Tag: Italia
Tra Lecco e Bergamo non tutte le strade escono col “buco”! Con Duccio Facchini di “Qui Lecco Libera” in Radio Thule, su RCI Radio!
Questa sera, 5 giugno duemila17, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 16a puntata della XIII stagione 2016/2017 di RADIO THULE, intitolata “Non tutte le strade escono col buco!”!
Una puntata di interesse locale ma solo all’apparenza, questa, dal momento che la storia che racconterà è assai simile a tante altre tipicamente italiche, purtroppo. Duccio Facchini, di Qui Lecco Libera, è il prestigioso ospite della puntata, nella quale si narrerà (è il caso di usare questo termine “romanzesco”) la storia della “Lecco-Bergamo”, una strada di interesse vitale per le zone che attraversa (tra le più trafficate d’Italia) e in particolare per quella di Calolziocorte, città in cui ha sede RCI Radio, la cui vicenda ha inizio nel 2001 e, tra errori di progetto, inghippi burocratici, litigi politici e quant’altro di ordinariamente italico (appunto!), non si sa quando finirà. Sempre se finirà ovvero se la galleria prevista dal progetto (il “buco” a cui fa riferimento il titolo della puntata) verrà scavata, prima o poi! E intanto la protesta dei cittadini, i quali al solito subiscono tutti i danni di tali situazioni, monta inesorabilmente…
Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, qui! Stay tuned!
Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
– www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
– http://rciradio.listen2myradio.com (Streaming HD)
– Player Android: Google Play
– Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!
2 giugno
Tra il 2 e il 3 giugno 1946, gli italiani votarono per scegliere la forma istituzionale dello Stato tra repubblica e monarchia, dopo la fine del regime fascista a lungo appoggiato dalla famiglia regnante. I risultati ufficiali del relativo referendum, che per la prima volta nella storia italiana avvenne a suffragio universale, furono annunciati il 18 giugno 1946: 12.718.641 di italiani avevano votato a favore della repubblica, 10.718.502 a favore della monarchia e 1.498.136 avevano votato scheda bianca o nulla.
Nel Nord Italia la repubblica vinse in quasi tutti i centri urbani principali, mentre al sud il voto fu quasi ovunque prevalente per la monarchia (a Napoli 900 mila voti per la monarchia contro neppure 250 mila per la repubblica; a Palermo quasi 600 mila contro 380 mila); a Roma i voti per la monarchia furono più di quelli per la repubblica, di poco (circa 30 mila schede).
Dai dati del voto l’Italia risultò divisa in un Sud monarchico e un Nord repubblicano. Le cause di questa netta dicotomia possono essere ricercate nella differente storia delle due parti dell’Italia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Per le regioni del Sud la guerra finì appunto nel 1943 con l’occupazione alleata e la progressiva ripresa del cosiddetto “Regno del Sud”. Per contro, il Nord dovette vivere quasi due anni di occupazione nazista e di lotta partigiana (contro appunto i tedeschi e i fascisti della RSI) e fu l’insanguinato teatro della guerra civile (che ebbe echi protrattisi anche molto dopo la cessazione formale delle ostilità). Le forze più impegnate nella guerra partigiana facevano capo a partiti apertamente repubblicani (Partito comunista, Partito socialista, Movimento di Giustizia e Libertà).
Insomma: con un po’ di sano cinismo geopolitico si potrebbe dire che anche in quell’occasione l’Italia si palesò, sostanzialmente, come un’espressione geografica più che un’autentica nazione basata su ideali condivisi – quasi esattamente 100 anni dopo che il Metternich lo notò. Forse fu solo il frutto del più libero e democratico risultato statistico, forse invece fu veramente l’ennesima prova, in salsa “istituzional-referendaria” di quanto sopra. E da allora ne stiamo pagando le conseguenze.
La cancellazione del “due per mille” alla cultura, ennesimo imbarbarimento italico
È un’altra di quelle notizie passate sostanzialmente in sordina, questa – e volutamente, ne sono certo: la possibilità per ciascun contribuente di destinare il due per mille della propria imposta sul reddito delle persone fisiche «a favore di un’associazione culturale iscritta in un apposito elenco istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri», prevista con la Legge di Stabilità 2016, è stata cancellata dalla Dichiarazione dei Redditi di quest’anno senza alcuna spiegazione – mentre, ma guarda un po’, è rimasta ben salda la possibilità di destinare il due per mille ai partiti politici.
Personalmente ho letto di questa cosa qualche settimana fa, e di primo acchito mi è parsa così grave da non poter non essere corretta in qualche modo nelle settimane successive – come sovente accade, con le leggi italiane. Peraltro ho ritenuto opinabili le opinioni contrarie alla bontà del provvedimento (queste, ad esempio) perché disquisenti in senso critico su come lo stesso sia stato attuato (di nuovo all’italiana, ahinoi!) il che tuttavia non toglie affatto valore alla suddetta potenziale bontà, assolutamente (e disperatamente) necessaria a molte associazioni culturale del tutto virtuose ma lasciate languire dalla mancanza del supporto statale.
Dunque ho aspettato fin ad ora per scriverne, appunto nella speranza di leggere qualcosa riguardo a una correzione, un reinserimento, almeno una qualche valida giustificazione… niente di niente. L’unico parlamentare che ha sollevato la questione nelle sedi istituzionali (peraltro in modo controverso e bisbigliandola, ma tant’è) è stato il senatore Franco Panizza, del Partito Autonomista Trentino Tirolese (!) – e ho detto tutto sulla considerazione riservata alla questione dai siòri politici.
Fatto sta che quest’anno i cittadini italiani non potranno sopperire, attraverso il semplice atto di una firma sulla propria Dichiarazione dei Redditi, all’ormai cronico (e strategico, insisto) menefreghismo dello Stato nei confronti della cultura. E fate conto che nell’elenco ministeriale ci saranno pure state associazioni immeritevoli (ma qui è un problema di mancanza di controllo da parte del Ministero, non certo della bontà del provvedimento!), di contro c’erano pure fior di istituzioni come la Pinacoteca di Brera, il Teatro Stabile di Genova o la Società Geografica Italiana – l’elenco delle associazioni ammesse lo trovate qui, e già solo dandogli una rapida lettura si può capire quali tra di esse non c’entri granché!
Insomma, siamo alle solite: “cultura” è vocabolo col quale di frequente i rappresentanti delle istituzioni si riempiono la bocca nei propri arroganti discorsi pubblici ma poi, all’atto pratico, nel senso autentico e nella sostanza disdegnano in ogni modo possibile.
In fondo sarebbero assai meno ipocriti – essi, in ciò che rappresentano – se finalmente dichiarassero a reti unificate qualcosa del genere “allo Stato Italiano della cultura non frega assolutamente nulla!” La cosa diverrebbe definitivamente più chiara, palese, ufficiale, magari si potrebbe pure istituzionalizzare tramite un’apposita leggina e amen: almeno saremo certi della prossima fine della società civile italiana. Che non è sulla Luna o su Marte e dunque, come ogni altra, senza il supporto di una solida base di cultura, ben coltivata e diffusa da parte delle istituzioni in qualità di prime responsabili della sua presenza e del relativo accrescimento a favore del bene e del progresso intellettuale e morale della società stessa, sarà destinata a una rovinosa decadenza.
Ditemi pure che sono drastico, iperpessimista, catastrofista o quant’altro, ma la penso così.
Evviva la riscossa degli editori… ma quella dei lettori?
Sia chiarissimo – non fraintendetemi nemmeno per un istante: ai giovani editori vadano grandi onori, glorie imperiture, gratitudini illimitate (e magari – sarebbe il caso, come già in altri paesi avviene – particolari incentivi di stato, posto il lavoro di fondamentale importanza socioculturale che fanno)… ma, testardamente, vedendo quel titolo (cliccateci sopra per leggere l’articolo originario) ho subito pensato: beh, e una riscossa dei lettori (giovani o meno), quando? Ovvero, per dirla in altro modo: vi può essere autentica riscossa degli editori se nel contempo il numero dei lettori continua a diminuire? Ancora: non sarebbe finalmente il caso di incentivare in ogni modo possibile e (in)immaginabile una riscossa – cioè una rinascita, una rifioritura in primis numerica ma non solo – dei lettori?
Perché, lapalissiano affermarlo, vanno bene le fiere, gli eventi, i grandi scrittori, i bravi editori, i mai (a loro volta) troppo lodati librai indipendenti… ma se non ci sono lettori, e se non si attua a tutti i livelli una efficace strategia di (ri)promozione della lettura soprattutto a scapito di tutto ciò che vi è sostanzialmente avverso, al fine di frenare l’emorragia di lettori stessi e anzi aumentare da subito e in maniera cospicua il numero e i relativi acquisti, ecco… non si va da nessuna parte. Ahinoi!

