In visita a “La guerra che verrà non è la prima. 1914-2014” al MART di Rovereto

Non serve che sia io a rimarcare, qui, l’altissima qualità delle proposte artistiche in chiave museale/espositiva offerta dal MART, il Museo di Arte Contemporanea di Trento e Rovereto. Tuttavia decidere di affrontare un tema assolutamente delicato come la guerra in un periodo potenzialmente retoricizzante come quello attuale, nel quale si commemora il centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale – di questa guerra sto dicendo, naturalmente – ovvero portare un tale tema in un contesto tipicamente deputato all’arte contemporanea, dunque non direttamente (almeno non subito) correlabile con quel tema, rappresenta una sfida non indifferente, che non so quanti altri centri d’arte italiani avrebbero potuto sostenere, anche solo per propria indispensabile autorevolezza.
Mart-grande-guerra-logo
Beh, il MART ha vinto la sfida, a mio parere. Ho visitato giusto qualche giorno fa La guerra che verrà non è la prima. 1914 – 2014, e l’ho trovata assolutamente suggestiva e intrigante. Lo è per le peculiarità che offre all’attenzione e alla riflessione del visitatore e che trovate già ben illustrate nella presentazione della mostra; tuttavia, se devo esplicare sul merito il mio punto di vista, ho trovato che lo sia perché in fondo in essa non vi è la guerra. Non c’è, non si trova la prevedibile iconografia classica nonché tutta l’oggettistica che ci si potrebbe aspettare da un evento che ne commemora l’anniversario, se non in qualità di complementi quasi doverosi, forse necessari a fornire stimoli tematici a chi durante la visita vi si ritrovasse “spaesato”, per così dire. C’è invece, ed è questo che soprattutto trovo intrigante e illuminante, tutto quanto gira intorno al concetto di “guerra”: la Grande Guerra in primis ma, in generale, al senso, all’accezione e alla realtà ordinaria derivanti da esso, che sono uguali oggi come allora e allora come sempre, dacché la guerra – ahinoi uomini boriosamente “urbani” ma invero inguaribilmente disumani – rappresenta sempre la stessa tragedia, per chi la combatte, per chi la subisce, per chi ne viene coinvolto nel bene o nel male.

Il Biplano inglese SE.5A 1917 che accoglie i visitatori all'ingresso del MART
Il Biplano inglese SE.5A 1917 che accoglie i visitatori all’ingresso del MART

Così recita la presentazione de La guerra che verrà non è la prima:
La mostra sviluppa il tema adottando molteplici punti di vista e toccandone anche gli aspetti più sensibili, delicati e talvolta controversi. Il percorso espositivo lascia emergere l’evento come risultato di una composizione in cui l’arte si confronta con la storia, la politica e l’antropologia. Ricorrendo a una sorta di complesso montaggio tematico e temporale, l’esposizione evita di seguire un preciso filo cronologico, dimostrando – tramite inediti accostamenti e cortocircuiti semantici – come tutte le guerre siano uguali e, allo stesso tempo, come ogni guerra sia diversa. L’intento non è quello di inventariare i conflitti di ieri e di oggi, né quello di misconoscere le irriducibili differenze storiche, ma la volontà di mantenere aperta la ricerca e la riflessione in un luogo in cui ricordare non significhi ridurre un evento a qualcosa di pietrificato, archiviato e definitivamente sigillato in se stesso ma, all’opposto, riveli interpretazioni e riletture capaci di esprimerne tutta la complessità.
Il MART sceglie di conseguire tali scopi appunto dimostrando come la guerra abbia effetto non solo sui campi di battaglia – quelli sì, sono le conseguenze più truci e drammatiche della follia bellica umana – ma pure sull’intera società che in un modo o nell’altro ne venga coinvolta, dunque pure sul sottofondo culturale ove si basa l’opinione pubblica, sulla visione delle cose del mondo da parte della gente comune, sulle sue convinzioni, sulle sue presunte verità ma pure sugli usi, sui costumi, sul linguaggio, sulla consapevolezza di sé stessi e dello spazio-tempo d’intorno. Tutti elementi, questi, da sempre campi d’indagine primario dell’arte e di quella contemporanea ancora di più, ed è proprio qui, io credo, che efficacemente s’innesta e fa da perfetto supporto all’evento la prima citata autorevolezza che un centro d’arte come il MART può offrire e mettere in campo, confermandosi senza dubbio con La guerra che verrà non è la prima uno dei più importanti e influenti (nonché efficienti) luoghi culturali italiani in senso assoluto. Sperando che questo paese, sempre più sfregiato da un degrado della propria cultura e della memoria (appunto) che lo sta affossando drammaticamente, sappia recepire quell’autorevole influenza che luoghi come il MaRT mettono a disposizione di tutti.
Nel frattempo, fatelo voi: è un invito molto caloroso, il mio, perché la mostra merita veramente una visita e la merita pure il MART stesso, se ancora non l’avete mai visitato.

Cliccate sulle immagini per visitare le pagine del sito web del MART dedicate alla mostra e conoscere ogni utile informazione su di essa.

Bel(én) flop! (Un post all’apparenza frivolo ma in verità no, proprio no!)

FlopBelen

Giunte 5 copie d’ufficio [che è un modo elegante per imporre la loro presenza tra gli scaffali], rese 5 copie che vanno ad ammucchiarsi alle altre 9995 rimaste invendute. Questo per dire che i signori editori si lamentano della crisi, ma continuano a commettere gli stessi errori. Einstein sicuramente se la starà ridendo.

(Testimonianza da una libreria, 11/11/2014)

Beh, dai, però un po’ mi dispiace per la bella e brava (fate voi quale dei due aggettivi vi pare fuori luogo) Belén. Sì, perché poverina, lei magari nemmeno sa di quel libro, ovvero nemmeno conosce che ci sta scritto dentro, le avranno detto solo “pubblichiamo ‘sto libro che facciamo i soldi, dai!” e lei ovviamente avrà acconsentito, e poi le hanno detto “ora vai qui a presentarlo e poi vai là e poi in TV e lo spacco inguinale, mi raccomando!” e lei l’ha fatto perché è bella e brava ma pure generosa (ora ne avete tre di aggettivi tra cui scegliere…) e chissà, si sarà pure convinta – dacché è straniera, forse non la conosce ancora bene l’ItaGlia e gli itaGliani – che a chi piacciono le farfalline piacciono pure i libri da leggere (“libri” in senso di oggetti dotati di tale forma, voglio dire.)
Povera Belén! Solidarietà e vicinanza, a lei. (No, nessun secondo fine, ve lo assicuro!)
Eppoi, in secondo luogo (e va già bene, che in giro il tema di seguito trattato è ormai al 28° o al 72° se non al 1245° luogo in ordine di importanza, nell’attenzione dell’opinione pubblica), un po’, anche un po’ tanto, mi dispiace per i lettori. Per noi lettori, sì, mica per gli editori uno dei quali ha preso Il Belén-abbaglio e ora si ritrova con tanta “bella” carta da macero nei magazzini. Mi dispiace perché tutti quei tot libri della bella e brava e generosa ma sfortunata (vedi sopra) Belén almeno occupavano lo spazio sugli scaffali delle librerie che ora invece sarà conquistato da chissà qual altra “opera letteraria” anche peggiore: eventualità pressoché certa per come ormai si comportano gli editori nostrani al riguardo (strategie editoriali, le chiamano, che è come chiamare Boeing 787 un aeroplano di carta), i quali a fronte dell’insuccesso del libro di Belén Rodriguez mica rifletteranno sul fatto che forse ci sarebbe da proporre libri con contenuti più degni di tal nome, semmai si convinceranno che, con tutta evidenza, il libro suddetto rimasto invenduto era troppo poco frivolo (trad.: “scandaloso”) ergo c’è da pubblicare di ben peggio. Più tette, più coiti, più drammi familiari, più gossip della peggior specie. Una soubrette con video porno disponibili sul web e la famiglia in gran parte sterminata: ce n’è una così, in giro? Sarebbe un libro di gran successo, questo sì!
O forse no. Resisto, sì, a che la pratica ma iconoclasta acidità fin qui espressa non soffochi del tutto la speranza che invece, almeno i lettori, abbiano capito ciò che gli editori – tzé! – pare non capiscano. O che capiscono ma se ne sbattono altamente, nel frattempo che nemmeno il libro della siorìna María Belén Rodríguez Cozzani risolleverà i dati di vendita di libri nostrani – e i loro bilanci ultra-dissestati. D’altronde, se un aereo – quel Boeing prima citato, per dire – è fatto per volare e invece viene usato a 90 all’ora in autostrada come fosse un normale bus, non ci si lamenti se gli utenti non se ne servono perché è più veloce il treno… E non gli si aumenti la velocità, che tanto non serve e poi, grosso com’è, nemmeno ci passa dal casello autostradale!

Su qualcosa di totalmente superfluo che in tanti dovranno assolutamente avere

Ci può essere qualche legame tra Gabriele D’Annunzio, il Vate inguaribilmente esteta che si vantava di non poter fare a meno del superfluo, e Ernest Hemingway, il quale scrisse molti dei suoi celeberrimi romanzi su una macchina da scrivere particolarmente amata, la Corona #3?
Forse no. O forse sì, grazie ad un nuovo gadget tecnologico che pare fatto apposta per diventare uno status symbol dell’indispensabilmente superfluo: Hemingwrite, una macchina da scrivere con accattivante design retro che unisce la semplicità di un word processor anni ’90 con la tecnologia più moderna. Connessione wifi, batteria che dura 6 settimane (!), schermo E-Ink con retroilluminazione da 6 pollici, memoria ben capiente per immagazzinare milioni e milioni di pagine scritte e, soprattutto, la riproduzione di una tastiera meccanica che offre quella corsa e quel ticchettio che solo le macchine d’una volta sanno dare.
red_render_lowOra: il riferimento a Hemingway è ovvio, fin dal titolo e nell’evidente intento di recuperare le tante immagini in circolazione del grande scrittore americano al lavoro sulla sua macchina da scrivere. Quello a D’Annunzio mi è balzato in mente quasi subito, nel leggere di questo nuovo gadget da scrittori e nel considerare appena dopo quanto sia sostanzialmente superfluo: ma sì, insomma, a che serve una pseudo-macchina da scrivere d’antan in salsa hi-tech che mai e poi mai, bisogna ammetterlo, offrirà la stessa comodità di scrittura – pratica e “logistica” – offerta da un “normale” pc? Con quello schermetto piccolo piccolo, poi, che obbliga a dover tornare indietro ogni volta che si voglia rileggere quanto scritto solo 6 o 7 righe prima!
Nel principio, ‘sta Hemingwrite mi ricorda un po’ quello spray da spruzzare sugli ereader per fare in modo che odorino di carta e inchiostro come i libri cartacei. Che è un po’ come andare in spiaggia a Rimini e farsi fotografare con alle spalle un fondale che riproduce una baia tropicale, per far credere di essere ai Caraibi!
Eppure, proprio per questo, scommetto che Hemingwrite potrebbe diventare un oggetto vitale per parecchi appassionati di scrittura. “Potrebbe”, sì, visto che al momento è ancora un progetto non ancora giunto allo stato di produzione e, nel caso, non oso immaginare quale prezzo d’acquisto spareranno per esso. D’altro canto, come insegnava il sempre indebitato Vate (e come insegna anche di più il turbo-consumismo delle società in cui ci tocca vivere), il gusto del superfluo non può certo essere legato ad alcun prezzo… E, forse, nemmeno ad alcun buon senso.

Bisogna stare in guardia dai “molli”, ce lo diceva lo Zio Hank già tempo fa…

Il vecchio Zio Hank è un po’ come certi dischi di gruppi musicali messi sugli scaffali meno illuminati e più polverosi del negozio ai quali, a fermarsi alla foto di copertina, non daresti due lire. Poi invece dai loro una possibilità, ascolti il disco e scopri un talento assoluto, ben più grande di quello offerto dai dischi in vetrina con le copertine patinate e con sopra l’adesivo “Tot milioni di copie vendute!”, e una capacità di sviscerare nel profondo l’arte musicale più unica che rara. Dischi vibranti, i primi; dischi molli, i secondi. Ma per troppa gente basta la foto in copertina e il posto nella vetrina ben illuminata: la valutazione finisce qui, non sa andare oltre, convinta, quella gente, che l’arte al suo massimo livello sia quella, ovvero incapace di capire che invece dell’arte quella roba ne è la negazione.
E ovvio, l’esempio vale anche per qualsiasi altra cosa sostituibile a “dischi” e/o a “gruppi musicali”, nonché – soprattutto – a “arte”: metteteci “verità” al suo posto, ad esempio…
Bukowski_photo
I molli

son sempre lì a proclamare
che adesso si concentreranno
sul lavoro, che di solito è
dipingere o scrivere.
è noto, naturalmente, che hanno
talento, è solo che… bè…
non hanno ancora avuto
un’occasione.
troppi problemi si son messi
in mezzo: affari andati male, occupazioni per
sbarcare il lunario, figli, malattie, ecc.
ma adesso, proclamano,
penseranno solo a quello.
si concentreranno sul
lavoro,
adesso è finalmente venuto
il momento.
il talento ce l’hanno.
adesso il mondo se ne accorgerà.
sissignore, ci siamo.

questi tizi sono dappertutto.
sempre in procinto
di.
quasi mai cominciano.
e quando lo fanno
s’arrendono subito.
è una sorta di
capriccio.
vogliono la fama.
la vogliono in fretta.
ma non hanno mica fretta
di mettersi al lavoro
sono capaci solo di sognare
e proclamare,
proclamare,
proclamare.

(Charles Bukowski, Poesie, Feltrinelli 2002)

Son sempre lì a proclamare | che adesso si concentreranno | sul lavoro, che di solito è | dipingere o scrivere.
Scrivere, eh già…
Ce ne fossero ancora in giro di Henry Chinaski, forse questo nostro mondo sarebbe un poco meno incomprensibile di quanto invece è. E meno ipocrita, probabilmente.

P.S.: un grazie indiretto al blog Interno Poesia dal quale ho tratto il testo sopra pubblicato.

Alberto Giacometti: l’artista da 100 e più milioni di dollari per un’opera, e dall’atelier che nessuno considera…

Avrete probabilmente letto/visto sui media la notizia del nuovo record di vendita all’asta per un’opera d’arte: Chariot, scultura bronzea di Alberto Giacometti (nell’immagine qui sotto), è stata battuta a 101 milioni di dollari, valore secondo solo ai 104,3 milioni di dollari – record assoluto, stabilito nel 2010 – di un’altra opera di Giacometti, Homme qui marche.
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Ora, al di là di tali vertici di mercato artistico e dello scalpore che hanno generato, quando penso ad Alberto Giacometti – senza dubbio uno dei più grandi artisti del Novecento – e ancor più in considerazione di quanto sopra citato, mi torna in mente quella piccola, caratteristica baita che si trova giusto accanto alla strada che da Chiavenna (e dunque da Milano) porta a Sankt Moritz, lussuosissima località turistica che non abbisogna di presentazioni: baita che è proprio l’atelier della famiglia Giacometti, a Borgonovo di Stampa, piccolo villaggio tra i monti della Svizzera – nel Grigioni di parlata italiana – del quale la famiglia è originaria.
Quella strada, la quale appunto porta dall’Italia a una delle più note località delle Alpi (e che è quella visibile nelle foto a corredo di questo articolo), è trafficatissima in ogni stagione ma soprattutto d’inverno, quando orde di sciatori vi transitano per recarsi sulle piste di giacometti_100_frSankt Moritz ovvero – se detengono un’adeguata fortuna economica – per viverne il lusso, frequentare il jet set internazionale, fregiarsi dell’aver lì casa e dunque fare parte della società che conta, accanto a VIP d’ogni genere e sorta. Ecco, posto quanto scrivevo poc’anzi, mi fa sempre specie constatare come la gran parte di quel traffico passi accanto a quella baita, all’atelier di Alberto Giacometti e prima del padre Giovanni, ignorandone totalmente la presenza. Transitano veloci in tanti, le auto ordinarie oppure fuoriserie con gli sci sul tetto e/o i bagagli nel baule, e non sanno di sfiorare un luogo dal quale è partito un grandissimo personaggio, una vera e propria icona del Novecento e – beh, non si può non rimarcarlo di nuovo – colui che si può definire Mister 205 milioni di dollari (la somma del valore delle due opere sopra citate)… Altro che i miseri 6 milioni del protagonista di quella nota serie televisiva anni ’80!
Ma, scherzi a parte, e mi ripeto, è quanto meno particolare questo estemporaneo accostamento tra due ambiti così diversi: l’arte di qualità eccelsa (e di valore economico incredibile) di Giacometti, e il consumismo turistico tipico della nostra epoca moderna – nel quale non c’è nulla di male, sia chiaro! Io stesso ci passo di lì tante volte, per andare a salire qualche mirabile vetta engadinese; tuttavia, quell’ignoranza senza colpa alcuna verso la presenza storica (e non solo) di Giacometti su quella trafficata strada è un qualcosa che vorrei vedere attenuarsi. Perché Giacometti è stato grandissimo, lo ribadisco, e, suvvia, perché le sue opere oggi valgono ben di più di quelle Ferrari o delle Porsche che sfiorano l’atelier Giacometti per andare a vanagloriarsi lungo le vie di Sankt Moritz!


Cliccate QUI per visitare il sito web del Centro Giacometti, che gestisce l’atelier di Borgonovo di Stampa e il relativo retaggio della famiglia.

P.S. – una curiosità: se ingrandite l’immagine in cui la costruzione è ripresa sul lato, potrete leggere l’intitolazione della stessa ai Giacometti, incisa sulle travi di legno. Una sorta di firma in veste di dedica sulla baita, come su un’opera d’arte.