Piccola lezione di giornalismo (che nessuno segue più)

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Ecco. Già quasi un secolo fa ci si poneva la questione di come si dovesse informare sugli accadimenti in maniera corretta ovvero priva di qualsivoglia speculazione d’alcun genere. E che chi debba informare – scrivendone, o in altro modo – si chiamasse allora Hemingway o si chiami oggi Pinco Pallino non cambia assolutamente i termini della questione – anzi, in qualche modo ne acuisce il valore.

Purtroppo, nel frattempo, non è cambiato il senso della professione (e dell’etica) giornalistica, semmai – semplicemente e drammaticamente – quel senso è stato gettato al vento dalle stesse redazioni dei media e dai loro responsabili, i quali hanno deciso ormai da parecchio tempo a questa parte – almeno dalle nostre – che di giornalisti veri non c’è più bisogno, certamente non per i titoloni delle prime pagine o per i primi servizi in onda nei TG. Quei pochi rimasti appaiono sempre più come esemplari (indifesi e perseguitati) d’una razza in via di prossima estinzione. I tempi ai quali fa riferimento l’immagine in testa all’articolo sono ben più lontani culturalmente che cronologicamente, insomma.

I risultati di queste nuove “strategie redazionali” le abbiamo tutti sotto gli occhi, giorno dopo giorno. In questa nostra era contemporanea (o postmoderna, se preferite) di paradossi e ribaltamenti d’ogni genere, anche i media fanno la loro bella parte, trasformandosi da educatori alla verità e alla conoscenza in sostenitori – quando non sorgenti primarie – della disinformazione e dell’analfabetismo funzionale. Ma è una parte della quale dovranno rispondere, prima o poi.

L’appello di Orhan Pamuk per la sua Turchia, un atto culturale illuminante

pamuk1Era prevedibile, che l’appello contro la soppressione dei diritti e delle libertà fondamentali in Turchia (lo potete leggere qui sotto nella sua versione originale, uscita su La Repubblica; cliccateci sopra per leggerlo in un formato più grande) ad opera del regime dittatoriale instaurato – con giochetti degni dei peggiori rais del Quarto Mondo, peraltro – dal presidente Recep Tayyip Erdoğan, pur diffuso da un grande personaggio della letteratura mondiale e Premio Nobel come Orhan Pamuk, sia stato sostanzialmente ignorato dai nostri media. Prevedibile ma non per questo meno amaro e irritante: l’atteggiamento del mondo avanzato verso la Turchia – del quale mondo ormai il grande paese posto tra appello-pamukEuropa e Asia fa sempre meno parte, quando invece al netto di Erdogan avrebbe tutte le carte per esserne tra i protagonisti – è maledettamente sintomatico di come l’elemento da sempre fondamentale per il progresso e l’evoluzione umana, ovvero la cultura, madre naturale della libertà di pensiero e della prosperità intellettuale diffusa, venga tranquillamente messo in subordine, molto in subordine, rispetto ai soliti intrallazzi geopolitici internazionali, nascosti tra i quali chissà quali nefandezze di potere si conservano e che, salvo che per un qualche inopinato miracolo, la gente comune non verrà mai a sapere. E tutto ciò nonostante l’evidenza palese della deriva teocratica e illiberale che la Turchia, fino a qualche anno fa ben più avanzata di molti paesi europei, sta subendo, in molti casi con modalità psicopatiche e del tutto simili a quelle di certi stati che, qui in Occidente, si ama definire “canaglia” – si veda, ad esempio, la messa al bando nei teatri del paese delle opere di Shakespeare, Brecht, Čechov e altri grandi autori europei.

Ma, al di là delle considerazioni politiche che si possono ricavare dalla realtà turca contemporanea e dalla nostra complice, bieca accondiscendenza nei confronti del suo regime dittatoriale, trovo molto importante che una delle maggiori personalità della letteratura mondiale quale è Orhan Pamuk, e massima per il suo paese, scenda in campo con tale evidenza e forza nell’interesse del paese stesso e per la salvaguardia della sua civiltà. Quella di Pamuk non è solo e semplicemente una forte azione di difesa della libertà culturale presente in Turchia, ma è pure un’iniziativa che rimette con altrettanta forza al centro della realtà dei fatti la cultura e tutto il suo fondamentale valore sociale. Non può esistere civiltà che possa definirsi realmente tale e che non si sviluppi – anche in senso meramente economico, certo – attorno ad un solido fulcro culturale: quando ciò è accaduto, e purtroppo è accaduto più volte nel corso della storia (ma sappiamo bene che l’uomo ancora oggi non sa trarre utili insegnamenti dai propri ripetuti errori del passato), quella pseudo-civiltà è crollata rapidamente su sé stessa oppure è stata spazzata via con altrettanta rapidità. Ciò perché la cultura non garantisce solo la solidità civica ad una società ma, appunto, vi assicura pure libertà di pensiero e d’azione, spessore intellettuale, possibilità di costante evoluzione sociale e di sviluppo antropologico e molte altre doti.

Un esempio assolutamente da imitare, insomma, quello di Pamuk. Anche nelle nostre personali, piccole e apparentemente insignificanti realtà quotidiane, ogni volta vi sia qualcuno o qualcosa che in un modo o nell’altro (la casistica in merito è assai ampia, ahinoi!) cerchi di calpestare la cultura e la sua buona diffusione. Mille piccoli appelli possono formare una grossa, possente voce per altrettante inevitabili istanze di giustizia, equità, legalità, ragione. Questo ha sempre fatto, la cultura, e questo deve continuare a fare, ora e in futuro. Altrimenti la nostra civiltà ne resterà irrimediabilmente segnata, precipitando verso una probabile brutta, barbara fine.

Il giornalismo è un commercio su larga scala (Sergej Dovlatov dixit)

Sui giornalisti si è espresso in modo eccellente Ford: “Un cronista onesto si vende una volta sola”. Ritengo tuttavia che questa affermazione sia idealistica. Il giornalismo ha i suoi punti-vendita, i suoi negozi dell’usato e persino il suo mercatino delle pulci. Cioè è un commercio su larga scala.

(Sergej Dovlatov, CompromessoSellerio Editore, Palermo, 1996, traduzione dal russo e cura di Laura Salmon, pag.176.)

dovlatov-photo2No! Non ci crederete, ma in questa citazione non si sta dissertando del giornalismo nostrano! Impossibile, dal momento che Dovlatov, nel libro dal quale è tratta tale citazione, raccontava della sua esperienza di corrispondente a Tallinn, a metà anni Settanta, nell’Estonia allora sotto il dominio del comunismo sovietico.
Come? Ma allora da quei tempi e da quella condizione politico-ideologica repressiva non è cambiato molto, dite?
Eh, in effetti…

(P.S.: cliccate sull’immagine di Dovlatov per leggere la mia recensione a Compromesso.)

La madre dei cr…itici letterari è sempre incinta!

Birger è il marito defunto di Maj Britt. Per esperienza, io (che scrivo) so che alcuni desiderano che tali informazioni vengano loro ripetute più volte. Possono esserci svariati motivi per desiderarlo. Forse sono semplicemente un po’ ritardati, o magari hanno soltanto fretta e leggono il testo molto più velocemente di quanto non sarebbe l’ideale. I critici letterari (per esempio) appartengono a un gruppo particolarmente esposto a questo rischio, dovendo leggere in pochi mesi spropositate pile di libri e per giunta farsi pure un’opinione. Vuol dire un sacco di nomi, un sacco di trame e un sacco di stili tra cui districarsi. E soprattutto quando sono prevenuti e leggono un libro solo perché vogliono avere la conferma che l’autore scrive male, è facile che sorvolino un po’ sulla storia tanto da non ricordare bene il nome di questo o quel personaggio fittizio. Mi è stato addirittura raccontato di giornalisti che nelle riunioni di redazione chiedono di ricevere solo libri che sono abbastanza sicuri che non gli piaceranno. In certe persone la voglia di fare a pezzi un libro può essere irrefrenabile. Quasi un impulso erotico.

Chi ha scritto queste parole in un suo libro? Visto ciò che raccontano, e la situazione che rivelano, un qualche autore nostrano che abbia a cuore le sorti della buona letteratura e dunque – inevitabilmente? – in acredine chi dalle “poltrone del potere” la manipola e si eleva a suo dogmatico giudice?
No. Le potete leggere a pag.27 dell’edizione Iperborea di Volvo, del celebrato scrittore norvegese Erlend Loe – qui nel blog trovate le recensioni di alcune sue opere, nella pagina relativa.
Già. Ipse dixit.
Magra consolazione, peraltro, sapere che il morbo dell’infingardo critico letterario sia diffuso anche altrove, non solo dalle nostre parti…