Continuano a non esserci più gli scrittori di una volta…

P.S. – Pre Scriptum: discorrendo con alcuni amici – tra cui un rinomato libraio – in occasione di un recente evento pubblico circa lo stato derelitto dell’editoria italiana e l’incancrenirsi delle cause all’origine di esso, m’è tornato in mente l’articolo sottostante, che scrissi più di 5 anni fa. L’ho immodestamente citato agli amici, quella sera, come il frutto di personali riflessioni appartenenti al passato ma, a ben vedere, quanto vi scrissi è totalmente valido pure oggi – per ciò ora lo ripropongo alla vostra attenzione. Brutto segno, questo: quando osservazioni su realtà ormai vecchie di anni risultano ancora attuali, è l’indicazione d’un sostanziale stato di involuzione in costante aggravamento col passare del tempo, soprattutto riguardo un’arte creativa ed espressiva quale è la letteratura nonché, più in generale, riguardo la società dalla quale essa scaturisce.
D’altro canto è evidente che il corso di tale stato possa essere invertito rapidamente, in presenza di una volontà condivisa di ottenere tale scopo dentro e fuori l’ambito letterario-editoriale. Basta volerlo, insomma, promuovendo le giuste condizioni culturali a tal fine. Non ci vuole molto: ma lo si vuole?

La letteratura italiana continua a girare attorno ai soliti tre o quattro nomi: Calvino, Gadda, Pavese… Poi viene soltanto una modesta scuola postmoderna nella quale non mi riconosco; un relativismo che finisce per dissolvere l’idea stessa del male. E diciamo la verità, questo vale anche per una certa letteratura americana à la page… non certo Faulkner o Bellow.

(Enzo Bettiza, estratto da Novecento, il secolo del Male ancora in cerca di scrittori forti, Corriere della Sera, 2 aprile 2010.)

Stavo disquisendo qualche giorno fa, con “colleghi” autori ed editori durante la Rassegna della MicroEditoria di Chiari, di tale questione – e lo facevo proprio lì, in un evento dedicato a quell’editoria indipendente nella quale si può ancora trovare letteratura di qualità, sovente ben più che nei cataloghi dei grandi e blasonati editori. Ci si chiedeva, in buona sostanza: ma non è che qui, in Italia, non ce ne sono più di grandi scrittori? Non è che ha ragione Bettiza, che pur con tutta la produzione letteraria ed editoriale contemporanea (e lasciando stare ciò che succede all’estero, in America o altrove, visto che almeno io non conosco così bene quel panorama letterario da poterlo indubitabilmente giudicare) di gente come Calvino, Gadda, Pavese in giro non ce n’è proprio più?
Ovvero, intendiamoci: di bravi scrittori ce ne sono parecchi in circolazione, gente che sa scrivere, che sa usare la lingua italiana, che sa creare storie accattivanti, divertenti, piacevoli da leggere, questo è fuor di dubbio. Ma di autori che sappiano creare opere dotate di autentico valore letterario, di spessore, di rilevanza tale da apparire – anche da subito, fin dalla prima lettura – come qualcosa che certamente resterà, che non verrà dimenticata e superata da altre future cose? Che sappiano mettere nei loro testi non solo belle storie, personaggi suggestivi, argomenti intriganti e/o emozionanti ma pure quel quid, quel tot di vera, alta o altissima letteratura il quale renda i loro libri elementi culturali imprescindibili per il pubblico, dunque per la società, che può usufruire della loro lettura? Ecco, ribadisco: mi viene da pensare e mi è venuto da esprimermi, a Chiari con i miei interlocutori, più o meno come si è espresso Bettiza. Unica differenza, ho citato qualche altro esempio di autore del passato ad oggi, secondo me, mai raggiunto da nessuno (Buzzati, ad esempio).
Da tale riflessione ricavo una provocazione pressoché inevitabile: e se noi autori italiani contemporanei, in quanto esponenti della società dalla quale veniamo e nella quale viviamo ovvero da narratori di essa e gioco forza influenzati da essa e dalla sua realtà ordinaria – pur se scriviamo storie di purissima fantasia – finissimo ineluttabilmente e nostro malgrado ad assumere da questa nostra società una certa parte, poca o tanta, della sua palese decadenza, la quale va a intaccare fin dal principio (ovvero nella nostra testa) la bontà letteraria di ciò che scriviamo? Se la capacità dei grandi scrittori del passato come quelli citati di ergersi al di sopra dell’ordinarietà quotidiana per raccontare storie e scrivere libri realmente originali, illuminati e illuminanti oggi, nel sistema politico, economico, sociale e culturale per molti versi corrotto in cui viviamo, non fosse più possibile? Anzi, se pure quando ci si creda alternativi e “antagonisti” a tale sistema e si ritenga di scrivere cose conseguenti, in effetti non si sia che un ennesimo e patetico sottoprodotto di esso, in fondo fruttuoso al suo proliferare?!?
Insomma – per tornare su un piano più pratico – e se in Italia si leggessero pochi libri anche perché non ve ne siano in giro di così sublimi e imperdibili?
E’ una provocazione, lo ripeto, che peraltro ritaglio in primis su me stesso e sul mio meditare circa tale questione – non sto dando dell’incapace letterario a nessuno, sia chiaro! Ma per il bene della letteratura, in virtù della passione di chiunque verso i libri e la lettura e in considerazione della realtà dei fatti nazionale (senza inutili e vuoti catastrofismi, eh!), credo che ci si debba interrogare anche con modalità così urtanti, in modo da comprendere nel miglior modo possibile la situazione in corso e trarne buone conseguenze, azioni, reazioni e ispirazioni.

P.S. – Post Scriptum #1: l’immagine in testa al post riproduce la pagina di uno dei giornali che hanno ripreso il mio articolo, in tal caso La Voce di Romagna. Cliccateci sopra per leggerlo in un formato più grande.

P.S. – Post Scriptum #2: uno sviluppo successivo delle riflessioni che avete appena letto lo trovate qui, in un articolo a mia firma su Cultora.

Se l’editoria nazionale è nelle mani di personaggi infantili e sboroni…

Salone-Torino-MilanoNo, dai… fino a che livello di ridicolaggine vogliamo arrivare?
Sì, insomma, intendo dire… la questione “Salone del Libro a Torino o a Milano”. È da pochi giorni che s’è scatenata e già è roba da restare basiti. Letteralmente basiti.
Lo anticipavo giusto nel mio precedente articolo su Cultora e qui sul blog (ma articolando la riflessione in modo – diciamo – più diplomatico e analitico) cosa mi pareva stesse uscendo da questa improvvisa querelle. Solo che al solito, la realtà dei fatti ha superato rapidamente ogni speculazione e, intendo dire, verso il basso: il tutto sta già assumendo contorni ridicoli, se non proprio grotteschi ovvero assai irritanti.
Che l’editoria non fosse ormai più, e da parecchio tempo, un’eccellenza nazionale, sotto diversi punti di vista (o sotto tutti i punti di vista?) lo avevamo capito. Ma qui siamo veramente caduti nei consueti e inguaribili vizi italioti, siamo ai soliti campaniletti che si fanno credere possenti ma sono in realtà fatti di inconsistente argilla i quali ombreggiano altrettanto soliti orticelli che ci dicono grandi e rigogliosi e invece sono piccoli, piccolissimi, e assai poveri di buone colture. In essi ormai non si odono che voci boriose, sbraiti sguaiati, capricci infantili, piagnistei, accuse e contro accuse e (scusate) gli “io-ce-l’ho-più-grosso-di-te” (ehm… lo spazio per allestire il Salone, diciamo…) con i contrapposti “no-io-di-più” eccetera, eccetera, eccetera. Dietro a tutto ciò, non è difficile immaginare chissà quali giochi di potere più o meno politici, accordi sottobanco, tornaconti più o meno leciti, lotte intestine per poltrone e scranni vari e quant’altro di – appunto – così tipico, così solito, così tradizionale nelle cose istituzionali (o similmente tali) di questo nostro paese.
Sia chiaro: non sto affatto difendendo Torino ovvero propugnando Milano o viceversa. Anzi, tutt’altro. Semmai, molto più semplicemente ma pure più concretamente, mi faccio domande del tipo: beh, signori voi tutti, ma dove vogliamo andare? Quanto ancora più di adesso volete affossare (e chissà che non sia la botta definitiva) il mercato dei libri in Italia? Perché è lampante fin d’ora, la sorte: di questo passo tale manfrina sabaudo-meneghina, con tutto ciò che vi sta dietro, finirà per danneggiare una volta di più il libro e la lettura, nel nostro paese: un paese nel quale si è reso palese che un Salone del Libro è fin troppo (che sia per colpe sue – e ce ne sono a iosa – o per l’ormai appurata scarsa propensione dell’italiano medio verso la lettura – adeguatamente coltivata da una strategia istituzionale mirata ed efficiente), figuriamoci dunque due, che per di più si da(ra)nno battaglia togliendosi reciprocamente quel poco di aria che potrebbero respirare per sopravvivere!
No, mi spiace: il mondo del libro e della lettura, in Italia, messo com’è nelle mani di siffatti personaggi tanto infantili e sboroni ai quali mi pare evidente che della letteratura – quella vera, quella che fa autentica cultura – interessa sempre meno, non può andare da nessuna parte. Ergo rassegniamoci a contare gli anni, augurandoci non siano mesi, che mancano al suo funerale, oppure si cambi completamente rotta – e nuovamente, nel mio precedente articolo, qualche indicazione a mio parere buona l’ho data, ovviamente senza alcuna pretesa di ragione. Ma con la speranza che per i libri e la lettura, in Italia, un futuro migliore sia ancora possibile.
Che la speranza è l’ultima a morire, si dice, no? – dunque almeno questa, lasciatecela.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Lunga vita allo Strega! (Il liquore, s’intende, più che il premio.)

Logo-Premio-Strega-16-1Non servirebbe nemmeno rimarcarlo, quanto consenso sappia raccogliere attorno a sé lo Strega. D’altro canto è inevitabile, tutto questo apprezzamento: l’ormai lunga e acclamata storia, il prestigio del suo nome, la riconosciuta qualità, e quell’inconfondibile colore giallo dovuto allo zafferano, una delle settanta erbe che lo compone… Sì, lo Strega! – il liquore! Che avevate capito?
Il premio letterario? Ah, no, quello, bisogna ammetterlo, di apprezzamenti ne raccoglie molti meno, anzi… quest’anno, a due mesi scarsi dalla proclamazione del vincitore (che avverrà il prossimo 8 luglio), pare pure che le voci contrarie siano aumentate esponenzialmente, e voci di tono importante: senza contare Adelphi, che allo Strega non ci partecipa da anni, prima ci si è messa Feltrinelli e poi Einaudi ad annunciare, per l’edizione di quest’anno, di non far parte del gruppo – peraltro con accenti piuttosto polemici soprattutto da parte di Feltrinelli, il cui direttore editoriale Gianluca Foglia ha dichiarato che “Lo Strega ha bisogno di un profondo processo di rinnovamento. (…) I grandi gruppi editoriali hanno una capacità di coinvolgimento e relazione con i giurati e questo li favorisce. Tra i giurati ci sono autori e compagni di strada degli editori. Finché rimane così è difficile prenderne parte”. Dichiarazioni che – mi sia concesso di osservare – avrebbero un po’ più senso se provenienti da un piccolo editore, ma sentire il dar contro ai grandi gruppi editoriali da parte del direttore editoriale di uno di essi, perdonatemi, è cosa non poco buffa.
Appunto, a proposito di piccoli editori: in gran pompa magna l’organizzazione del premio aveva annunciato, lo scorso anno che “Il premio Strega cambia e si apre alla piccola editoria. Stando alle nuove regole del premio di narrativa, deve esserci almeno un libro di un editore medio o piccolo nella cinquina finale.” A parte che questa è in buona sostanza una indiretta ammissione di colpa – dacché equivale a dire: ok, fino allo scorso anno dei piccoli editori non ce ne fregava nulla, da quest’anno magari un po’ sì – con un po’ meno pompa magna la stessa organizzazione precisava che “di ciascuna delle 12 opere selezionate dal comitato, gli editori devono mandare 500 copie gratuite”. C-i-n-q-u-e-c-e-n-t-o copie. G-r-a-t-u-i-t-e. Una tiratura che buona parte dei libri pubblicati dai piccoli editori nemmeno raggiunge – e non per scarsa qualità degli stessi, ma per mancanza di promozione generante mancanza di mercato ovvero di equilibrio commerciale nel mercato stesso, totalmente squilibrato a favore dei grandi editori. Non commento io, riporto i commenti di alcuni editori a tale “rivoluzionaria” apertura ai piccoli editori: “Cifra folle!” (MdS ed.), “Assolutamente ingiusta!” (Linee Infinite ed.), “Ridicola!” (Apeggio Libero ed.), “Proibitiva!” (Brigantia ed.), “Fuori dal mondo!” (Nero Press ed.), “Assurda!” (Passigli ed.), e gran finale, “E’ come essere invitati a un party solo se si indossa uno smoking da 3000 euro, chi non se lo può permettere resta a casa. Il party se lo facciano tra loro!” (Gianluca Ferrara, direttore editoriale Dissensi Edizioni). Ecco.
Si vada poi a vedere la lista dei pre-finalisti dell’edizione di quest’anno, del premio, e si noti quanto trabocchi – ma proprio tanto, eh! – di libri di piccoli o medi editori. Ariecco!
Ma poi, alla fine, serve partecipare allo Strega per un piccolo/medio editore? Sì. Cioè, no. Insomma… boh! Emanuele Tirelli, su Pagina99, ha raccolto le opinioni e le esperienze di alcuni di essi in un articolo significativamente intitolato L’incerto business model del premio Strega: opinioni ed esperienze incerte, appunto. Si va dalla soddisfatta Neo Edizioni (“La ricaduta è stata molto importante. L’attenzione nei nostri confronti è aumentata e il titolo – (XXI Secolo di Paolo Zardi, n.d.s.) – continua a vendere” dice il direttore Angelo Biasella) alla più dubbiosa Manni (“Credo che la visibilità dello Strega sia stata decisiva, ma non è tale da cambiare completamente le sorti di un volume. Di sicuro è stata determinante per l’attenzione delle librerie, ma poi c’è tutto il discorso delle rese. Abbiamo alzato la tiratura rispetto ai nostri standard perché sapevamo che distributori e librai l’avrebbero chiesto dopo la selezione, ma se torna indietro l’invenduto si tratta di soldi investiti a vuoto. La regola di portare almeno un editore piccolo o medio in cinquina è un bel passo avanti, ma chi sa di non poter sostenere certe spese evita proprio di andare incontro alla candidatura” sostiene Angela Manni, che ha presentato lo scorso anno Se mi cerchi non ci sono di Marina Mizzau). Appunto: è cosa logica ed equa che le spese per partecipare ad un premio che possa aiutare anche – anzi, soprattutto, in potenza – la piccola editoria, siano troppo alte per la stessa, a fronte poi di un risultato (in termini di ritorno di immagine e di vendite) non garantito?
Inoltre: basta andare sul web e girovagare per i vari social intercettando i post pubblicati nelle scorse settimane sullo Strega (sempre il Premio, sì) relativi ai vari annunci dei libri selezionati e leggere i numerosi commenti critici degli utenti per rendersi conto che, anche nel pubblico (potenziale per i libri in gara, ovviamente) e con diffusione statistica significativa, l’apprezzamento per il Premio pare piuttosto bassa (sono abbastanza eufemistico, eh!) e le dichiarazioni di “non acquisto politico” del libro vincitore o di quelli finalisti abbondando. Ciò mi pare in fondo una ricaduta in ambito popolare di quanto similmente hanno dichiarato in passato voci ben più autorevoli del panorama letterario nazionale. Ne cito solo un paio: Umberto Eco (che il Premio l’ha vinto, peraltro: nel 1981 con Il nome della rosa) dichiarò che “il premio rischia di morire per mancanza di competizione”, e Aldo Busi (che invece lo Strega non l’ha mai vinto e, anzi, nel 2013, venne “buttato fuori” dalla finale abbastanza in malo modo) che, da solito par suo, sentenziò cose del tipo: “Il Premio Strega? Mi ricorda tanto l’Isola dei Famosi… Quando ero tra i concorrenti, tutti ne parlavano. Poi sono tornato in Italia, e quel reality è sparito…” e ancora: “Non c’è un solo titolo che sia di per sé invitante, mi sembrano fogli morti standard per figli nati vecchi e rimasti infantili, quindi non ci sarà che l’imbarazzo della scelta: ovunque il premio cadrà, cadrà a fagiolo e sul sicuro, anzi, proprio sul manico del premio.

E dunque, che dire, in conclusione? Beh, mi viene da tornare all’incipit di questo articolo, e alla fine ricordare che, sia quel che sia, lo Strega è e resterà senza dubbio tra i più famosi liquori italiani, unico e inconfondibile per il suo sapore grazie all’esclusivo uso di ingredienti naturali ovvero alle circa 70 erbe e spezie selezionate da tutto il mondo e caratterizzate ciascuna da particolari proprietà organolettiche, tra le quali si possono citare la cannella di Ceylon, l’Iride Fiorentino, il ginepro dell’Appennino italiano, la menta del Sannio, oltre al citato prezioso zafferano aggiunto al distillato di erbe per conferirgli il suo caratteristico colore giallo.
Insomma: lunga vita allo Strega – ma più al liquore, che al Premio!

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

«Che si levi la Levi dai piedi!» Nuovamente sotto attacco la legge sul prezzo del libro (com’era prevedibile!)

Close up portrait of a great white shark, Carcharodon carcharias.E’ sempre brutto sentir dire da qualcuno «te l’avevo detto!», cosa spesso proferita con tono presuntuoso e autoreferenziale. Ancor più quando essa si riferisca a qualcosa di fin troppo facilmente prevedibile, anzi, di geneticamente lapalissiano – un po’ come dire «te l’avevo detto che nel mare ci sono i pesci!»
Tuttavia, asserire che nel mare ci siano i pesci equivale nella sostanza a rimarcare come sarebbe ancora successo, e pure in tempi brevi (anche più dell’immaginabile, in effetti): cioè che la legge sul prezzo del libro, meglio nota come Legge Levi – che ormai conoscerete tutti e la quale risulta fondamentale per la sopravvivenza della filiera editoriale indipendente –, fosse messa ovvero sia nuovamente sotto attacco da parte dell’oligopolio dei grandi editori nostrani.
E’ infatti di qualche giorno fa una proposta di modifica al DDL n.2085 – il cosiddetto “DDL Concorrenza” – che mira proprio ad eliminare i tetti di scontistica sui prezzi di vendita dei libri, esattamente come si è cercato di fare lo scorso anno, per fortuna senza successo.
Di seguito il testo della suddetta proposta di modifica – n.20.0.6 – al DDL n. 2085, a firma dei senatori Susta, Ichino e Di Biagio:

20.0.6

SUSTAICHINODI BIAGIO

Dopo l’articolo, inserire il seguente:

Art. 20-bis.

(Liberalizzazione del prezzo dei libri)

  1. Al fine di eliminare restrizioni ingiustificate alla libera iniziativa economica delle imprese dell’editoria e garantire una maggiore libertà di concorrenza dei rivenditori finali, all’articolo 2 della legge 27 luglio 2011, n. 128, sono apportate le seguenti modificazioni:
  2. a)al comma 1, la parola: ”fissato” è sostituita dalla seguente: ”indicato”;
  3. b) al comma 2, le parole: ”, con uno sconto fino ad una percentuale massima del 15 per cento sul prezzo fissato ai sensi del comma 1” sono soppresse;
  4. c)i commi 3 e 4 sono abrogati;
  5. d)al comma 5, le parole: ”I commi 1 e 2 non si applicano” sono sostituite dalle seguenti: ”Il comma 1 non si applica”;
  6. e)al comma 6, la parola: ”fissato” è sostituita dalla seguente: ”indicato”;
  7. f)al comma 7, la parola: ”non” è soppressa».

Si noti il solito tentativo in bella forma linguistica tipicamente politicante di stravolgere la realtà dei fatti e imporre una verità che tale non potrà mai essere: “Al fine di eliminare restrizioni ingiustificate alla libera iniziativa economica delle imprese dell’editoria e garantire una maggiore libertà di concorrenza dei rivenditori finali.” Eh già, la stessa libertà che ci può essere in una competizione tra biciclette e bulldozer, con in più questi secondi che si arrogano pure il diritto di dettare le regole della gara!
Una delle prime reazioni a questo ennesimo attacco oligopolista ad una legge che, sia chiaro, non è affatto la migliore possibile ma è quanto meno meglio che nulla (siamo messi così in Italia, ahinoi!), è stata quella della Presidente del SIL – Sindacato Italiano Librai Cristina Giussani, che in una lettera indirizzata ai componenti della X Commissione del Senato (ove il testo suddetto è in discussione) rimarca come «L’abrogazione della Legge Levi, che regolamenta sconti e promozioni sui libri, metterebbe in ginocchio l’intero comparto delle librerie indipendenti e di catena, che non avrebbero la forza economica di controbattere alla concorrenza dei gruppi della grande distribuzione del commercio elettronico, e che sarebbero destinate a chiudere. Senza la Levi grandi gruppi commerciali e potenti attori dell’e-commerce, come Amazon, avrebbero campo libero. La perdita sul territorio delle librerie indipendenti impoverirebbe, poi, in maniera drammatica l’offerta culturale, con conseguente riduzione del numero dei lettori, per difficoltà di reperimento dei testi. A non essere più garantita, inoltre, sarebbe la pluralità di voci: i librai indipendenti danno spazio ad autori ed editori che, per motivi vari, non ne hanno nei centri di grande distribuzione. La chiusura delle librerie indipendenti avrebbe anche gravi effetti sul lavoro, producendo diverse migliaia di disoccupati.»
Parole ovviamente condivisibili, che tuttavia rischiano nuovamente di echeggiare come affermazioni rivolte ad un uditorio rumorosamente vociante e dunque incapace di ascoltare non solo tali osservazioni ma, più in generale, di comprendere l’essenza della situazione in corso e della questione generale. Proprio a questo proposito, ora qui tocca ancora una volta rimarcare che sì, l’avevo detto che nel mare ci sono i pesci! – anzi, no, avevo detto, lo scorso anno in occasione del precedente tentativo di abrogazione della Legge Levi, che ci avrebbero provato ancora, e ci proveranno fino a che non otterranno ciò che ormai si sono prefissati di conseguire: una tabula rasa dell’editoria indipendente funzionale al dominio assoluto – di mercato, politico e finanziario – dell’oligopolio dei grandi gruppi editoriali, peraltro inesorabilmente destinato a divenire nel giro di breve tempo un monopolio, o quasi. Un risultato tanto più semplice da ottenere quanto più il comparti editoriale indipendente nazionale continuerà a restare disunito, agente in ordine sparso, privo di una strategia comune nonostante comuni siano i suoi obiettivi fondamentali.
Insomma, non posso far altro che riportare quanto scritto l’anno scorso in questo articolo pubblicato su Cultora e qui nel blog (e prima ancora, sempre sullo stesso tema, qui): perché la filiera editoriale indipendente deve sempre agire a difesa di propri diritti? Perché deve sempre rincorrere e mai farsi (in)seguire, mai ad agire all’attacco? Beh, una cosa sola c’è da fare: unirsi per generare forza. E incazzarsi, finalmente e possentemente. E’ giunta l’ora che la filiera editoriale indipendente (ri)trovi la sua identità, la sua unicità, la consapevolezza che nell’essenza non sarà mai uguale alla grande editoria, ma che maneggiando la stessa sostanza deve – e ribadisco, deve – poter godere di uguali diritti rispetto ai suddetti grandi gruppi editoriali. “Libero mercato” significa compartecipazione a uguali diritti e simili possibilità di sviluppo. Poi è ovvio, i numeri saranno sempre diversi, ma ciò non significa che i diritti debbano essere proporzionalmente più o meno riconosciuti.
Ci vuole unità, ci vuole collaborazione tra i vari soggetti della filiera editoriale indipendente – tra tutti i soggetti, a partire dall’editore fino al lettore dei prodotti dell’editoria indipendente possibilmente acquistati presso librerie altrettanto indipendenti, e coinvolgendo pure altri soggetti affini quali piccole biblioteche, enti culturali che lavorano con i libri e la lettura. Una rete, fittamente intrecciata e diffusa, nella quale anche il singolo, sommato a tutti gli altri singoli, diventi un’entità importante e imponente, uno che, quando apre bocca, finalmente si possa distintamente sentire e possa rivaleggiare con le più supponenti voci della grande editoria, e non scomparire nel rumore di fondo come mille flebilissimi bisbigli. Pur innumerevoli formiche che assalgono un elefante ma ciascuna a suo modo, non faranno che provocargli un minimo solletico, al massimo; tante formiche coalizzate che portano attacchi possenti, precisi e mirati, faranno vacillare pure il più grosso bestione!
Ecco. Quante volte ancora dovranno essere rimarcate queste evidenze? Quanti attacchi ancora, alla Legge Levi ovvero al comparto in generale, l’editoria indipendente dovrà subire? E, soprattutto, fino a quando potrà resistervi?
In chiusura dell’articolo sopra citato, affermavo che, in fondo, la grande editoria è un gigante dai piedi d’argilla, e proprio le mutazioni d’assetto nel sistema editoriale nazionale provavano – e provano ciò. Sarà finalmente il caso, per l’editoria indipendente, di non essere più sabbia ma finalmente muro di mattoni, di pietre, di solidi massi, ben incastrati tra loro. Sarà veramente il caso, se vorremo che nel prossimo futuro esista ancora un mercato editoriale e una cultura del libro e della lettura veri, e non il loro monumento funebre.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

“Cautamente ottimisti”. O “avventatamente disperati”? L’editoria indipendente e gli ultimi dati sulla vendita di libri in Italia

optimismLo scorso venerdì 4 dicembre, in occasione dell’apertura di Più libri più liberi, l’Associazione Italia Editori (AIE) ha presentato l’ultima indagine Nielsen sulla vendita di libri in Italia, relativa ai primi 10 mesi del 2015 e stilata in forma di raffronto tra i dati della grande editoria con la piccola e media (intesa dall’indagine come quella che abbia conseguito un valore del venduto, a prezzi di copertina, di meno di 13 milioni – in pratica tutta l’editoria nazionale eccetto i gruppi principali).
In breve se ne deduce che il mercato del libro nazionale è, a livello di fatturati, ancora in segno negativo, -1,6% per il settore cartaceo, ma in maniera minore rispetto al passato – c’è una positività della negatività, in pratica! – e, rileva l’indagine, “che tende allo zero (se non già in area positiva) se si stimano i canali non censiti e l’ebook” (vabbè!). Di contro, il dato relativo alla vendita di copie segna un assai meno “gaudioso” -4,4%, dal quale si dovrebbe dedurre che si acquistano meno libri ma i venduti si pagano di più. Se però si considera il solo settore editoriale piccolo/medio/indipendente, i dati diventano positivi: +1,7% di copie vendute e +2% di fatturato, contro rispettivamente il -2,8% e -1,1% della grande editoria.
Sono soprattutto questi ultimi dati a far dichiarare a Federico Motta, presidente di AIE, che si può essere “cautamente ottimisti”. Cioè, mi viene da dire e per utilizzare il principio del bicchiere o mezzo pieno o mezzo vuoto, “avventatamente disperati”: la nave editoriale nazionale sta comunque affondando ma un po’ meno rapidamente, ed anzi la poppa (o la prua, fate voi) sta risollevandosi dai marosi, chissà poi se per proprie effettive (e ritrovate) capacità di galleggiamento, o se per un inopinato “effetto bilancia”, posta il costante affondamento della grande editoria e quel dato, -4,4% di copie vendute, certamente angosciante.
Più pragmaticamente Antonio Monaco, presidente del gruppo Piccoli Editori di AIE, sostiene (dunque anche per congruità alla propria “figura istituzionale”) che al di là di certi dati meno preoccupanti del solito, “Tutti sappiamo però che nulla sarà come prima. Di fronte a questo scenario la via “difensiva” o “rivendicativa” non è più sufficiente. Ora dobbiamo riattivare un forte attivismo civile, una maggiore consapevolezza della situazione e nuove formule da parte dei singoli attori della filiera editoriale, ma anche da parte dei lettori e di tutto il sistema politico e istituzionale.
In questa direzione dovrebbe andare il “Patto civile per i lettori”, ovvero l’appello presentato proprio dal Gruppo dei Piccoli Editori di AIE a Più libri più liberi, con 5 punti programmatici e propositivi sulle azioni da intraprendere per “salvaguardare la ricchezza e la diversità del panorama editoriale” cioè, in parole povere, per rivendicare la sopravvivenza – possibilmente attiva – della piccola e media editoria.
L’iniziativa è interessante e ovviamente da sostenere, senza dubbio: tuttavia è l’ultima di una lunga e, purtroppo, infruttuosa serie, nonché stilata in modo fin troppo politico – anche perché viene da uno degli attori in scena, l’AIE, che rappresenta solo una parte del settore, pur importante. Nell’appello, al punto 1, si dice che “E’ il momento in cui rivedere il modo con cui si è strutturato il mercato italiano e cercare di correggerne eventuali anomalie.Eventuali? Alla faccia! E continua affermando che “Non è una questione che potrà affrontare un’istituzione regolatrice come l’Antitrust (che pure deve fare il suo mestiere controllando se sono rispettate formalmente le regole) ma dobbiamo affrontarlo tra tutti gli operatori del sistema.” Eh, l’Antitrust, già, che deve fare il suo “mestiere”! A capire quale sia veramente, tale mestiere, che sovente non è parso essere quanto concretamente svolto da tale istituzione – vedremo come finirà con la questione Mondazzoli, ma una mezza idea personalmente l’ho già.
Pregevole inoltre il richiamo a che tutti gli operatori del sistema debbano partecipare alla determinazione delle regole su cui si basa e si baserà il mercato editoriale. Cosa che dal sottoscritto, e non solo, è da tempo rimarcata qui su Cultora. Tuttavia, per fare questo, cosa occorre, di assolutamente fondamentale? Risposta facile: l’unione! Quell’unione che fa la forza, quella coesione di forma, sostanza, intenti e azioni che nel comparto editoriale indipendente nazionale continua a mancare – lo dice pure l’AIE, che pare richiamare un altro articolo apparso su Cultora parecchi mesi fa. E’ per questa mancanza di coesione che altri precedenti appelli come quest’ultimo sono finiti per svaporare nel nulla, o alla meglio sono rimasti in uno stato di costante e sterile stand by, e finché non sarà raggiunta una autentica unione attiva che formi una voce importante e ben udibile da contrapporre a quella soverchiante della grande editoria, beh, temo che la discussione sulle regole del mercato editoriale nazionale continuerà ad essere una specie di impari confronto tra un borioso tenore e una flebile voce bianca.
Nel punto 5 dell’appello – gli altri li lascio alla vostra considerazione – si dichiara che i piccoli/medi editori, e io aggiungerei tutti gli altri elementi della filiera editoriale indipendente – devono “diventare più esigenti” (indicando varie cose verso le quali esigere maggiore attenzione). Ecco, appunto: più esigenti in primis verso sé stessi, però, il che deve significare, a mio parere, il raggiungimento di una presa di coscienza complessiva e profonda sul valore dell’editoria indipendente e sulla forza che può è deve avere nel mercato nazionale, oltre che nella regolazione di esso, nell’inevitabile considerazione che mai la grande editoria – e ribadisco mai – potrà avere intenti comuni e nemmeno simili con gli editori indipendenti. Non solo, pure che mai – come in passato – la grande editoria pare coniugare industria editoriale e diffusione culturale, come invece possono fare, e assai bene, i piccoli/medi editori. Perché anche questo deve contare, nelle considerazioni di qualsivoglia sorta sui libri e sulla lettura: che si sta parlando di cultura, di uno degli elementi fondanti e fondamentali di una autentica società civile ed avanzata.
Vi parrà retorica, questa mia, ma non riesco proprio a non rimarcarlo, ogni volta.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.