Una lettera

[Immagine tratta da qui.]
(P.S. – Pre Scriptum: questa lettera l’ho scritta prima del coronavirus, ovvio.)

Spett.le Ristorante XXXXXXXXXX,

con la presente Vi devo purtroppo comunicare di essere stato un avventore del Vostro locale l’altro ieri sera, a cena. A malincuore devo ammettere di aver trovato il locale piuttosto carino, ben arredato, ordinato, pulito, e che la buona impressione in tal senso sia generata anche dalla location, come si dice oggi, certamente amena. Altrettanto a malincuore Vi devo dire di aver mangiato piuttosto bene, con piatti ben curati senza strafare serviti da personale gentile in tempi tutto sommato accettabili, nonostante il locale fosse pressoché pieno.

Ecco, posto tutto ciò, malauguratamente Vi comunico che non verrò più a mangiare da Voi – come forse avrete intuito dalle espressioni di sconforto nonostante i giudizi positivi espressi. Il motivo è tanto semplice quanto per me inderogabile: troppo rumore.

C’era troppo rumore nel Vostro ristorante, un vociare incontrollato e francamente insostenibile che mi ha disturbato nel corso dell’intera permanenza e che, appunto, degrada grandemente l’impressione circa la qualità generale del locale e il buon godimento della permanenza in esso.

Certo, so bene che non sia una Vostra colpa diretta il dover gioco forza ospitare persone tanto fracassone e maleducate; d’altro canto è certamente una Vostra responsabilità il decoro del locale di Vostra proprietà e gestione anche dal punto di vista acustico e, in generale, il controllo dell’educazione degli avventori, la cui mancanza può fare pensare di essere in presenza di scarsa attenzione, gusto ed eleganza – doti che certamente non dovrebbero mancare alla buona gestione di un locale pubblico, ancor più se avente mire di finezza. Il casino va benissimo, per carità, ma nei momenti e nelle sedi appropriate; passare l’intera serata a cena con amici dovendo gridare per farsi sentire a pochi decimetri di distanza (così essendo costretti a partecipare al deprecabile circolo vizioso acustico: oltre al danno la beffa, in pratica) è invece a dir poco inappropriato, per non dire irritante o anche peggio.

Tuttavia, sono certo che anche senza queste mie rimostranze Voi saprete intuire il problema, comprenderne la portata e attuare le giuste soluzioni, che da un lato non danneggino la frequentazione del Vostro locale e dall’altro possano mantenerne la qualità generale. Nell’attesa, ribadisco, preferisco salvaguardare il mio udito e rivolgermi altrove, sicuro di poter tornare da Voi, prima o poi, godendo finalmente di un’atmosfera del tutto consona al godimento d’una bella serata.

Ringraziando per l’attenzione che riporrete nella presente, porgo cordiali e silenziosi saluti.

L’urlo più terrificante nella storia d’Italia

Oggi è il 10 giugno ed esattamente 80 anni fa Benito Mussolini, il “Duce”, usciva sul balcone di Palazzo Venezia per annunciare la discesa in guerra dell’Italia a fianco della Germania nazista.

Ecco, c’è un momento di quel giorno, le cui immagini sovente vengono diffuse nei documentari sulla storia italiana e ancor più in occasione di questo anniversario, che trovo ogni volta invariabilmente sconcertante e spaventoso: l’urlo della folla accalcata nella piazza sottostante, la quale, appena Mussolini pronuncia le tragiche parole «la dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia» esplode in un grido da stadio, come ad aver appena saputo di un evento meraviglioso e felice mentre invece sta esultando freneticamente e festeggiando l’inizio di una catastrofica follia, una tragedia che costerà la vita a quasi 500.000 italiani e indescrivibile dolore a milioni d’altri.

Quel grido entusiastico, eccitato, quasi orgiastico, quantunque probabilmente imposto a tanti costretti dai fascisti con le minacce a presenziare nella piazza e “recitare” il copione già scritto, quel suono umano potente, esplosivo al seguito di parole così tragiche che fanno della sua eco la manifestazione acustica non della gioia patriottica ma del terrore più indecente, è una delle cose più terribili, tristi e raggelanti che la storia dell’Italia abbia dovuto registrare.

Sperando che resti l’unico atto di una così empia follia, fosse solo per il rispetto di quel mezzo milione di morti nella cui memoria quella eco rimbomberà sempre, costantemente oltraggiosa e tragica.

Lo scrittore rivoluzionario

Rivoluzionario è lo scrittore che riesce a porre attraverso la sua opera esigenze rivoluzionarie, ma ‘diverse’ da quelle che la politica pone: esigenze… dell’uomo ch’egli soltanto sa scorgere nell’uomo, che è proprio di lui scrittore scorgere, e che è proprio di lui scrittore rivoluzionario porre, e porre ‘accanto’ alle esigenze che pone la politica. Quando io parlo di sforzi in senso rivoluzionario da parte di noi scrittori, parlo di sforzi rivolti a porre simili esigenze. E se accuso il timore che i nostri sforzi in senso rivoluzionario non siano riconosciuti come tali è perché vedo la tendenza a riconoscere come rivoluzionaria la letteratura di chi suona il piffero per la rivoluzione piuttosto che la letteratura di cui simili esigenze sono poste, la letteratura detta oggi di crisi.

[Elio Vittorini fotografato a Milano da Federico Patellani, 1949. Pubblico dominio, fonte qui.]
(Elio Vittorini, “lettera” a Palmiro Togliatti pubblicata su “Il Politecnico”, a. III, n. 35, gennaio-marzo 1947. Per approfondire la questione alla quale fa riferimento la “lettera” – in verità un articolo in forma di lettera – di Vittorini, cliccate qui.)

Se la cultura deve far solo “divertire”

[Foto di Alexas_Fotos da Pixabay]

Come in occasione della scomparsa di Germano Celant, anche l’infelice frase che il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha pronunciato la sera del 13 maggio scorso durante la presentazione del Decreto Rilancio ha suscitato scalpore e indignazione nel mondo dell’arte. “La cultura, non dimentichiamo questo settore, abbiamo un occhio di attenzione per i nostri artisti che ci fanno tanto divertire e appassionare…”: queste le ‒ ormai famigerate – espressioni incriminate.
Ma, esattamente come nel caso precedente – il peso quasi nullo sui media nazionali della scomparsa del più famoso critico e curatore italiano – anche questo nuovo episodio non avrebbe forse dovuto scatenare una reazione del genere. […] Invece che scaldarci e scandalizzarci, avremmo dovuto piuttosto ringraziare Giuseppe Conte perché, con una semplice frase ci ha illustrato la concezione che governo e classe dirigente hanno – e non da oggi – di arte e cultura.
Qualcosa cioè che rassicura, che facilita l’evasione, che intrattiene; che non pone problemi, che smussa le contraddizioni e i conflitti – invece che farli emergere e deflagrare. Certamente non un disturbo, o una critica. Qualcosa che, appunto, con simpatia e positività, “diverte e appassiona”. In effetti, è un ritratto fedelissimo di ciò che, da anni e decenni, è considerata la produzione artistica e culturale in Italia. […]

Christian Caliandro, sempre interessante e illuminante, qui in un brano del suo articolo L’arte rotta (XVIII). La fatica del cambiamento su “Artribune” lo scorso 18 maggio; cliccate sull’immagine in testa al post per leggere il testo nella sua interezza.
Dunque… quanto tempo è passato dalla volta che quel tizio disse «con la cultura non si mangia»? Una decina, circa. Ecco, siamo sempre lì, fermi sul quel principio di ribrezzo verso la cultura, perché in ItaGlia le tradizioni vanno sempre salvaguardate, no? Cambiano i governi, cambiano gli schieramenti, gli uomini, le idee e le ideologie (all’apparenza) ma, appunto, certi princìpi fondamentali restano ben saldi. E guai a toccarli, sia chiaro: mica che il paese rischi di non far più ridere e divertire le altre nazioni come accade ormai da parecchi lustri, eh!

Noi no

[Immagine tratta da qui.]
Gli italiani.

Quelli che per tre quarti «Ah, sì, io sono cattolico!» e poi le chiese sono ovunque sempre più vuote.

Quelli che dicevano «Ah, no, io Berlusconi non lo voto!» e poi il “Popolo della Libertà” vince le elezioni col 40% quasi dei consensi.

Quelli che, ogni anno, «Ah, io il Festival di Sanremo non lo guardo, è sempre la solita solfa!» e poi l’Auditel registra quasi 14 milioni di telespettatori e uno share di oltre il 60%.

Oggi, quelli che «Ah, no, io mica mi fido a girare liberamente, col rischio di contagio che c’è ancora!» e poi, piazze, centri storici, bar, spiagge, lungomari e lungolaghi e lungofiumi stracolmi di gente.

Gli italiani, già.
Ma sempre gli altri, però.
Noi no.

(Clic.)