Sono passato accanto a due conoscenti, poco fa, che lungo la via pedonale per la quale transitavo ho sentito discutere – amichevolmente ma animatamente – di cose che avevano sentito dire da certi politici in TV, Tizio che aveva affermato questo e Caio che gli aveva ribattuto quello e Sempronio che aveva osservato a entrambi quell’altro eccetera.
Mi sono permesso di intromettermi nel loro chiacchiericcio e ho chiesto:
«Scusate, ma veramente voi ancora credete a quello che dicono i politici, e che vanno a dire in TV?»
Mi hanno guardato come se fossi “matto”.
Io, “matto”.
«Be’, allora auguri. Ma non intendo per Natale!» ho chiosato loro, e salutati cordialmente me ne sono andato per la mia strada.
[Foto di Couleur da Pixabay.]In tema di restrizioni da Dpcm legate al periodo di pandemia in corso e di polemiche costanti e galoppanti al riguardo, mi sembra che il nocciolo “politico-morale” della questione non sia la limitazione della “libertà” personale, peraltro contestata più di frequente da chi in altre sue idee si permette di negare le libertà altrui (e poi, libertà come concetto: parliamone e definiamo di che cosa stiamo discutendo, prima di sproloquiare sul termine e sul suo significato!) ma sia invece la disuguaglianza di diritti che le restrizioni provocano: per certi aspetti inevitabile e dunque necessariamente ammissibile ma, per altri aspetti, temo troppo sottovalutata e trattata sbrigativamente ovvero superficialmente, piegata a meri diktat burocratici avulsi dalle consistenze sociali, al punto da apparire quasi incostituzionale oltre che, francamente, piuttosto illogica se non ridicola.
D’altro canto, le disquisizioni sul tema mi sembra che continuino a restare chiuse in “singolarismi” piuttosto netti e indiscutibili: lo fa la politica, normando la questione in modo formalista e pedissequo per mere ragioni di scarico delle responsabilità e di incapacità conscia o meno di agire diversamente (sia che ciò significhi più rigidamente oppure meno, non è questo il punto); e lo fa l’ambito privato, nel quale si pone reiteratamente l’accento sulla “libertà”, appunto, ma come mero diritto egoistico, di difesa del proprio orticello personale, nuovamente in un modo che scarica le implicazioni dei propri comportamenti civici sugli altri.
Credo ci vorrebbe più attenzione e accuratezza politica, da una parte, e più senso civico e di comunità dall’altra. Ribadisco: è ovvio che delle “restrizioni” applicate dall’alto alla sfera pubblica possano provocare situazioni di limitazioni e squilibri, lo segnala il termine stesso, e se devono necessariamente essere messe in atto vanno poi considerate e adempiute; ma se la loro attuazione è basata più su una volontà da “taglio della testa al toro” così ignorando altre possibili soluzioni o quanto meno senza provare a riflettere su eventuali alternative e sulle loro potenziali efficacie, il pericolo è che quelle restrizioni finiscano per soffocare ancor più lo sviluppo di un adeguato e imprescindibile senso civico nella società. Per di più in una società come quella italiana che certamente, in quanto a consapevolezza civica, di strada ne deve fare tantissima: una situazione che giustifica per certi versi quelle restrizioni ma, io credo, non educa la società al riguardo. Col pericolo che in futuro, se dovesse mai capitare una nuova emergenza come quella attuale, ci ritroveremo nella stessa situazione senza aver imparato un bel niente: non è semmai proprio questa, a ben vedere, una delle più tristi e perniciose autolimitazioni della libertà?
Comunque giova ricordare e rimarcare una cosa ragguardevole, dell’Italia rispetto al Covid-19: che è l’unico paese al mondo che sta affrontando il periodo di pandemia, fin dall’inizio e con tutte le emergenze sanitarie conseguenti, facendosi guidare da un ministro della salute che si chiama Speranza.
Il che può portare a “giovarsi” d’altre due rimarchevoli cose: quanto i Romani (ai quali l’Italia deve ancora molto, culturalmente) davano credito alla celebre locuzione Nomen Omen, e quanto ugualmente ne dessero all’altro loro detto, Spes ultima Dea, che è l’odierno (la) speranza è l’ultima a morire.
Ecco.
Be’, la speranza è che questa sia soltanto mera ironia, ovvio.
P.S.: sì, anche l’immagine lì sopra è “ironica”. Cliccateci sopra per capire come mai.
«Morto da patridiota» è l’ultima opera dello street artist senza nome di Torino che durante la notte di Halloween ha affisso i suoi manifesti con la scritta No Mask inciso su una lapide. Il poster che sbeffeggia i negazionisti del Coronavirus, si trova in piazza Zara e alla rotonda di Viale Dogali, negli stalli pubblicitari. Lo street artist, che vuole restare anonimo, si firma come Andrea Villa. L’autore ha raccontato a Open che l’idea per l’ultima opera è giustificata dal fatto che «l’autorizzazione dell’opinione pubblica alla demagogia culturale ha creato una degenerazione dei costumi dovuta principalmente all’incapacità degli utenti ad usare i nuovi media per arricchire il loro bagaglio culturale».
Secondo Villa il diritto di informazione «dovrebbe essere tolto al popolo perché citando Umberto Eco “genera una legione di imbecilli”, e quindi penso che il popolo dovrebbe essere dominato da una classe aristocratica intellettuale poiché fondamentalmente non capisce un cazzo».
Be’, non posso che aggiungere: “chapeau!“, “Andrea Villa“!