Credo che qualsiasi appassionato di montagna, che la frequenti e ne salga le vette in modo più o meno alpinistico oppure ne venga semplicemente affascinato, sia rimasto parecchio colpito dalla tragica vicenda di Daniele Nardi e Tom Ballard sul Nanga Parbat.
Su quanto è accaduto sono state scritte molte parole, in questi giorni, non di rado fuori luogo. Piuttosto, una delle cose più belle e intense al riguardo l’ha scritta – anzi, l’ha disegnataAlberto Graia, e la vedete qui sotto. Perché in certi casi veramente le parole o sono di troppo, oppure sono troppo poco per ciò che dovrebbero e potrebbero dire.
D’altro canto,
Chi striscia sulla terra non è esposto a cadere tanto facilmente come chi sale sulle cime delle montagne.
(Søren Kierkegaard, Aut-Aut, traduzione di K. Montanari Gulbrandsen e Remo Cantoni, Mondadori, 2015.)
Quando in qualche chiacchierata più meno “ufficiale” mi ritrovavo a parlare di “spessore artistico” in ambito musicale pop, facilmente mi veniva da citare i Talk Talk. Famosissimi soprattutto per quei loro due brani di metà anni ’80, It’s my life e Such a shame, ma che poi, nel pieno del più grande successo immaginabile, decisero di cambiare strada, dirigendosi verso territori musicali e artistici molto più elaborati, più raffinati tanto quanto più ostici all’ascolto. La popolarità ne risentì parecchio ma la qualità artistica, già notevole nel periodo più “commerciale”, raggiunse vette notevoli (il loro ultimo LP, Laughing Stock, è considerato tra i migliori album rock di quegli anni e non solo), facendo diventare la band una delle più influenti del panorama post rock e consacrando il loro leader Mark Hollis, al quale si deve quel cambio di strada musicale, come uno dei più innovativi e geniali compositori tra gli Ottanta e i Novanta, molto apprezzato non solo dalla critica ma pure da tanti colleghi che sovente lo indicavano come fonte d’ispirazione – pur a fronte della tutto sommato esigua produzione musicale. E “innovativo” lo fu, Hollis, anche nella decisione ugualmente controcorrente di lasciare il mondo della musica a fine anni ’90, per dedicarsi alla propria vita privata.
Per ciò la sua dipartita, avvenuta ieri, è particolarmente triste. Come sempre, quando personaggi di tal levatura artistica – e di rimando culturale – se ne vanno.
(Nell’immagine, un ritratto di Mark Hollis fatta da Makkox e tratta dalla sua pagina Twitter.)
Non è mai il momento giusto per morire, inutile rimarcarlo. Ma, a quanto pare, forse ci sono periodi “migliori” per farlo.
Tipo questo, guarda caso. E con “eleganza”, pure.
In fondo lo sosteneva Thomas Mann, ne La Montagna incantata: «La morte di un uomo è meno affar suo che di chi gli sopravvive.» Ecco, infatti!
Presentato il 13 aprile 2018 in anteprima a Torino nell’ambito del Festival Cartoons on the Bay, il cartoon La Stella di Andra e Tati, dedicato alla deportazione delle sorelle Bucci ad Auschwitz, è il primo film di animazione europeo sull’Olocausto.
Per celebrare – nel piccolissimo che può fare il blog, e altrettanto farò anche domani, in Radio Thule – il Giorno della Memoria, trovo assai importante e significativo segnalare un’opera come questa, rivolta specificatamente al pubblico più giovane – la prima in ambito europeo, appunto, a colmare finalmente una lacuna non poco sconcertante. Credo infatti che il valore della memoria e del ricordo possa diventare tanto inestimabile quanto fondamentale (nel senso più pieno di tale termine e della sua origine, fondamento) in primis tra i più giovani, gli uomini di domani, coloro i quali hanno tra le mani il destino del mondo, la costruzione (anche su tali fondamenta, appunto) del suo futuro e la responsabilità di non commettere più gli errori del passato. A loro, ne sono certo, ci si deve affidare e non solo per quanto appena ho affermato ma pure perché, purtroppo, noi adulti abbiamo più volte dimostrato di non aver imparato molto, se non nulla, da tragedie pur tanto spaventose – basti considerare, per dirne una, l’aumento dei fenomeni di antisemitismo in tutta Europa, in Italia monitorati e studiati dall’Osservatorio antisemitismo della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea – CDEC Onlus di Milano.
Affinché finalmente la domanda (retorica) posta da Primo Levi, «Perché la memoria del male non riesce a cambiare l’umanità? A che serve la memoria?» possa finalmente trovare una risposta definitiva.
P.S.: se siete registrati al portale RaiPlay (è gratuito, nel caso), potete vedere in podcast La stella di Andra e Tatiqui.
Ogni volta che ho l’occasione di rivedere e riascoltare Giorgio Gaber, resto sorpreso, sbalordito come la prima volta, meravigliato come se non l’avessi mai sentito infinite altre volte e come se non percepissi il bisogno di risentirlo altrettante volte. Accade di rado, e accade con quei personaggi dei quali capisci da subito il valore umano, la grandezza intellettuale, la genialità sagace e illuminante, la dote rara di ammaliarti e intrigarti facendoti ridere tanto quanto pensare, divertire e riflettere, svagarti e concentrarti, aprirti il cuore, lo spirito, la mente… Tutti elementi, questi, di un’energia vitale imperitura e intramontabile, quella che proprio i più grandi personaggi sanno emanare perennemente ed elargire a chiunque. Presenti sempre, fortunatamente; assenti giammai, necessariamente; rarissimi, tuttavia, per questo ancor più preziosi.
Oggi, Giorgio Gaber avrebbe compiuto 80 anni. Più che un grande personaggio, più che una figura oltre modo necessaria, un uomo, un artista, una voce, un intelletto essenziali: ieri, oggi e sempre.