La città della luce

Luzern_photonightvirgoletteLuzern, “Luce-rna”, ovvero città della luce. Un nome che più azzeccato non potrebbe essere.
Qui, dove finalmente le rocciose e irte corrugazioni alpine si distendono nelle placide, rotondeggianti e confortevoli colline dell’Altopiano Centrale, il cielo si apre come l’immensa corolla d’un fiore iridescente che abbia scelto di rivolgersi verso la Terra, non verso il Sole, e che non effonda profumo ma luce, purissima luce – o forse sì, è un profumo anche quello, la cui fragranza sa farsi sentire ai sensi interiori piuttosto che a quelli esteriori. Un’essenza meravigliosa, paradisiaca – l’essenza di un Eden sulla Terra.
Forse anche da ciò scaturì la leggenda che narra dell’angelo il quale indicò agli uomini di quel territorio, proprio con una luce, dove costruire la nuova città. Beh, grazie! – verrebbe da scherzare: chi più di un angelo se ne intende di paradisi e posti affini? Ma se non si può che sorridere di fronte ai miti della superstizione popolare, viene d’altro canto da riflettere come quell’angelo o chi per lui, oltre che di paradisi, s’intendesse e bene di affari, per come Lucerna venne edificata in una posizione sublime non solo paesaggisticamente ma pure commercialmente, lungo la via che dal sud Europa, attraverso il Gottardo – valico non a caso aperto quasi contemporaneamente al primo insediamento lucernese – portava verso Nord. Via trafficatissima da genti, merci, beni, denari, tesori vari e assortiti fin da chissà quali tempi remoti, come denotato poc’anzi. Evidentemente già agli elvetici di allora non mancava un certo buon fiuto per gli affari, ma non credo di fantasticare troppo nel supporre che ai mercanti in viaggio attraverso le Alpi e in transito su quella via, giungere in un luogo e in un paesaggio così bello doveva illuminare l’animo esattamente come al viaggiatore contemporaneo, e invitare alla sosta (e al commercio) lì piuttosto che altrove.
Similmente non è un caso che Lucerna fosse destinata a diventare la capitale della Confederazione Elvetica; venne poi scelta Berna per convenienze amministrative, ma la posizione geograficamente baricentrica della città rispetto alla nazione d’intorno da sempre ne riflette in maniera emblematica anche la posizione morale e umorale. L’essenza della Svizzera è qui, più che altrove, la sua natura nazionale, il compendio delle sue migliori caratteristiche, la prova di come la sua gente abbia saputo fare, di quanto naturalmente a disposizione, qualcosa di incredibilmente buono, e fruttuoso. Berna è elegantissima, Zurigo è scintillante, Ginevra cosmopolita, Basilea fremente. Tutte le città elvetiche hanno proprie peculiarità pregnanti e toccanti, capaci di ammaliare e appassionare tanti viaggiatori; nessuna come Lucerna ha quel non so che di sommo e inimitabile, in grado di sedurre tutti i viaggiatori. Ogni città può essere un diamante che rilascia nel cuore la sua preziosa luminosità, ma Lucerna in quel cuore lascerà, a quel cuore donerà, anche un pezzo del diamante che è. Il quale diverrà gioiello pregiato, e il cuore suo perenne forziere.
E se Berna è la capitale amministrative della Confederazione, se Zurigo è quella economica, certamente Lucerna ne è capitale morale, appunto. Io credo che se la Svizzera, per un ipotetico e mi auguro assurdo conflitto, dovesse gioco forza scegliere quali città perdere, sono certo che i dubbi sarebbero atroci ma pochi: con Zurigo perderebbe la ricchezza, con Berna l’identità politica, con Lucerna l’anima. E senz’anima non vi è creatura vivente degna di tal nome.

Lucerna-libro-cut_750Un breve estratto da “Lucerna, il cuore della Svizzera”, la mia piccola “guida di viaggio emozionale” sulla e nella città elvetica, luogo molto meno noto di quanto meriti ma – anche per questo – molto più capace di stupire qualsiasi suo visitatore. Il libro è disponibile presso tutte le librerie (anche su ordinazione, nel caso non sia presente) e negli stores on line (ad esempio qui, qui, qui o direttamente nell’eshop dell’editore) peraltro ad un prezzo assolutamente popolare: solo 5 Euro. Per avere qualsiasi ulteriore informazione sul libro cliccate sull’immagine lì sopra, oppure potete contattare me (anche lasciando un commento a questo articolo), o direttamente l’editore.
Pronti dunque a partire e viaggiare tra le pagine (e magari non solo) per scoprire Lucerna? Se sarà così, buona lettura!

Luca Rota
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni 2013
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-96656-85-3
Pag.52, € 5,00

Excelsior!

cop_libro_CAI-1Questo che state per leggere è un brano tratto da “Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte”, il volume che ho redatto e curato con il quale il Club Alpino Italiano di Calolziocorte – cittadina alle porte di Lecco – ha festeggiato i 75 anni dalla propria fondazione. nello specifico, è l’introduzione all’ultimo capitolo, quello che disquisisce degli itinerari che raggiungono la vetta massima del Resegone, una delle montagne più celebri delle Alpi – sì, quello citato dal Manzoni ne “I Promessi Sposi”! “Sö e só dal Pass del Fó” è edito dalla stessa sezione CAI di Calolziocorte, ed è in vendita al pubblico al costo di € 20,00. Per acquistarlo potete rivolgervi alla sezione, visitando il sito web per avere i contatti o la relativa pagina facebook, oppure direttamente a me, nei modi usuali. Oppure ancora, se siete soci CAI, potete richiederlo alla Vostra sezione di appartenenza.

0-COPERTINA_1-1Excelsior!

Bada agl’aridi pini, alla foresta | Già dirotta dal turbine, ti sia | Custode il ciel dalla valanga.” È questa | La buona notte che il villan gli invia. | Lontano in sulla cima | Una parola intìma: | Excelsior!

E’ parte del testo d’un componimento di Henry Wadsworth Longfellow [1], poeta americano dell’Ottocento tra i primi a dedicare i propri versi al paesaggio della sua terra con occhio quasi “ecologista” e spirito ispirato da quel Romanticismo che nel frattempo, qui in Europa, contribuiva a stimolare i primi alpinisti alla conquista delle vette alpine. E’ da lì che viene il motto del Club Alpino Italiano, quel “Excelsior!”, appunto, che letteralmente significa “più in alto!” e che rappresenta efficacemente l’anelito materiale e spirituale dell’uomo a salire fin dove la Terra, con le cime delle montagne, si avvicina maggiormente al cielo, ovvero verso dove la dimensione quotidiana e terrena può entrare in contatto con quella metafisica – qualsiasi cosa ciò possa significare. Una sfida di ardimento, di coraggio, di tecnica, di cuore, mente, polmoni, per affermare fondamentalmente la forza della propria vita, in primis a sé stessi: in su e in sé, per citare il titolo di un libro dedicato al rapporto tra alpinismo e psicologia di qualche tempo fa [2].

Ora, senza esagerare in sofismi cattedratici che apparirebbero probabilmente fuori luogo, è innegabile che per ogni appassionato di montagna la vetta rappresenta qualcosa di simbolicamente potente: il punto massimo raggiungibile, un apice assoluto sul quale si è al di sopra di ogni altra cosa nelle vicinanze, oltre che, ovviamente, pure un risultato “sportivo” – più o meno alpinistico che sia – del quale si può essere giustificatamente orgogliosi. Certo, i movimenti alpinistici alternativi di fine anni ’60, nati parallelamente ai fremiti studenteschi di protesta di quel tempo, cercarono di sancire la fine della cultura della vetta a tutti i costi considerando tale “sovversione” un anelito di libertà [3]; tuttavia, prima o poi quell’impulso a salire verso l’alto tipico di ogni appassionato di montagna non potrà non contemplare la vetta come coronamento della propria ascesa – tecnica e non solo, appunto – dacché solo in vetta, alla quota massima di un monte, l’ascensione si può dire veramente completata. Ma, lo si ribadisce, non si vuole qui esagerare con concetti e visioni troppo elucubrate: il Resegone non è certo montagna assimilabile a chissà quale gigante alpino dal prestigio alpinistico ben maggiore, e la sua quota a ben vedere modesta non è che possa ispirare chissà quale elevazione metafisica a toccare sfere celesti altrimenti irraggiungibili! Però, è comunque una montagna dal grande fascino, senza dubbio: la sua vicinanza alla pianura milanese e ai laghi, la sua morfologia, la spettacolarità dei suoi versanti, l’offerta di itinerari escursionistici e alpinistici per tutti i gusti, la rendono meta comunque apprezzata e ambita da molti, e crediamo sarebbe stato così anche senza il dono della notorietà letteraria conferitogli dal Manzoni. Poi, appunto, non è che ci si possa vantare della vetta del Resegone come del Monte Bianco o di chissà quale altra prestigiosa cima – anche se, come vedremo, per raggiungere la vetta non mancano certo sentieri di cui poter andare fieri: tuttavia, lo ribadiamo, ogni montagna con la propria sommità è un vertice assoluto, un punto supremo oltre cui vi è solo il cielo, che sia alta meno di duemila metri o più di ottomila, e per questo ciascun monte è certamente buon compimento di quell’anelito al salire verso l’alto che lo stesso CAI, sull’onda dei versi di Longfellow, ha reso proprio motto: excelsior!

[1] Henry Wadsworth Longfellow, poeta, traduttore ed educatore statunitense (1807-1882). Scrisse  diverse raccolte di poesia ispirate dal Romanticismo europeo, tra le quali “Voci nella notte” e “Ballate ed altre poesie”: è appunto in quest’ultima raccolta che è contenuta la poesia “Excelsior!”, nella quale il termine è ripetuto come un leitmotiv.

[2] Giuseppe Saglio, Cinzia Zola, “In su e in sé. Alpinismo e psicologia”, Priuli e Verlucca Editori, 2007.

[3] Ovviamente il pensiero va soprattutto al “Nuovo Mattino”, movimento nato agli inizi degli anni ’70 e ispirato da uno scritto di Gian Pietro Motti, che ne fu tra i principali “ideologi”, per il quale la “libertà” dal concetto della vetta a tutti i costi era soprattutto legato alla scoperta di nuovi luoghi sui quali arrampicare e superare i limiti di difficoltà a quel tempo raggiunti: l’arrampicata sulle falesie di fondovalle nacque così, ad esempio, la quale a sua volta fu la culla del contemporaneo free climbing.

Camminare è un arte! (Ovvero: sulla prossima presentazione d’una nuova carta dei sentieri…)

Immagine-mappa-triplaMartedì 5 luglio prossimo, a Carenno, bellissima località sulle Prealpi Bergamasche a Sud del manzoniano Resegone, ci sarà la prima presentazione pubblica della nuova “Carta dei Sentieri Carenno, Costa Valle Imagna, Torre De’ Busi”, prodotta da Ingenia Cartoguide – una delle più prestigiose editrici cartografiche italiane – alla quale ho partecipato in veste di coordinatore e curatore delle schede informative che arricchiscono la carta sul retro. Altre presentazioni seguiranno, in località della zona interessata dalla carta (e non solo), nelle settimane successive.
La carta copre una delle più belle porzioni di territorio collinare e montano delle Prealpi lombarde, compreso tra il gruppo del Resegone e la vetta del Monte Linzone, tra le Valli Imagna e San Martino: zona di bellissimi sentieri e panorami infiniti, di innumerevoli emergenze storiche, architettoniche, rurali e culturali in genere, di tesori geologici, paleontologici, speleologici, botanici, di foreste maestose, alberi monumentali, sublimi ondulazioni prative, luoghi misteriosi e ancora selvaggi ove si tramandano leggende dal sapore ancestrale ma pure dove si può studiare, ad esempio, l’evoluzione della novecentesca frequentazione turistica della montagna – in fondo sono monti, questi, che distano neanche un’ora d’auto dal centro di Milano… Insomma, una zona da conoscere a fondo e frequentare assiduamente, per quante sorprese può donare a chi la esplora.

Quello con Ingenia è un lavoro che ormai da due stagioni porto avanti e che mi permette di concretizzare geo-graficamente, per così “letteralmente” dire, le attività di studio culturale (in senso generale) del territorio variamente antropizzato, in particolare di quello di montagna, portandole a supporto di quella che è l’opera par excellence di rappresentazione della Terra, ovvero del territorio nel quale viviamo e col quale interagiamo, più o meno virtuosamente.
Una carta geografica, ancor più se dotata d’una funzionalità escursionistica altamente dettagliata – come è la norma per le produzioni Ingenia – è veramente un’opera nel senso più alto e ampio del termine. Non solo un foglio riportante una rappresentazione del terreno con strade, case, sentieri o che altro, ma un perfetto connubio tra i due elementi sostanziali che connotano un’autentica opera creativa: corpus mysticum e corpus mechanicum, cioè il contenuto intellettuale, con il messaggio tematico e culturale proprio, e il supporto materiale, con le funzionalità pratiche ad esso conferite.
Insomma, in parole più semplici: una carta dei sentieri non è soltanto uno strumento utile a raggiungere il rifugio sui monti ove mangiarsi un piatto di polenta ovvero a non perdersi tra boschi e valli. In primis, essa è la migliore, più immediata ed efficace e a volte più estetica rappresentazione del territorio, un formidabile strumento di conoscenza il quale, attraverso i propri segni grafici, ci rende subito l’idea, la forma, la sostanza e il valore (da intendersi “culturale” in senso lato, dunque pure antropologico e sociologico) di quel pezzo di pianeta al quale fa riferimento nonché della gente che lo ha abitato e lo abita tutt’ora. Per questo, la carta dei sentieri è anche un dettagliatissimo e illuminante testo storico: ogni traccia umana riportata sul fondo grafico – strade, sentieri, mulattiere, case e paesi, edifici religiosi e rurali, fontane, sorgenti e così via – ci racconta la storia di chi è transitato su quelle strade e sentieri, sul perché sia transitato proprio lì e non altrove, su dove si sia fermato e abbia reso stanziale il suo transito, eccetera. Ribadisco sempre che il territorio è come un libro aperto sulle cui pagine l’uomo ha scritto la propria storia, e i segni grafici di tale scrittura storica sono proprio gli itinerari, le case, i paesi e ogni altra impronta antropica lasciati nel corso dei secoli.
D’altro canto con ciò non sto scoprendo nulla di nuovo: semmai riaffermo da par mio quanto attestato in passato da grandi personaggi della geografia, veri e propri filosofi della Terra come Élisée Reclus, il quale forse più di ogni altro mise in evidenza e sancì in modo ineluttabile il legame strettissimo tra storia e geografia: due discipline l’una causa/effetto dell’altra dacché la prima ha da sempre determinato la seconda – ben più che i confini politici tracciati dai potenti, ad esempio – e la seconda ha inevitabilmente influenzato la prima, su grande scala ma pure nei piccoli territori.
Ma vado ancora oltre: una carta dei sentieri può essere anche – inopinatamente ma pure innegabilmente, e capirete a breve il perché – un testo didattico d’arte. Già, proprio così: il territorio ovvero il paesaggio, infatti, è un elemento culturale – non lo dico io ma è la stessa UNESCO a sancirlo, oltre che l’articolo 1 della Convenzione Europea del Paesaggio) – “il cui aspetto o carattere derivano dalle azioni di fattori naturali e/o culturali (antropici)” – appunto. Non solo, dacché nel paesaggio è evidente anche il valore estetico, suscitante reazioni emozionali né più ne meno simili a quelle generate dalle opere d’arte: è inutile dire che è proprio il paesaggio uno degli elementi che più facilmente le persone assimilano al concetto di “bellezza”, dunque a quel valore estetico-emozionale che, come detto, rimanda direttamente all’espressività artistica. Che è, però, attività umana: ma qual è lo “strumento” primario a disposizione dell’uomo per correlarsi all’elemento culturale e “artistico” che è il paesaggio? Risposta semplicissima: il camminare. Attività “ovvia” dell’essere umano eppure fondamentale forse come nessun altra per l’evoluzione della nostra civiltà e, nella notte dei tempi come oggi, pratica insostituibile per la conoscenza, l’esplorazione, la lettura, la comprensione e l’approfondimento culturale del paesaggio, ovvero del territorio in cui ci si ritrova a muoversi. Per questo il camminare può e deve (anche) essere considerata una pratica esteticaFrancesco Careri ha scritto un bellissimo volume sul tema, nel quale peraltro racconta come effettivamente diversi movimenti artistici (e relativi esponenti) del Novecento hanno considerato il cammino come una forma artistica, dal Dada ai Lettristi fino alla contemporanea Land Art – e, per lo stesso motivo ovvero per conseguenza, tornando a quanto asserito poco fa: ebbene sì, una carta di sentieri, in quanto primario strumento d’invito al camminare nel territorio naturale e di cognizione non solo geografica di tale pratica, può essere ben considerata anche un testo didattico d’arte. Assolutamente.

Carenno02
Se sarete in zona, dunque, vi invito alla suddetta presentazione di martedì 5 luglio a Carenno. Ne uscirete con una considerazione ben più ricca e approfondita d’un gesto così elementare e ugualmente trascurato come il camminare. In fondo, come spesso accade, è nelle piccole cose che si generano le più grandi e importanti verità, così come dai minimi gesti individuali possono scaturire le più grandi e virtuose rivoluzioni…

“Fracia”: quando la parete si fa dura, i duri cominciano a salirla!

Questo che state per leggere è un brano tratto da “Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte”, il volume che ho redatto e curato con il quale il Club Alpino Italiano di Calolziocorte – cittadina alle porte di Lecco – ha festeggiato i 75 anni dalla propria fondazione. E’ la storia di una parete non certo blasonata come tante cop_libro_CAI-1altre alpine, secondaria, discosta dalle zone di frequentazione alpinistica più note e dunque dall’interesse di tanti arrampicatori, eppure dotata d’un suo grandissimo fascino, un’attrattiva particolare che è anche aura temuta e famigerata, sotto certi aspetti – e nonostante in altri settori la parete sia molto meno “problematica”. Ed è la storia di questa parete, il testo qui sotto, narrata attraverso la storia, le emozioni e le sensazioni di alcuni degli uomini che hanno trovato il coraggio di sfidarla e vincerla, e che nel racconto si incrociano nello stesso luogo in epoche differenti. Un’invenzione narrativa spaziotemporale che, mi auguro, sappia rendere vivide le sensazioni dei suoi protagonisti a chiunque, anche a chi se ne resterà comodamente seduto in poltrona a leggere, ben lontano dalla “Fracia” e dalla sua rabbrividente aura…Sö e só dal Pass del Fó” è edito dalla stessa sezione CAI di Calolziocorte, ed è in vendita al pubblico al costo di € 20,00. Per acquistarlo potete rivolgervi alla sezione, visitando il sito web per avere i contatti o la relativa pagina facebook, oppure direttamente a me, nei modi usuali. Oppure ancora, se siete soci CAI, potete richiederlo alla Vostra sezione di appartenenza.

Fracia1Fracia: quando la parete si fa dura, i duri cominciano a salirla!

Fracia: basta il nome! – verrebbe da dire. Una denominazione dialettale che richiama espressamente la peculiarità principale di questa altrimenti splendida parete che dalla costa di Sopracorna, sul versante Sud Ovest del Monte Spedone, precipita verso la Valle del Gallavesa: la sua roccia in molti tratti friabile, dunque il rischio aggiunto che deve essere sostenuto da chi vi si avventuri. E’ bastato spesso quel nome per tenere lontano molti arrampicatori, affascinanti da una parete così spettacolare, posta in bella vista al cospetto dell’intera Valle San Martino e dotata di potenzialità alpinistiche rare in zona, ma che non se la sono sentita di affrontarla, scoraggiati anche dalle relazioni di chi invece vi è salito. Una parete da affrontare con la testa, con parecchia forza ma altrettanta delicatezza, e a cui non dare mai troppa confidenza: non è un caso che le linee di salita tracciate su di essa, e l’elenco dei ripetitori, portino le firme di alcuni tra i migliori e più titolati alpinisti locali, autori di belle imprese anche su altre più celebrate pareti alpine. Il “duri” del titolo di questo capitoletto, al di là della metaforica ironia, sta per coraggiosi, intraprendenti, audaci, ma altrettanto consapevoli del proprio agire e delle sensazioni da esso scaturenti, che una parete “dura” come la Sud Ovest del Monte Spedone sa generare.
Per la cronaca, le vie tracciate sulla pala principale occidentale – ovvero “la” parete per eccellenza dello Spedone, quella verso cui si volge lo sguardo quando si ode il nome “Fracia” – sono: la Cattaneo-Corti del 1933, la Longoni-Corti del 1936, la “Pietro Fiocchi” o “Ruchin” – Esposito-Colombo – del 1942, la Papini-Nava del 1948, la variante Burini-Mozzanica alla “Pietro Fiocchi” del 1960, la Burini-Locatelli o “Direttissima” del 1963, la via “dei Soci” ad opera di A.Papini, P.Salvadori, C.Longhi, B.Milesi, S.Corti del 1975. Tutte vie sovente oltre il VI grado, ardite, tecniche e assai fornite di passaggi da cardiopalma. (Citiamo pure le altre vie della bastionata, che salgono sugli speroni a destra – osservando da valle – della “Fracia” propriamente detta: la via “delle Formiche” di A.Colombo-G.Valsecchi, la “G.Valsecchi” di M.Burini-M.Stucchi del 1960, la via “Iosca” di D.Berizzi-A.Rota del 1976, e la via del “Naso di Carenno” di D.Berizzi-A.Papini-P.Villa del 1975.)
La fama della Fracia, nel bene e nel male, ci ha però fatto sorgere l’idea di celebrare gli uomini che l’hanno affrontata non con le solite relazioni di salita delle sopra elencate vie, le quali peraltro sono in gran parte facilmente rintracciabili sul web o su alcune pubblicazioni CAI, ma attraverso le emozioni e le sensazioni di essi, idealmente percorrendo la parete con il cuore e l’animo, più che con mani e piedi, di quattro degli alpinisti che l’hanno vinta, ovviamente tutti soci del CAI di Calolziocorte: Mario Burini, Alessandro “Ninotta” Locatelli, Giuseppe Ravasio e Giuseppe Rocchi. Le parti in corsivo nel testo sono tratte dalle testimonianze dirette, orali o scritte, dei quattro nostri protagonisti.

Fracia2Non si può non cominciare da Mario Burini, Accademico CAAI, che la Fracia la conosce forse meglio di chiunque altro per averla salita e superata più di chiunque altro, tanto da essere denominato da qualcuno “Re dello Spedone” oppure “Fraciologo” (!). La sua “Direttissima” del 1963 è probabilmente la più bella via sulla parete, e Burini la inizia con diversi compagni e conclude in cordata con “Ninotta” Locatelli, Ragno di Lecco prematuramente scomparso nel 1972 per un male incurabile, che di essa lascia una bella relazione. Locatelli si fa convincere da Burini a fargli da secondo nonostante le cose poco rassicuranti che si raccontano sulla parete e su alcuni che l’avevano tentata: cita tal signor Carletto, vecchio alpinista, che gli racconta delle difficoltà, i bivacchi e i voli fatti dai vari Mauri, Rusconi, Corti, Papini, e altri. Ha pure sentito delle ritirate dalla parete di Burini e compagni nei primi tentativi di apertura della via, con acrobazie varie e assortite compiute pure sul “famoso cordino del Mario”, una corda di nylon intrecciata di 8 millimetri che aveva la proprietà di allungarsi come un elastico! – ricorda Locatelli con evidente sconcerto. Per non parlare del bivacco in parete di Burini sulla via “Ruchin” con tanto di fari puntati ad illuminare la zona, provocando le ire tremebonde dell’accademico calolziese che per tutta risposta intima a quelli di andarsene a casa, che egli voleva solo dormire!
La via “Ruchin”, appunto – la cui denominazione ufficiale è via “Pietro Fiocchi” ma che tutti conoscono e identificano col soprannome di Ercole Esposito, il celebre accademico calolziese (peraltro tra i soci fondatori della sezione CAI di Calolziocorte) che ne fu l’artefice, e il cui “record” di ripetizioni spetta proprio a Mario Burini: la affrontano nel 1991 Ravasio e Rocchi, con quest’ultimo a istigare l’impresa: già altre volte avevo pensato a quella via – ricorda Rocchi – ma leggendo le impressioni rilasciate dalle poche cordate che ne avevano effettuato le ripetizioni (6 in 50 anni) mi ero ormai convinto che non valeva la pena di rischiare la vita per tentare di salire quella via. Ma dentro di me ormai è scattato qualcosa che mi spinge a tentare, non mi resta che cercare qualcuno abbastanza folle da seguirmi in quest’impresa. “Bepi” Ravasio, appunto. Le impressioni che cita Rocchi suscitano ben poca tranquillità – ai due come, molto probabilmente, a Locatelli per la sua salita con Burini: via allucinante che conta pochissime ripetizioni di cui due con caduta, che confermano le estreme difficoltà, con molto artificiale su chiodi malsicuri e su roccia friabilissima. C’è da ritenere poi che tutti e quattro i nostri scalatori sappiano quanto successo nel 1951 a Bruno Papini durante il tentativo di prima ripetizione della via “Ruchin”: l’improvvisa fuoriuscita di un chiodo lo sorprende al termine del celebre traverso, e il risultato è un volo di venti metri nel vuoto, nove chiodi strappati, due incisivi superiori avulsi e uno strappo tremendo alla cassa toracica. Ora capirete senza più dubbi perché fior di scalatori se ne sono stati e continuano a stare ben distanti dalla Fracia e dalle sue rocce!
Così, mentre Ravasio passa una notte travagliata e insonne e ugualmente Rocchi non fa che rigirarsi nel letto cercando di cancellare le parole lette nelle relazioni, quasi trent’anni prima “Ninotta” attacca con Burini la sua via, per denotarne a sua volta subito la particolarità della roccia, stratificata ed estremamente friabile. Di contro ha quanto meno la sicurezza di salire con un compagno che la parete, nella sua prima parte, la conosce come le proprie tasche; sicurezza di cui Ravasio e Rocchi non possono godere, anzi: quando il secondo avvisa la moglie delle loro intenzioni, la donna monta su tutte le furie e sentenzia: “voi due siete matti da legare!” Ma ci pensa Ravasio a dare un po’ di “fiducia” al compagno: tutti gli incidenti capitati sulla parete si sono risolti con ferite più o meno gravi, ma non è mai morto nessuno!Bella consolazione! – gli ribatte Rocchi.

Burini e Locatelli intanto cominciano a salire: il secondo fa sicura al primo, e solo le schegge di roccia che cadono e il lento scorrere della corda mi segnalano la sua progressiva salita. In effetti sulla Fracia cadono ben più rocce che acqua, intesa come pioggia: lo ricorda Burini, che la parete è così strapiombante che durante uno dei primi tentativi di apertura della via scoppiò un temporale che durò un’ora e mezza, e non prendemmo nemmeno una goccia di pioggia!
Anche Rocchi è alle prese con la tremenda roccia della parete: sono in difficoltà – dice – la roccia è talmente friabile che non so più dove aggrapparmi, i vecchi chiodi sono inutilizzabili – d’altronde lo dice pure Burini, che di tutto il materiale che si può trovare in parete non c’è affatto da fidarsi: primo perché in molti casi è vecchio di cinquant’anni e più, e poi perché rappresenta più una speranza che una certezza di tenuta d’una eventuale caduta – e infatti, continua Rocchi, quei chiodi come mi attacco fuoriescono con estrema facilità. La situazione è drammatica, cerco di arrampicare in opposizione, impegnato allo spasimo, al limite della sopportazione. Anche Ravasio, il suo compagno, è nella stessa situazione: la paura di aver sbagliato mi tormenta, ritorno a fatica sui miei passi, sudando freddo per l’estrema tensione, e cerco di non guardare la strada per Erve che sta sotto. Tale visione spaventa pure “Ninotta”, nel 1963: sotto i nostri piedi si snoda il nastro asfaltato della strada che da Calolzio sale ad Erve, e la vista sprofonda nel nero baratro del “paradiso dei cani”. La tensione aumenta, il che fa tirare a Ravasio certe imprecazioni irripetibili: è assicurato ad un solo, misero nut, e ai dubbi di Rocchi egli risponde tra mille coloriti improperi che non sa più cosa fare, perciò bisogna per forza di cose fidarsi di quel nut. Ma il “volo”, in Fracia, è cosa pressoché certa, ed è Rocchi a comprovare suo malgrado tale certezza: il chiodo a cui è assicurato esce, cade per diversi metri, una delle due corde si trancia e nella caduta le ginocchia sbattono violentemente contro la roccia. Nel suo volo si arresta proprio in corrispondenza dell’uscita della variante alla via “Ruchin” aperta da Burini insieme con Dario Mozzanica (del CAI di Merate): nuovamente il caso fa idealmente incrociare le avventure arrampicatorie delle due cordate di cui stiamo narrando. Anche “Ninotta”, quasi trent’anni prima, è alle prese con un chiodo parecchio allarmante: ho le braccia morte – confessa – e prego il Signore che il chiodo tenga, lasciandomi andare su di esso. Ma fidarsi è bene, non fidarsi è meglio: egli risolve dubbi e timori con il secondo dei chiodi a pressione che utilizzerà sulla via, in disaccordo con Burini al quale tali sistemi non sono mai piaciuti e ritiene invece che si sarebbe potuti passare anche senza.
Ormai entrambe le cordate sono quasi in cima alla parete. Burini, da quel crapone che è, lascia salire da primo Locatelli anche sul tiro finale, per risparmiare tempo ed evitare di bivaccare. Tiro finale che invece, sulla “Ruchin”, Ravasio giudica un vero incubo. La roccia si sfalda, continuo a salire aggrappandomi a massi assai instabili e riesco ad evitare il volo per il rotto della cuffia. Ma ormai il bosco al termine della parete è raggiunto, finalmente. Ravasio si sente come un naufrago che tocca terra dopo una spaventosa tempesta, profondamente commosso, mentre per Rocchi lo stress cede il posto ad un’allegria incontenibile, stringendo la mano a Bepi e congratulandomi a lungo con lui perché nonostante le ammaccature (dato che pure Ravasio ha un polpaccio che brucia e una mano dolente) ha saputo reagire e condurre la salita fino al termine, in mezzo a mille difficoltà e su un terreno così infido.
Però i due non sono d’accordo sul giudizio circa l’impresa compiuta: per Ravasio è uno dei giorni più belli e gratificanti della sua vita, per Rocchi l’aggettivo “avvincente” affibbiato dal compagno alla salita io lo cambierei con “allucinante” – confessa, e aggiunge poi, una volta a riposo sul divano di casa, che pensando alla giornata intensa trascorsa in Fracia, mi chiedo se ne sia valsa la pena, ed anche se tutto si è risolto per il meglio o quasi, sinceramente non lo so. Tutto posso dire all’infuori di essermi divertito, anzi, l’arrampicata su quella roccia da brivido, in alcune circostanze, ha evocato in me sentimenti prossimi alla disperazione.
Nel 1963, invece, Mario Burini e “Ninotta” Locatelli escono dalla nuova via in condizioni migliori: li aspetta uno dei premi più “classici” per degli alpinisti di ritorno da una salita, a Rossino – il sobborgo calolziese ai piedi della Fracia – dove ci fermiamo a bere birra e gazzosa.

Fracia4Qui termina il nostro “racconto emozionale incrociato”, un omaggio ai nostri scalatori che la Fracia l’hanno vissuta così intensamente, al loro coraggio e all’intraprendenza, alla loro forza d’animo e di volontà – virtù proprie di tutti i più forti alpinisti – e parimenti un omaggio a questa parete calolziese così affascinante e al contempo così inquietante.
Ma la storia della Fracia, invece, non è certamente finita: c’è tutt’oggi qualcuno che vi si avventura, che si decide a vincere i propri timori e ad affrontare le sue friabili trappole rocciose. Anche a questi nuovi intraprendenti sfidanti è dedicato questo pezzo, nella certezza che pure loro, lassù, si troveranno a vivere emozioni e generarsi nell’animo sensazioni altrettanto forti e indimenticabili.

Lucerna, e quella sensazione di essere nel posto giusto al momento giusto, sempre.

12088253_10153748525925854_1673698267206737407_nvirgoletteLucerna è un prodigio, a sua volta.
Una città piccola, minuscola in buona parte del resto del pianeta, eppure grandissima. Capace di rendere nuovamente l’aggettivo urbano un sinonimo di “civile”, non solo di “cittadino”.
E’ una metropoli in miniatura e insieme un villaggio esteso, un congegno generatore di energia civica che corre a pieni giri eppure resta silenzioso, senza scuotimenti, senza vibrazioni fastidiose.
E’ la sensazione strana e oltremodo piacevole di essere, se così posso dire, nel posto giusto al momento giusto – in uno dei pochi posti “giusti” rimasti a questo mondo. E fa nulla se non si capisce e capirà il perché di ciò, il motivo, e il tutto rimarrà allo stato di effimera e vuota percezione – in fondo, potrebbe anche solo essere il frutto della reiterata buona predisposizione d’animo prima citata e indotta pure dal mero stare, in questo posto giusto… Fa niente, appunto: si è, qui, ed è già una cosa bella.
Lucerna è una formula matematica trovata da una mente geniale, creativa e fantasiosa, che non solo risolve un problema ma svela la possibilità di ulteriori e sorprendenti rivelazioni.
E’ un raggio di luce solare che sempre trova il modo di bucare anche la coltre nuvolosa più densa, cadendo a illuminare terreni floridi e fecondi, non brulle praterie incolte.
E’ una creatura avvenente e affascinante, elegante e sensuale, mai sfacciata, mai pacchiana o troppo appariscente. Ti conquista dal primo istante in cui l’hai davanti ma non ti stordisce, non ti frastorna infidamente, anzi, ti impone in qualche modo di prestare ad essa fin da subito la massima attenzione e la più grande considerazione, e tu subitamente lo fai perché capisci che è la cosa più inevitabile da fare. E non ti genera nemmeno soggezione, o eccessivo ritegno perché, ugualmente dal primo istante, ti offre la sua mirabile avvenenza e tu ne puoi godere subito, provando dentro la sensazione piacevole di non essere in un luogo sconosciuto e per questo oscuro, ma al contrario comprensibile, cristallino, per certi versi domestico. Aristocraticamente affabile, e pronto da subito conferirti in animo la stessa sua nobiltà – la sua stessa preziosa, pregiata, insigne bellezza.
E’ un luogo generatore di speranza, o forse custode di essa, uno dei pochi rimasti di quelli in cui l’uomo sia stato presente e lo sia ancora in modo rilevante. Speranza che ancora la bellezza non si sia del tutto guastata, che ancora resista nella sua essenza salvifica – la dostoevskijana bellezza che salverà il mondo, o la dannunziana difesa della bellezza che è in noi – che è parte fondamentale di una buona vita da vivere. Speranza che l’armonia riscontrabile qui sia rintracciabile anche altrove, o in qualche riproducibile. Speranza di poter tornare ancora qui, sperando che nulla, ancora per lungo tempo, possa intervenire a guastare questa armoniosa bellezza cittadina. (…)

Lucerna-libro-cut_750Un breve estratto da Lucerna, il cuore della Svizzera, la mia piccola “guida di viaggio emozionale” sulla e nella città elvetica, luogo molto meno noto di quanto meriti ma – anche per questo – molto più capace di stupire qualsiasi suo visitatore. Il libro è disponibile presso tutte le librerie (anche su ordinazione, nel caso non sia presente) e negli stores on line (ad esempio qui, qui, qui o direttamente nell’eshop dell’editore) peraltro ad un prezzo assolutamente popolare: solo 5 Euro. Per avere qualsiasi ulteriore informazione sul libro cliccate sull’immagine lì sopra, oppure potete contattare me (anche lasciando un commento a questo articolo), o direttamente l’editore.
Pronti dunque a partire e viaggiare tra le pagine (e magari non solo) per scoprire Lucerna? Se sarà così, buona lettura!

Luca Rota
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni 2013
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-96656-85-3
Pag.52, € 5,00