la scelta della data, il giorno della Dichiarazione d’Indipendenza, non fu casuale in quanto, con l’abbandono della civiltà e della vita sociale organizzata, realizzava quella che era effettivamente la sua massima aspirazione: divenire indipendente. L’esperienza del lago Walden ispirò la scrittura di Walden, ovvero La vita nei boschi (1854), un’opera a metà strada tra il saggio filosofico e il diario che oggi viene unanimemente considerata tra i classici della letteratura americana. Malgrado abbia trascorso una buon parte della sua esistenza in solitudine, Thoreau fu un attento osservatore, conoscitore e critico della società americana a lui contemporanea e dedicò numerosi scritti a svariati problemi sociali, primo fra tutti quello della schiavitù. Insieme al Walden, lo scritto più famoso è infatti senza dubbio Disobbedienza civile, un opuscolo pubblicato nel 1849 nel quale viene teorizzata l’idea dell’opposizione non violenta che tanto seguito avrebbe avuto nel secolo successivo. Morì alle nove di mattina del 6 maggio 1862, di tubercolosi, dopo circa un anno di sofferenze fisiche. Sentendosi avvicinare la fine, consolò la madre, la sorella e gli amici con queste parole:
È meglio che le cose finiscano… Sì, questo è un bel mondo, ma fra poco ne vedrò uno ancor più bello“.
Alla zia, che gli chiedeva se si era messo in pace con Dio, rispose:
Non mi sembra di averci mai litigato“.
Rifiutò ogni “religiosità” fino alla fine, sentendosi perfettamente in pace con se stesso e con l’infinito e quando, sul letto di morte, qualcuno gli domandò se già poteva vedere “l’altra sponda” rispose: “Un mondo alla volta!“. Tra le sue opere postume bisogna ricordare Le escursioni (1863), I boschi del Maine (1864), e Un americano in Canada. Scritti antischiavisti e riformatori (1866).

Gli Stati Uniti d’America tra il 1790 e il 1850: contesto storico e culturale

Tra il 1861 e il 1865, il processo di espansione verso occidente, l’aggravarsi del problema della schiavitù e del differente sviluppo tra regioni del nord e del sud condussero gli stati nordamericani alla guerra civile. Dal punto di vista dell’ indipendenza culturale dall’Inghilterra, non si resero evidenti in questo periodo particolari progressi: la lingua parlata era l’inglese, i libri inglesi, pubblicati dagli editori nordamericani in assenza di leggi protettive, inondavano il mercato e gli scrittori britannici romantici (W. Scott, Coleridge, Wordsworth) esercitavano un fortissimo condizionamento su tutta la letteratura. Nella prima metà del XIX secolo tuttavia, nell’ambito della produzione poetica e narrativa, si giunse alla definizione di elementi caratteristici ed autonomi se non rispetto ai modelli anglosassoni, almeno rispetto ai prodotti specifici. Su questa linea si collocarono Charles B. Brown, Washington Irving, James F. Cooper, e soprattutto Edgar A. Poe. Il primo a tentare la creazione di una nuova letteratura che rispecchiasse gli orizzonti fisici e le atmosfere psicologiche del Nuovo Mondo fu proprio Charles B. Brown che riprese i moduli e i meccanismi narrativi del romanzo nero inglese e diede inizio, in questo senso, ad una tradizione specificamente nordamericana. Nell’ambito della poesia, il maggior esponente, nel periodo a cavallo degli anni della guerra civile, fu Walt Whitman. Tra il 1850 e il 1855 la produzione letteraria negli Stati Uniti raggiunse un ottimo livello. Gli autori, provenienti in gran parte dal New England e dallo stato di New York, esprimevano speranza ed angoscia, desiderio di affermazione del nuovo e dubbi tormentati nei confronti delle origini. I temi  affrontati facevano riferimento al rapporto tra gli abitanti nordamericani e la loro terra continentale, ai problemi della natura e della sopravvivenza fisica, dello stato selvaggio e della civilizzazione. A partire dal rigorismo calvinista del Settecento, che vedeva dappertutto segni di Dio, si sviluppò nell’Ottocento l’unitarianismo, un movimento che credeva in un Dio benevolo e favorevole a lasciare l’uomo libero di fare affidamento sulle proprie facoltà interpretative e la cui idea centrale era rappresentata dalla dottrina dell’apertura mentale, in virtù della quale tale movimento perseguì un progressivo, ma radicale affrancamento dall’atteggiamento religioso tradizionale.
Da questo movimento nacque il trascendentalismo, che propugnò l’abolizione della religione puramente formale e riconobbe la possibilità del singolo, lasciato  nella solitudine delle proprie percezioni, di raggiungere e conquistare un più alto senso della natura.

Il trascendentalismo

Il trascendentalismo è un movimento filosofico e poetico, sviluppatosi nel Nord America nei primi decenni dell’Ottocento, nel quale, partendo dall’affermazione di trascendentale kantiano come unica realtà, si esprimeva una reazione al razionalismo e un’esaltazione dell’individuo nei rapporti con la natura e la società; motivi che in definitiva possono ricondursi all’ideologia romantica, anche se il trascendentalismo si poneva come vigorosa affermazione dell’originalità della cultura americana nei confronti di quella europea.
I maggiori rappresentanti della cultura e della filosofia del trascendentalismo sono Ralph Waldo Emerson (1803-1882), Nathaniel Hawthorne e Henry David Thoreau. La lettura di Emerson influì su Friedrich Nietzsche e questo è stato il tramite con cui il trascendentalismo si è riversato nella cultura europea. D’altra parte, su Emerson ebbe larghissima influenza l’opera del pensatore scozzese Thomas Carlyle, il quale (soprattutto con il suo Sartor Resartus, pubblicato per la prima volta in volume negli Stati Uniti proprio a cura di Emerson) ebbe la funzione di mediatore tra la letteratura tedesca (Fichte e Goethe innanzitutto) e il pensatore americano.
Altri trascendentalisti furono Margaret Fuller, John Muir, Amos Bronson Alcott, Louisa May Alcott, Walt Whitman, Emily Dickinson, George Ripley, William Ellery Channing, Charles Timothy Brooks, Orestes Brownson, William Ellery Channing, William Henry Channing, James Freeman Clarke, Christopher Pearse Cranch, John Sullivan Dwight, Convers Francis, William Henry Furness, Frederic Henry Hedge, Sylvester Judd, Theodore Parker, Elizabeth Palmer Peabody, Thomas Treadwell Stone e Jones Very.
Edgar Allan Poe cita i trascendentalisti nel racconto Non bisogna scommettere la testa con il diavolo, all’interno del quale svolge una vicenda che egli stesso definisce “morale” in ossequio ai suoi critici trascendentalisti che lo accusavano di immoralità. Tra gli autori citati da E. A. Poe vi sono Carlyle ed Emerson.

Il pensiero di Thoreau

Thoreau si inserisce a pieno titolo nel ristretto ambito di artisti e scrittori protagonisti del cosiddetto “Rinascimento americano”. Ma, a differenza degli altri esponenti di questa “corrente”, i già citati  R.W. Emerson, W. Withman, N. Hawthorne ed H. Melville, Thoreau fece della sua “coerenza” una vera e propria poetica se non una filosofia di vita. Egli rifiutò una accezione della filosofia di carattere puramente intellettualistico, anche se il suo pensiero si andò organizzando intorno ad alcune idee chiave, in particolare:
– scrivere dando voce alla natura e alla storia che in essa si incide;
– scrivere come gesto vivo;
– scrivere come vigoroso atto d’amore verso la realtà e come espressione di una totale esigenza di realtà,
e su questi principi verrà costruita, nei decenni successivi, una parte considerevole della moderna letteratura americana.
Tacciato di un certo egocentrismo venato di aristocratico disprezzo, Thoreau, in realtà, soprattutto in Walden (o Vita nei boschi), cercò di proporre uno stile di vita che presupponeva drastici interventi, in forza dei quali chiunque, al termine della propria esistenza, avrebbe raggiunto la consapevolezza di non aver sprecato la propria vita. La “ricetta” di Thoreau presupponeva la disponibilità del singolo a vivere con saggezza per affrontare solo i fatti essenziali della vita, a vivere felicemente in modo spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita, e a ridurre la vita stessa ai suoi termini più semplici. Thoreau lanciava questi forti messaggi, che risultavano quindi essere fortemente provocatori, nel bel mezzo dell’ascesa tecnologico-consumistica degli Stati Uniti e dell’emergere del tipico “way of life”  americano, di cui egli fu forse uno tra i primi e più decisi critici. L’isolamento in cui condusse la maggior parte della sua esistenza gli consentì di sviluppare un discorso in chiave ampiamente introspettiva e di approfondire idee e concetti che sono divenuti punto di riferimento ideale per generazioni di ecologisti, pacifisti ed anticonformisti che al “credo” del filosofo, alla sua prosa sonora e talvolta enfatica, hanno riconosciuto la dignità di una formale promessa di riscatto. A questa particolare figura di intellettuale impegnato viene pertanto riconosciuta una modernità ed un’attualità che i suoi contemporanei non potevano percepire per obiettivi motivi di prospettiva storica. Quella di  Thoreau è una personalità originale ed estrosa, caratteri che si rispecchiano nella sua ampia produzione letteraria, in cui, come filo conduttore comune, Thoreau invita i suoi lettori con i toni profetici a contrapporre alla macchina della civiltà l’ascolto e la cura della propria dimensione interiore e a celebrare  un matrimonio con la natura fondato sull’allargamento della visione del mondo e delle prospettive e non sul possesso. Percorse le contee americane tenendo veri e propri sermoni laici che nel loro insieme costituiscono un vero e proprio classico del pensiero americano. Il tipico stile “anti-letterario” dei trascendentalisti americani è mitigato in Thoreau da una leggerezza esuberante ed arguta, da un umorismo tagliente ed una concreta aderenza alle cose, non disgiunta da un profondo lirismo. Nelle sue opere, Thoreau indica nella prassi del vagabondaggio e nell’impulso migratorio il rimedio all’ansia che la modernità e il progresso finiscono per generare. Ciò cui tali concetti sembrano ricollegarsi immediatamente è l’idea totalmente americana della frontiera; lo stesso Thoreau, in molti dei suoi scritti, associa una visione mitica del West alla terra del domani, della nuova vita, luogo di organica unità, di speranza e di progresso, di libertà e di indipendenza. Da tale mito della frontiera Thoreau prese le distanze nel momento in cui andò articolando, in Civil Disobedience, una visione apocalittica del destino delle società americana che, nata ad Est e sviluppatasi verso Ovest, avrebbe trovato il suo declino sulle rive dell’Oceano Pacifico. Nel corso dei suoi viaggi e delle sue peregrinazioni, Thoreau non perse  l’occasione di osservare da vicino la natura con lo sguardo tipico dello studioso che cerca di apprendere; il suo approccio di tipo analitico prevedeva un’osservazione ravvicinata, ma il filosofo non disdegnava nelle sue escursioni l’osservazione della natura in modo più ampio e globale per cercare in essa la  trama completa dell’intero tessuto naturale. Il suo atteggiamento nei confronti della natura è stato il punto di riferimento ideale della corrente “preservazionista” che ha permesso la nascita di quel forte movimento d’opinione che ha portato alla creazione dei grandi parchi nazionali americani.

Thoreau e la filosofia dell’essere: “L’uomo è artefice di sé”
di Angelo Franchitto

Henry David Thoreau, fu un uomo che nella sua vita si mosse sempre al limite tra filosofia, poesia e scienza; sempre attento a fare in modo che ci fosse un accordo tra esperienza e scrittura, ma in modo particolare, era attento a trovare quello spirito d’umanità, senza il quale tutto sembra essere perduto.
Bisogna dire che Thoreau ha sempre seguito, come proprio credo filosofico, un imperativo fermo che parte dalla nostra coscienza, secondo cui l’uomo debba incidere sulla qualità della vita di ogni giorno, e di rendere moralmente superiore la propria esperienza.
La particolarità del pensiero di Thoreau la troviamo sicuramente dai suoi “diari”, che rappresentano non solo una valida biografia del filosofo, ma sono stati un valido laboratorio formativo attraverso il quale Thoreau è riuscito a far maturare il suo essere scrittore, storico-naturalista e critico sociale.
Sarà proprio dall’esperienza dei suoi diari, che egli svilupperà una invidiabile capacità di scrittura creativa, dalla quale attingerà per scrivere i suoi libri.
Con il tempo i diari diventarono essi stessi un’opera compiuta, all’interno della quale la natura, vista in tutte le sue manifestazioni, era il tema dominante.
La ricerca della natura, come ricerca della “verità”, in Thoreau è frutto di un forte condizionamento da parte del pensiero filosofico del Trascandentalismo, che conoscerà nel 1837, quando entrò a far parte del circolo trascendentalista di R. W. Emerson; di cui i maggiori esponenti sono: Thoreau, W.E.Channing, Bronson Alcott e Margaret Fuller.
Emerson, conosciuto e stimato filosofo, saggista, docente e poeta; ebbe una grande influenza sulla formazione di Thoreau, ispirandolo con il saggio “Nature”, e diventando per lui più che un maestro, un vero e proprio modello di vita, una guida per il Thoreau scrittore.
Nel confronto con Emerson, possiamo osservare la ricerca, in Thoreau, di una scrittura e di un linguaggio che rispondano ai requisiti di verità e di esperienza, ovvero di contenuto, visto come condizione necessaria per una vera crescita della persona.
Il fulcro dell’insegnamento di Emerson per Thoreau si concentra sul concetto di fiducia in se stessi.
La fiducia in sé diventa fondamentale e molto importante, per il senso che indica nel momento in cui vi è una presa di coscienza intuitiva e spontanea. Una presa di coscienza che rende ogni persona veramente artefice del proprio destino. Un destino che va messo in relazione alla Natura, che simbolicamente viene intesa come rappresentazione di Dio, una figura che viene spiegata come un’anima universale, presente dentro e fuori da noi.
In questo senso, perciò, bisogna seguire un percorso di riappropriazione e perfezionamento della propria esistenza individuale come persona. Un percorso che deve passare per un nuovo processo di naturizzazione, nel quale non si opera più alla ricerca di una dimensione perfetta in maniera originaria, come situazione antecedente alla società così come la conosciamo.
Cioè, con Emerson, non siamo alla ricerca di uno stato di Natura, come Rousseau, ma cerchiamo di adeguarci alla Natura, come una sorta di comunione, che ci spinge a cercare un contatto con qualcosa di più Alto.
Nella conferenza di Parigi del 5 Ottobre 1833, Emerson ha indicato alcune delle sue idee più importanti che avrebbe poi sviluppato nel saggio “Nature”:
La natura è un linguaggio e di ogni fatto nuovo, si impara una parola nuova, ma non è un linguaggio preso a pezzi e morto nel dizionario, ma la lingua a mettere insieme in un senso più importante e universale. Vorrei imparare questa lingua, non che io sappia una nuova grammatica, ma che può leggere il grande libro che è scritto in quella lingua
Emerson presenta la natura come una lingua, fatta di una sua grammatica. Possiamo capire la natura (parlare la sua lingua) solo se impariamo la sua grammatica.
Thoreau afferma: “Lo studioso che ha solamente armi letterarie è incompleto. Deve essere un uomo spirituale. Deve essere preparato al cattivo tempo, alla povertà, all’offesa, alla stanchezza, alla dichiarazione di fallimento e a molte altre contrarietà. Dovrebbe avere tanti talenti quanti più può
Cioè segue l’idea di Emerson di “imparare” la lingua della natura, ma bisogna andare oltre la speculazione filosofica e dottrinale. L’uomo deve essere “pratico”, vivere la realtà della natura.
Thoreau invita l’uomo a guardarsi dentro, a scoprire le potenzialità che ogni persona ha, ed esternarle.
Tirare fuori, esprimere se stessi, è un messaggio forte. Bisogna lottare contro gli ostacoli e le limitazioni sociali che la realtà ci pone.
Il senso pratico in Thoreau è molto accentuato. Egli ci dice quanto sia importante tenere unito corpo e spirito. L’uomo è artefice di sé stesso, e la sua è una filosofia dell’essere.

Le opere (piccola cernita personale)

1- Civil Disobedience

Il saggio più famoso di Henry David Thoreau, comunemente noto come Civil Disobedience, in realtà non venne mai pubblicato dall’autore con questo titolo. Fu dato alle stampe per la prima volta nel 1849 con il nome di Resistance to Civil Government all’interno del libro Aesthetic Papers, curato ed edito da Elizabeth Peabody, ed esso altro non era che la trascrizione di una lezione, dal titolo The Rights and Duties of the Individual in Relation to Government, tenuta da Thoreau nel febbraio del ’48 davanti al Concord Lyceum. Questo testo polemico fu comunque rapidamente dimenticato e lo stesso Thoreau non lo ha mai citato. Fu Tolstoj che riusciì a leggerlo e invitò gli americani, in una lettera pubblicata dalla North American Review all’inizio del XX secolo, a recuperare l’atteggiamento coraggioso ed esemplare di un individuo che ha osato affrontare un governo che sbaglia. Mohandas K. Gandhi, ancora studente presso l’Università di Oxford, venne in possesso dello scritto per intercessione di Henry S. Salt, biografo di Thoreau; Gandhi ne rimase entusiasta e, una volta diventato avvocato, lo pubblicò nella sua rivista Indian Opinion, il 26 ottobre 1907; in seguito, e fino al giorno in cui verrà assassinato, nel 1948, non smetterà mai di raccomandare la disobbedienza civile, che associa alla pratica della non violenza. Soltanto dopo la morte di Thoreau il saggio fu ristampato col titolo di Civil Disobedience, con il quale è diventato poi famoso in tutto il mondo. Convinto antischiavista, Thoreau per tutta la vita scrisse e tenne conferenze contro la schiavitù, specialmente dopo l’approvazione nel 1850 della Fugitive Slave Law che obbligava gli ufficiali del Nord a catturare e restituire gli schiavi fuggiti dal Sud. Egli stesso aiutò alcuni fuggitivi e, in nome del rispetto dei diritti dell’uomo, criticò sempre duramente il fatto che una corte di tribunale potesse decidere in merito alla libertà o meno di un individuo. Thoreau condannò il governo statunitense non solo per l’ammissione dell’istituto della schiavitù, ma anche per l’impegno in una politica imperialistica di espansione, la cui diretta conseguenza fu la guerra col Messico. Per dissociarsi completamente da questi indirizzi politici e per non farsi coinvolgere in una qualsiasi forma di collaborazione con la  condotta del governo, Thoreau rifiutò sempre categoricamente di pagare le tasse e per questo fu anche arrestato. Nel luglio 1846, infatti, proprio a Concord dove era nato, Thoreau incontrò Samuel Staples, un vigile comunale incaricato dell’esazione delle tasse, che offrì a Thoreau persino la possibilità di anticipare il denaro necessario per saldare il suo debito. Thoreau, che da quasi due anni viveva in una capanna nel cuore della foresta di Walden e che si trovava in quel momento in città per recuperare le scarpe dal calzolaio, di fronte a questa offerta rispose che, per principio, rifiutava di versare soldi ad uno Stato di cui disapprovava profondamente la politica e che non voleva in alcun modo che il proprio denaro risultasse essere un contributo a favore di un conflitto ingiusto, la guerra contro il Messico. Venne fermato e trascorse la notte in guardina, anche se una donna, probabilmente la zia Maria Thoreau, pagò le tasse in questione. Proprio per spiegare le ragioni del suo arresto e della sua condotta, Thoreau scrisse il saggio Civil Disobedience, che vede come tema centrale la priorità dei diritti di ogni individuo rispetto all’insieme delle leggi: in nome del rispetto della coscienza individuale, egli ammette esplicitamente il principio della disobbedienza, pienamente giustificata, a suo avviso, dal fatto che sono quelle stesse leggi che ammettono la schiavitù a calpestare la dignità dell’uomo. Appare evidente che una simile concezione implica la fiducia pressoché  illimitata nelle capacità del singolo individuo di saper scegliere tra giusto e sbagliato e che un tale atteggiamento, che non riconosce valore alle idee espresse dalla maggioranza, ma che difende e tutela invece solo le idee di giustizia e moralità espresse dal singolo, può in effetti compromettere le possibilità di una comune convivenza democratica. Altro aspetto per cui le idee di Thoreau si sono imposte nel corso del ventesimo secolo è quello della condanna della violenza: a leggi o imposizioni ingiuste egli contrappone una sorta di resistenza passiva, il rifiuto cioè di compiere azioni o manifestare comportamenti che non si condividono e di sostenere un governo che vuole imporre, con la minaccia della detenzione, determinate azioni. Nel suo saggio Thoreau non fa mai riferimento a forme di protesta violenta e, soprattutto grazie a figure come Gandhi e Martin Luther King, che fecero della non violenza la linea guida della loro azione, oggi Disobbedienza civile è considerato una sorta di vademecum della protesta sociale pacifica, un saggio molto conosciuto e dibattuto soprattutto nell’epoca attuale, in un momento storico in cui le trasformazioni a livello politico, in Europa ma non solo, rendono di grande attualità il rapporto tra governanti e governati. Thoreau dà inizio alla trattazione con l’affermazione, pienamente condivisa, secondo la quale il governo migliore è quello che governa meno. Tale principio, se attuato, porta a suo avviso ad un’altra importante affermazione, quella secondo cui il miglior governo è quello che non governa affatto; quando gli uomini saranno pronti, sarà proprio questo il tipo di governo che dovranno darsi. Il governo è, secondo Thoreau, unicamente uno strumento, anche se, nella maggior parte dei casi, si tratta di uno strumento inutile. Molto discutibile è inoltre l’esistenza, in ogni stato, di un esercito permanente che, dal punto di vista dell’autore, altro non è che un braccio armato del governo. Quest’ultimo, che è la forma mediante la quale il popolo ha scelto di esercitare la propria volontà, è spesso colpevole di abusi e di deviazioni, di cui è prova lampante la guerra contro il Messico, portata avanti e condotta da un numero relativamente piccolo di individui che si servono del governo come di un proprio strumento per attuare un’impresa alla quale il popolo non avrebbe certamente dato il proprio consenso. Thoreau prosegue quindi con le sue accuse nei confronti del governo americano, colpevole a suo avviso di non possedere alcuna vera e reale vitalità, dal momento che non è mai stato in grado di portare a termine alcuna azione positiva, mentre al contrario ha mostrato grande alacrità e precisione nel venire meno ai propri compiti. Il governo, secondo Thoreau, non garantisce la libertà, non fornisce istruzione e non offre risorse ai cittadini, i quali quindi, senza gli ostacoli interposti dai governanti, potrebbero certamente condurre uno stile di vita migliore. Thoreau, tuttavia, a differenza di coloro che si dichiarano anarchici, non chiede l’abolizione del governo, ma aspira unicamente ad un governo migliore, espressione vera della volontà e delle esigenze dei cittadini. Dal suo punto di vista, il fatto che una maggioranza possa governare per un lungo periodo ininterrottamente non dipende dal fatto che questa operi in modo giusto, nel rispetto delle coscienze, ma dipende unicamente dall’uso della forza, esercitato per mezzo delle leggi. A suo avviso l’unico reale obbligo che può assumersi un individuo è quello di essere uomo, prima ancora di essere cittadino, e di agire pertanto come  ritiene giusto. Nessuna legge, secondo Thoreau, ha mai reso gli uomini più giusti, anzi, al contrario, l’obbligo di rispettare le leggi ha reso gli onesti dei veri e propri agenti di ingiustizia; basti pensare che per legge vengono organizzati gli eserciti che portano avanti guerre contrarie al buon senso e ai valori perseguiti dalla maggior parte delle coscienze e ciò è sufficiente a farci comprendere che la massa degli uomini serve lo stato non come popolo dotato di coscienza civile, ma come macchine con i propri corpi. Nella maggior parte dei casi quindi, secondo Thoreau, nella vita di un cittadino non c’è spazio per il libero esercizio della facoltà di giudizio o del senso morale, prova ne è il fatto che sono comunemente ritenuti buoni cittadini coloro che servono lo stato come fantocci nelle mani del governo. Thoreau a questo punto si chiede come debba comportarsi un uomo nei confronti del gruppo di potere che governa lo stato. Sicuramente non deve farsi coinvolgere divenendo complice delle sue azioni; è poi pienamente riconosciuto e perseguibile il diritto all’insubordinazione, cioè al rifiuto dell’obbedienza e alla possibilità quindi di opporre resistenza nei confronti del governo stesso, quando la sua tirannia o la sua inefficienza divengano intollerabili. Tutto ciò, tuttavia, per poter essere attuato richiede che i tempi siano maturi e l’unica posizione sostenibile, a parere di molti, è seguire il criterio della convenienza: finchè l’interesse di una società lo richiede, fin tanto cioè che un governo in carica non può essere combattuto o rovesciato senza danno pubblico, è volere di Dio che a tale governo si presti obbedienza. In effetti però, secondo Thoreau, il principio della convenienza non può essere applicato nel caso in cui sia un intero popolo a dover fare giustizia; per seguire un paragone impiegato dall’autore nel testo, se abbiamo ingiustamente privato di un appiglio un uomo che sta per cadere in un baratro, dobbiamo restituirglielo, anche a costo di precipitare noi nel precipizio. Pertanto, secondo Thoreau, il popolo americano del suo tempo deve cessare di riconoscere la schiavitù e di condurre una guerra ingiusta contro il Messico, anche se ciò potrà costargli la sopravvivenza come popolo. L’opposizione esclusivamente teorica alle grandi ingiustizie sociali senza alcuna azione concreta per porvi fine è del tutto inutile, anzi dannosa e soprattutto di comodo; attendere che altri pongano rimedio al male, così da non doversene più rammaricare, limitandosi a dare il proprio voto a coloro che solo apparentemente promettono giustizia, è dal suo punto di vista inutile e moralmente riprovevole. Secondo Thoreau, quindi, un uomo veramente saggio sa bene che non potrà abolire la schiavitù con il proprio voto e tutti coloro che, pur disapprovando il carattere e i provvedimenti di un governo, continuano ad esprimere, mediante il voto, il proprio favore a politici che in effetti non agiranno in alcun modo, rappresentano i più seri ostacoli ad ogni possibile cambiamento. Thoreau si chiede quindi quale sia il corretto atteggiamento da adottare di fronte ad una legge ingiusta: obbedire in attesa di un cambiamento o trasgredirla per annullarla? Se l’ingiustizia è parte della macchina dello stato e se le leggi realizzano questa ingiustizia anche grazie alla nostra complicità, secondo Thoreau è nostro dovere infrangere le leggi stesse per non operare a favore di quello stesso male che condanniamo. Gli strumenti che lo Stato ha predisposto per porre rimedio al male rappresentano quindi, secondo l’autore, essi stessi il male: la Costituzione è il male, gli avvocati che perseguono il rispetto della legge rappresentano il male e pagare le tasse è male. Dal punto di vista di Thoreau, se mille individui decidessero di non pagare le tasse, ciò non rappresenterebbe una misura molto violenta, mentre veramente violento sarebbe pagarle e permettere allo Stato di commettere violenze e versare sangue innocente. Questo semplice gesto è un piccolo esempio di ciò che Thoreau definisce rivoluzione pacifica; dire di no in modo semplice, ma efficace alle richieste dello stato è l’unico modo per esprimere il nostro dissenso. L’autore analizza quindi la questione della proprietà e dell’accumulo di ricchezze. A suo avviso, coloro che sostengono e perseguono il diritto più puro, e sono conseguentemente i più pericolosi per lo Stato, non hanno dedicato molto tempo ad accumulare beni e proprietà, quindi il governo agisce ben poco a difesa dei loro interessi. L’uomo ricco, invece, divenuto tale anche grazie alla particolare tutela dello Stato, è sempre schiavo dell’istituzione che lo ha arricchito. In generale, più abbondano i soldi, minore è la virtù poiché il denaro si interpone fra l’uomo e gli oggetti; se si decidesse di vivere senza utilizzare denaro, lo Stato mai ne pretenderebbe da noi e mai noi avremmo bisogno della sua protezione. Thoreau prosegue sottolineando come l’unico luogo che il governo americano ha garantito agli spiriti più liberi e giusti sia il carcere, luogo emarginato, ma veramente indipendente dove lo Stato pone tutti coloro che non sono con lui, ma contro di lui, l’unica dimora in cui, in uno stato schiavista, un uomo libero possa abitare con onore. Non potendo agire nei confronti delle proprietà che queste persone non possiedono, lo Stato deve intervenire agendo sui loro “corpi” e limitando la libertà; nessun governo si confronta mai infatti con i sentimenti e i valori di un uomo, ma solo con il suo corpo e con i suoi sensi e non possiede intelligenza ed onestà superiori, ma solo superiore forza fisica. L’autore, inoltre, cerca di argomentare con maggiore precisione in che cosa consista effettivamente il rifiuto di pagare le tasse. Tale rifiuto non si concretizza nel non pagare alcuna tassa; le imposte per il mantenimento delle strade statali devono infatti essere corrisposte e ciò perché essere un buon vicino di casa è importante tanto quanto aspirare ad essere un cattivo cittadino e combattere contro lo stato. Dietro il rifiuto di pagare le tasse si cela, da parte dell’autore, la speranza di poter conoscere effettivamente il percorso del denaro per evitare che con questo sia possibile comperare la libertà di un uomo o acquistare armi con cui uccidere altri uomini. In definitiva, Thoreau dichiara guerra allo Stato in un modo tutto personale, anche se cerca di trarre dallo Stato stesso i vantaggi che gli sono possibili. Se altre persone, afferma, decidono di pagare le tasse al posto suo, per pura solidarietà nei confronti dello Stato stesso o nei confronti della sua persona, non fanno altro che rendersi complici di un’ingiustizia. Thoreau nelle sue accuse non risparmia nemmeno gli statisti e i legislatori, i quali, per il fatto di essere così coinvolti con le istituzioni, effettivamente non le rispettano: la verità degli avvocati e degli statisti non è effettiva verità poiché questa è sempre in armonia con se stessa e non si prefigge mai in nessun modo lo scopo di mostrare come la giustizia può accordarsi con il perseguire il male. L’autorità di governo, conclude Thoreau, anche nel momento in cui si comprende che essa è in grado di operare meglio di quanto noi stessi non siamo in grado di fare, è comunque impura: per essere veramente giusta deve avere il consenso e l’approvazione dei governati e non può avere diritti assoluti sulla nostra persona e sulla nostra proprietà al di là di quelli che noi concediamo. Il passaggio da una monarchia costituzionale ad una democrazia deve essere contrassegnato da un progresso dal punto di vista del rispetto dell’individuo e non vi sarà mai uno stato realmente libero ed illuminato finchè lo Stato non riuscirà a considerare l’individuo come la forma d’autorità più elevata, da cui lo Stato stesso deriva il suo potere.  L’idea di Stato a cui pensa Thoreau è quindi uno stato in grado di essere giusto con tutti gli uomini e di trattare l’individuo con il massimo rispetto, uno stato inoltre che non consideri in contrasto con la propria tranquillità il fatto che alcuni vivano in disparte, senza intromettersi nei suoi affari e senza lasciarsi da questi sopraffare. Uno governo in grado di dare questo genere di frutti preparerebbe la strada, secondo Thoreau, ad uno Stato ancor più perfetto e glorioso, che si può immaginare, ma che ancora in nessun luogo è stato possibile realizzare.

2 – Walden, ovvero La vita nei boschi

Walden è il resoconto di due anni di vita solitaria che Henry Thoreau trascorse nella campagna del Massachusetts fra il luglio del 1845 e il settembre del 1847, ma è anche il testo da cui, oltre un secolo dopo, prenderanno le mosse i movimenti ecologisti e ambientalisti di mezzo mondo. Si tratta di un semplice diario che unisce la descrizione della vita quotidiana, fatti di suoni, rumori e odori, all’esperienza interiore, ma è anche, per contrasto, una riflessione sull’economia, sulla politica, sulla democrazia, sugli Stati Uniti, che in quegli anni si vanno affermando come potenza. Tra le pagine di questo libro, in cui viene rappresentata la semplicità della vita fra i boschi, si scopre anche perché Thoreau è l’autore cui si ispireranno Gandhi e le controculture contemporanee, che lo rileggeranno e lo rielaboreranno, criticandolo sì, ma assumendolo come punto di partenza.
L’aggettivo più adatto ad esprimere un giudizio su Walden è pertanto attuale: la ricerca di uno stile di vita sostenibile, il dialogo con le filosofie orientali, il rapporto paritario con la Natura, la critica al lavoro e alla società dell’abbondanza sono temi di cui si dibatte sicuramente più oggi di quanto non avvenisse nel momento storico in cui il libro è stato scritto, ed è per questo che le soluzioni elaborate dall’autore oggi ci fanno sorridere e non appaiono più tanto originali.
L’aspetto sicuramente più interessante, oltre alla fluidità della prosa e ai frequenti mutamenti di registro, è dato dal fatto che Thoreau, in questo scritto, ha delineato un metodo, che integra in modo nuovo ed inedito tre differenti strategie molto distanti fra loro, la spinta verso il compimento di scelte autonome e consapevoli, lo humor e il contatto con la natura.
Relativamente al primo aspetto ciò che Thoreau propone non è tanto un modello da seguire; egli stesso infatti afferma:
“Io non vorrei che nessuno adottasse il mio modo di vita […]; perché […] desidero che ci sia al mondo il maggior numero possibile di persone diverse; ma renderei ciascuno molto attento a scoprire e perseguire il suo modo.
Thoreau quindi sembra puntare sulle potenzialità del singolo individuo e ciò fondamentalmente per due motivi: in primo luogo per una questione metodologica, poiché la  conquista della consapevolezza, se non vuole ridursi a pura consuetudine, deve necessariamente avvenire attraverso un percorso personale ed individuale di ricerca; secondariamente per una questione di carattere pratico, poiché chi viaggia da solo può partire in qualsiasi momento, mentre chi va con un altro deve aspettare che questo sia pronto. Ciò che però traspare dalla lettura del Walden non è solo che ogni individuo viene esortato ad affermare la propria autonomia e a compiere il proprio cammino, ma anche che la scelta di operare un taglio con la civiltà è frutto di un preciso bisogno. Thoreau, in definitiva, non si rivolge alle persone soddisfatte e  contente di lavorare e di vivere in società, ma lancia i suoi appelli unicamente a coloro che sentono il bisogno di una nuova vita e che per questo sono più pronti ad accoglierla. I meglio preparati a “perdere il mondo per ritrovare se stessi” sono infatti coloro che, in quel mondo, hanno ben poco da guadagnare e la loro ricerca, anche se, come già detto, è frutto di un percorso individuale, nasce tanto da pulsioni intime quanto da esigenze concrete condivise.
L’uomo, secondo Thoreau, che non è in grado con i propri mezzi di conciliare spirito e materia, solo nel contatto con la Natura può sperimentare una parvenza di unità ed imparare così a riprodurla e ciò perché nella Natura c’è un elemento che coinvolge spirito e materia allo stesso modo, una sorta di sintesi tra i due opposti. Questa sintesi è rappresentata dal “selvatico”, dal contatto puro con la natura, che serve, secondo Thoreau per essere testimoni della trasgressione dei nostri stessi limiti. Una massiccia esposizione al “selvatico” riesce a rieducare l’individuo e a riportarlo in grado di sentire la vita, che è un continuo fermento e brulichio di cuore e stomaco: se il cuore batte in ciascuno di noi ad un ritmo diverso, lo stomaco è più o meno lo stesso per tutti e rappresenta l’elemento in grado di annullare i rischi dell’individualismo.
Il Walden, che ad un’analisi superficiale appare lontano da noi nel tempo e nello spazio, si rivela invece in grado di parlare perfettamente al nostro presente per mezzo del suo protagonista, lo stesso Thoreau, che, pur essendo voce di una nazione che comincia a lasciare, nel bene e nel male, il suo segno indelebile nella storia, è anche il motivo ispiratore di tutte le istanze più libertarie e democratiche in America e nel mondo.

3 – CAMMINARE: “Viaggio alla scoperta della natura e di sé”
Di Angelo Franchitto

Camminare è una raccolta di pensieri elaborati da Thoreau durante le sue lunghe escursioni solitarie nella natura selvaggia, che l’autore registra a mo’ di diario, come esperienze di vita, e che trascrive in un libro del 1862 poco prima di morire.
Si tratta di uno splendido resoconto, in cui emerge nell’autore l’influenza positiva della Natura, considerata “guaritrice” di tutti i mali dell’animo umano.
Quest’opera trasmette, al lettore, il desiderio, proprio di Thoreau, di inoltrarsi nella foresta per allontanarsi da tutto ciò che caratterizza la vita in società, e arrivare là dove non c’è nulla di contaminato dall’uomo, solo la foresta (la Natura) e il proprio sé; dove non esiste la fretta, la lotta, i ritmi frenetici, ma solo armonia.
Ci troviamo di fronte ad un libro che ci mostra la vita come uno stato selvaggio.
Il libro e lo stesso pensiero di Thoreau “vivono” in un mondo in cui la natura rievoca i grandi spazi vergini delle terre degli Stati Uniti. Spazi in cui non vi è ancora avanzata la società civile, e di conseguenza non sono stati corrotti dalle città e dagli uomini.
Camminare diventa la possibilità di stare nella natura, e rinnovare il contatto con essa, e riconoscere che noi (intendendo il genere umano) apparteniamo alla natura.
Ma questo significa anche che contemporaneamente l’uomo, tornando al contatto originario e selvaggio con la natura, prende una posizione di disubbidienza nei confronti delle norme e delle costrizioni che la società consolida intorno all’individuo.
Thoreau, nel libro, che idealmente può essere suddiviso in quattro parti, dedica una sezione all’arte del camminare. Una pratica affinata pian piano, nel corso delle escursioni compiute da solo o in compagnia di Hawthorne, Channing ed Emerson.
Camminare è, secondo Thoreau, una dimensione, che riguarda la tensione pura e selvaggia, che manca alla letteratura inglese; riferendosi ad autori come Chaucer, Spenser, Milton e anche Shakespeare. La tensione di Thoreau è più vicina alla mitologia, è prossima al trascendimento dell’ordine sociale e culturale.
Dopo che nel 1845 ebbe costruto con le sue mani una capanna di legno in una località isolata presso il lago Walden, al fine di sperimentare le importanti evoluzioni psico-fisiche cui porta il contatto con la natura selvaggia, Thoreau capì che  non basta vivere in mezzo agli alberi e alle paludi, ma bisogna, anche e soprattutto, camminare. Iniziò così, ogni giorno, a camminare dalla sua capanna nei boschi, dirigendosi ogni volta in una direzione diversa per almeno quattro ore,  ritenendo una giornata persa quella in cui non avesse camminato.
Per Thoreau, camminare non significa mettere passivamente un passo dietro l’altro. Non è importante neppure vedere il semplice aspetto salutista, anche se sono da prendere in considerazione le conseguenze benefiche che la pratica del camminare ha sul corpo e sull’inquietudine nervosa.
Secondo il pensiero di Thoreau, il vero “camminatore” è colui che sa staccarsi completamente dai propri pensieri quotidiani (ritenuti banali), e arriva invece a guardare dentro di sé, a cancellare tutti i suoi pensieri, e diventare una sorta di tabula rasa che gli permetta di entrare in sintonia con le piante, i minerali, gli animali intorno a lui. Insomma il “camminatore è colui che riesce a realizzare un legame simbiotico con la natura tutta nel suo essere incontaminata e selvaggia”, e che sia quindi in grado di collegare l’individuo con la parte vera di sé.

Sul web: thoreau.it, il primo e unico sito italiano interamente dedicato a Thoreau.

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Un pensiero riguardo “Il disobbediente civile. Vita e opere di Henry David Thoreau”

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