L’hospitality lifestyle, pòta! (Un post ironico, ma nemmeno troppo)

[La zona di Polzone nel comprensorio sciistico di Colere. Immagine tratta da facebook.com/colereskiarea2200.]
Ultimamente in alcuni articoli (soprattutto qui e qui) mi sono occupato del vocabolario turistico contemporaneo, quello sovente utilizzato dal relativo marketing e spesso fatto proprio dai soggetti istituzionali, pubblici e privati che ne sostengono le attività. Un vocabolario nel quale certi termini sono divenuti ormai parecchio abusati e, in ciò, ne palesano il valore culturale – ovvero la sua assenza, cioè la sua sottomissione ai meri scopi commerciali dell’industria turistica (legittimi seppur a volte poco sensati) e a quei soggetti appena citati che la affiancano. L’impressione vivida che se ne ricava, comunque, è che un tale vocabolario così alterato nella forma lessicale e nella sostanza narrativa spesso sembra fatto apposta per rendere bello e attrattivo ciò che non lo è così tanto, sia una località, un hotel o un’esperienza turistica, ovvero per confondere da subito le idee dei potenziali fruitori che a fronte di certe parole e formule suggestive attivano una sorta di “sospensione di incredulità” che elimina dubbi e domande altrimenti (se si restasse un po’ più attenti e curiosi) inevitabili.

Per di più, molti di questi termini e formule pomposamente abusate sono pure di origine straniera, nella maggior parte dei casi anglosassone, il che dona alla loro suggestione confondente e straniante un quid di internazionalità e cosmopolitismo che ne accentua gli effetti. Di contro, tale aspetto cozza frontalmente con quella che oggi si considera una delle sfide principali che il turismo dovrà affrontare da qui al prossimo futuro, soprattutto quello montano:  sviluppare un racconto identitario dei territori e delle loro specificità culturali. Una narrazione peraltro sempre più richiesta e apprezzata da chi decide di passare le proprie vacanze e trascorrere del tempo in luoghi di pregio, come rilevano gli stessi grandi operatori del settore turistico. E se ciò vale a maggior ragione in montagna, ancor più lo vale in territori come quelli bergamaschi, dotati di specificità culturali e identitarie particolarmente spiccate e caratterizzanti.

Bene, detto ciò… A Colere, località sciistica posta proprio sulle Prealpi bergamasche – assurta da qualche tempo agli onori della cronaca in forza del mastodontico (anche finanziariamente, visti i 70 milioni di costo previsti, per buona parte pubblici) e osteggiatissimo progetto di collegamento del proprio comprensorio con quello di Lizzola, nell’adiacente Valle Seriana – è da poco stato aperto il nuovo “Colere 1600 by Cloud 7 Hotels”, un 4 stelle sorto dalla ristrutturazione di un precedente albergo posto a 1600 metri di quota.

[Per leggere l’articolo, tratto da “Myvalley.it“, cliccate sull’immagine.]
Nella presentazione del nuovo hotel della quale la stampa locale ha dato notiziatenete presente quanto avete appena letto lì sopra su turismo, cultura e identità! – si legge che è stato dato in gestione al gruppo Kerten Hospitaliy:

Si tratta di un operatore internazionale nel settore dell’hospitality lifestyle. Il brand propone soluzioni dal design moderno e dallo stile vivace, pensate per offrire comfort, esperienze autentiche di social living e un’ospitalità autentica. Ogni struttura riflette il carattere e l’anima del luogo, combinando formule di soggiorno flessibili con una vera immersione culturale, rendendola la scelta ideale per viaggiatori curiosi e famiglie in cerca di avventure uniche.

Ehm… «carattere e l’anima del luogo», «una vera immersione culturale»… e poi hospitality lifestyle, brand, social living?

Forse mi sbaglio, ma non mi pare d’aver mai sentito, nella pur celeberrima parlata dialettale bergamasca, particolarmente peculiare, quelle parole e formule!

Quindi, tutta questa immersione culturale nell’anima del luogo, dov’è? Le considerazioni sulle sfide narrative dei territori che il turismo contemporaneo e del prossimo futuro deve elaborare, che fine hanno fatto?

Posto tutto quanto avete letto fin qui, ho deciso di fare una cosa: ho affidato all’IA la traduzione di quegli anglicismi, suggestivi ma del tutto avulsi al territorio montano e alla realtà culturale, nel dialetto bergamasco. Ecco la risposta che l’IA ha elaborato e mi ha proposto:

Ci ho riprovato una seconda volta, aggiungendo qualche dettaglio ulteriore:

Be’, sapete che, effettivamente, già ora l’intelligenza artificiale si dimostra più intelligente e sensata di certa intelligenza umana?

Insomma, parliamoci chiaro: non è una questione di esterofobia linguistica, sia lode e gloria alle nuove parole di qualsivoglia origine quando arricchiscono la lingua, ma non quando la impoveriscono e scompaginano! Perché in queste circostanze il problema non è nemmeno nell’uso (e a volte abuso) di certe parole e definizioni, ma sta nella perdita di cognizione del senso di esse, del significato rispetto al contesto al quale si riferiscono, del valore semantico che viene trascurato per fare di quelle parole e definizioni delle scatole vuote entro cui mettere tutt’altro che con esse, e con la narrazione entro la quale si trovano (o vengono infilate a forza) non c’entra nulla ma è funzionale ad altri scopi, quasi sempre molto materiali e gretti. Una realtà, questa, che contribuisce a degradare e banalizzare l’esperienza turistica contemporanea, a danno sia dei turisti che dei luoghi – e sarebbe il caso che il turismo massificato odierno, già degradato e degradante, non finisca per imporre questa ulteriore zavorra ai luoghi nei quali (legittimamente, ma non troppo) vuole fare affari.

Bene, ora, per finire, non mi resta che contattare la struttura di Colere e suggerire questo testo rivisto dalla IA, magari non filologicamente correttissimo ma di sicuro più consono all’anima culturale delle montagne locali:

Si tratta di un operatore internazionale nel settore della manéra de vif de l’acetì. Ol nòm propone soluzioni dal gàrbu moderno e dallo stile vivace, pensate per offrire cumudità, esperienze autentiche d’ol viv in compagnia e un’ospitalità autentica.

Molto meglio così, vero?

Luca Serianni

Secondo lei qual è il livello dell’alfabetizzazione oggi in Italia, soprattutto fra i giovani? E cosa si intende oggi per essere una persona alfabetizzata?
Dal punto di vista del mio bilancio personale di docente non posso dire di avere un’impressione negativa. Però – certo – è un bilancio particolare, legato ad una nicchia di studenti, oltretutto di una facoltà di Lettere. In generale, direi che per alfabetizzazione – oggi – si deve intendere la capacità di dominare un lessico abbastanza ampio, che – per capirci – è quello che si riconosce nel tradizionale articolo di fondo di un giornale. Allora bisogna chiedersi se – non solo i giovani ma, in generale, la popolazione avente un titolo di studio – è in grado di capire, non un impegnativo testo di filosofia o di scienza, ma un articolo di giornale in tutte quelle sue implicazioni che consistono nel dominare le parole meno comuni e nel cogliere l’eventuale ironia del giornalista, legata all’uso di una parola arcaica o letteraria. Questo è un gioco che lo scrivente o parlante colto fa abbastanza spesso: recuperare una parola della tradizione non usuale per dare a questa un senso ironico. L’alfabetizzazione, in accezione più larga, comprende anche questo. Insisto sull’esempio del giornale perché questa competenza deve esser misurata sulla base di un obiettivo tendenzialmente alla portata di tutti. Non sono molti quelli che leggono il giornale, ma questo è secondario, almeno da questo punto di vista; se non lo leggono perché preferiscono navigare in rete, è un conto; se non lo leggono perché non capiscono che cosa c’è scritto, vuol dire che siamo di fronte a dei veri e propri analfabeti, anche se sanno scrivere la propria firma.

[Intervista tratta da “Il Varco”, l’originale è qui.]

In una realtà linguistica così degradata come quella italiana – tale innanzi tutto per colpa di molti italiani – la scomparsa di un autentico faro per la nostra lingua come è stato il professor Serianni è quanto mai grave. Anche perché viene e verrà sottovalutata dai più: e ciò, per un paradosso che in realtà non è tale, denota ancor più la gravità della perdita. Certamente, l’italiano (soprav)vivrà ancora, ma da oggi sarà un poco più insicuro nel suo cammino tra la gente comune verso il futuro.

Location?

Una volta un regista italiano venne agli Uffizi per chiedermi d’utilizzare la Galleria come location. La parola risuonò nelle mie orecchie come una schioppettata. Visto ch’era un regista lo invitai a girare di nuovo la scena: lo pregai d’uscire dalla stanza e di rientrarvi riformulando la stessa domanda nella nostra comune lingua. S’era soltanto all’inizio. A distanza di anni temo che location sia l’unico vocabolo che oggi noi italiani si comprenda al volo quando si ragioni d’ambienti, di luoghi, di spazi. A questi pensieri non è sottesa un’aspirazione autarchica, bensì il desiderio d’avvalorare, soprattutto nei giovani, la consapevolezza della nobiltà d’una lingua (la nostra) universalmente riconosciuta come una delle più liriche.

(Antonio Natali, L’anno di Dante: English-free year, in “Artribune” #56 / ”Grandi Mostre” #22, settembre-ottobre 2020.)

Non sono mai stato contrario all’uso di vocaboli esteri e in particolare di anglicismi nella lingua italiana e non ho mai fatto crociate di sorta a difesa integerrima di essa, anzi: sono convinto che l’uso intelligente e consono di tali termini “forestieri” rappresenti un indubbio arricchimento della lingua e delle capacità espressive di chi la usa, senza contare il fatto che, effettivamente, alcuni di quei termini sanno essere più compiutamente espressivi delle paragonabili parole italiane. Mi dà fastidio, invece, quando l’introduzione di termini esteri nella lingua, soprattutto parlata, risulta palesemente forzato, ostentato oppure non ragionato, ergo nemmeno compreso dall’utilizzatore: tant’è che non è raro ascoltare quei termini in modo sbagliato e percepirli piazzati nel parlato ad mentula canis (no, questo non è inglese!), o quasi.

Posto ciò, ad esempio, sono assolutamente d’accordo con quanto sostiene il Natali, past direttore della Galleria degli Uffizi, riguardo il termine location, il quale veramente è tra i più abusati e inutili di tutti: su mille usi che se ne fanno, novecentonovantotto sono totalmente superflui (ma credo che il mio conteggio sia in difetto). Perché non dice niente di più del nostro “luogo” oppure dei similari “spazio”, “ambiente”, “ubicazione”, “posto” – alcuni citati anche dal Natali – vista poi la sua accezione originaria, che risulta ben più definita e per molti versi differente del senso che i più gli conferiscono nelle loro chiacchiere. E, in tutta sincerità, fa ridere un sacco sentir parlare di “location per matrimoni” nei riguardi di una chiesa, un parco, un edificio di pregio o un ristorante rinomato e particolarmente suggestivo, oppure della “location del concerto” in merito a una pubblica piazza, un prato in montagna, una sala polifunzionale o altro di simile e assolutamente ordinario nonché ben identificato dal proprio sostantivo comune. Fa ridere, già, anche perché fa “figo” usare quello e altri simili termini, e fa ridere che chi li usa si senta così. Sempre che, più che figo, non si senta “cool”, il che in verità lo farebbe sembrare ancor più loser, o dork o persino sucker, ecco.

L’esame di italiano di quel calciatore (un post particolarmente sarcastico)

[Immagine tratta dal web.]
Mi sono imbattuto qui e là sul web nelle notizie riguardanti la questione di quel calciatore al quale è stato “truccato” l’esame di italiano pur di fargli prendere la cittadinanza per ragioni di ingaggi milionari, nonostante lo stesso «non coniuga i verbi» e «parla all’infinito».

Ora, posto che verso il calcio, i calciatori e le vicende ad essi correlate ho lo stesso interesse che potrebbe avere un boscaiolo dell’Alaska in un corso di portamento per mannequin, sono ben d’accordo che se un tizio non parli l’italiano ad un livello accettabile non possa pretendere di ottenere la cittadinanza. Ma d’altro canto mi chiedo, sarcasticamente tanto quanto obiettivamente: e allora tutti quegli “italiani” che la cittadinanza ce l’hanno dalla nascita e non sono in grado di parlare, scrivere e intendere l’italiano ad un livello accettabile, quella cittadinanza se la meritano pienamente? Se dovessero loro affrontare un esame di italiano, ovviamente privo di sotterfugi e aiutini, come se la caverebbero? Se la vedrebbero confermata, la cittadinanza?

A leggere gli scritti e sentire le parole di non pochi “italiani”, io qualche dubbio al riguardo ce l’avrei, ecco. Senza contare poi l’ipotesi di aggiungere eventuali altri esami sulla conoscenza geografica o culturale dell’Italia: così facendo temo che San Marino finirebbe per avere una popolazione maggiore, già!

Ma forse, appunto, sono solo troppo sarcastico. Chiedo perdono, nel caso.

Nessun vocabolario conterrà mai tutta la lingua italiana! (Giacomo Leopardi dixit)

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Perché del resto nessuna lingua viva ha, né può avere un vocabolario che la contenga tutta, massime quanto ai modi, che son sempre (finch’ella vive) all’arbitrio dello scrittore. E ciò tanto più nell’italiana (per indole sua). La quale molto meno può esser compresa in un vocabolario, quanto ch’ella è più vasta di tutte le viventi […].

(Giacomo Leopardi, Zibaldone, 22882398, 29 marzo 1822; 1898, Vol. IV, pp. 216-217)

Sarebbe ora, una volta per tutte, di togliere di dosso da Leopardi quell’immagine convenzionale di uomo ammalato, triste e perennemente depresso che quasi sempre ci hanno tratteggiato e insegnato ai tempi della scuola, dacché certo il conte Giacomo da Recanati – era anche nobile, già – fu ben più persona coltissima, pensatore assai raffinato, sagace e molto avanti rispetto ai suoi tempi nonché dotato di grande sense of humor a dispetto delle proprie sofferenze fisiche, appunto. Due altre citazioni – oltre a quella in testa al post che sarebbe da tatuare sulla fronte di molti utilizzatori della lingua italiana, sempre più ridotta a una manciata di parole per di più spesso scritte in modo errato! – giusto per provare quanto appena affermato:

Gl’italiani non hanno costumi: essi hanno delle usanze. Così tutti i popoli civili che non sono nazioni.

(Zibaldone, 2923, 9 luglio 1823; 1898, Vol. V, p. 80)

Ovvero: aveva già perfettamente compreso uno dei grandi mali sociali dell’Italia, le cui conseguenze stiamo vivendo in modo sempre più drammatico; oppure:

Grande tra gli uomini e di gran terrore è la potenza del riso: contro il quale nessuno nella sua coscienza trova se munito da ogni parte. Chi ha coraggio di ridere, è padrone del mondo, poco altrimenti di chi è preparato a morire.

(Pensieri, LXXVIII)

Riflessione che allo scrivente ricorda un sacco quel celeberrimo aforisma di presumibile origine bakuniniana sulle capacità di seppellimento della risata…

Nei giorni in cui scrivo queste cose esce nelle sale cinematografiche Il giovane favoloso, il film di Mario Martone dedicato a Leopardi del quale si dice parecchio bene. Che anche grazie ad esso scocchi veramente l’ora, dunque, per dare a Giacomo ciò che è di Giacomo, e per considerarlo senza alcun dubbio (e senza più distorcenti reminiscenze scolastiche) uno dei più grandi intellettuali italiani di sempre.