Ho scritto “salverà” – salvezza, sì, mentre Hrabal parla di libertà. Ma cos’era, la libertà, per un grande scrittore e intellettuale che nella natia Cecoslovacchia venne sottoposto a censura totale e i cui libri vennero sovente mandati al macero?
Proprio così, presunzione di colpevolezza, giammai più di innocenza: è quella che in base a qualsiasi buon raziocinio, nonché alla realtà storica dei fatti, andrebbe applicata agli esponenti del clero. I fatti di Ratisbona non sono che un caso dei migliaia che la cronaca dei soli ultimi anni presenta, nel mentre che l’intera storia della Chiesa, se analizzata fin dai suoi inizi, è da sempre un florilegio di crimini d’ogni sorta. La flebile sorpresa dell’opinione pubblica (da sempre troppo ingenua, superficiale e smemorata, su tali questioni) riguardo a ciò che è accaduto a Ratisbona è al solito la miglior garanzia di impunità per siffatti individui intonacati, membri di un sistema di potere interamente costruito sull’inganno e sulle malefatte al quale nessuno di quei membri può dirsi estraneo, anche solo per mera tacita connivenza.
Qualcuno, in passato, ha già chiesto che al clero cattolico sia imputato il reato di crimini contro l’umanità. Di sicuro, è da imputare ad esso quello di crimini contro la fede: perché questi “signori”, che si arrogano da secoli il diritto indiscutibile di essere i rappresentanti di Dio in Terra ponendosi al di là di ogni giustizia e d’ogni logica, sono proprio coloro che Dio lo stanno definitivamente ammazzando. Sempre che il delitto non sia già stato perpetrato, ormai.
P.S.: per saperne di più sulla questione, che ancora una volta è assolutamente culturale (“Se la gente si mettesse a pensare, per la Chiesa sarebbe finita”, scrisse Voltaire), potete visitare il sito web di Rete L’Abuso, associazione che riunisce e tutela le vittime di abusi del clero. Anche perché, statene certi, come sempre la notizia sparirà rapidamente da quasi tutti i media, in Italia.
Costantemente confermata nel tempo, è sempre parecchio emblematica la stretta commistione tra criminalità (di vario genere) e “fede” religiosa. L’ultimo caso (si veda qui) è quello di Maurizio Tramonte, condannato all’ergastolo per la strage di Piazza della Loggia a Brescia, mai dichiaratosi pentito e latitante fino a ieri quando è stato arrestato a Fatima. In Portogallo Tramonte era arrivato in auto dopo aver attraversato Spagna e Francia per affrontare un “percorso spirituale” (!) che a Pasquetta l’aveva invece portato a Lourdes.
Ah-pperò! – mi viene da dire.
D’altro canto, appunto, quello di Tramonte è solo l’ultimo di una infinita serie di altri casi dei quali è tappezzata la storia, quella italiana in particolare – basti citare la tradizionale, grande devozione dei boss mafiosi, peraltro ben supportata da certa (non piccola) parte del clero.
Da tali semplici annotazioni possono partire innumerevoli e assai poliedriche riflessioni al riguardo, inutile dirlo: d’altro canto la cronaca offre quotidianamente notizie riguardo reati d’ogni genere e sorta compiuti in nome di un “dio” o basati su convinzioni religiose deviate.
Aggiungo dunque solo un’osservazione: che, di nuovo, a subirne le conseguenze – oltre a troppi innocenti trucidati da criminali col santino in tasca – sono la fede e il senso di spiritualità più autentici, e proprio da chi crede di essere (e pretende di farsi credere) un devoto e pio osservante. Anche in tal caso nulla di nuovo sotto il Sole, da parecchi secoli a questa parte.
N.B.: l’immagine in testa al post è tratta da qui.
Forse si riesce meglio a mantenere la gioia di vivere se si tiene costantemente presente la propria transitorietà e il fatto che la morte può giungere in ogni momento, invece che scacciarne il pensiero.
Hans Küng è senza dubbio uno tra i più brillanti intellettuali dell’epoca contemporanea. Che ci si trovi d’accordo con le sue idee oppure no (e personalmente non lo sono spesso), il teologo svizzero ha sempre mostrato il gran pregio di smuovere le coscienze su temi parecchio importanti, parimenti dimostrando una libertà di pensiero e di riflessione del tutto assente nell’ambiente di sua competenza – per così dire. Prova evidente di ciò è data dal suo ultimo saggio, Morire felici. Lasciare la vita senza paura, nel quale Küng si schiera apertamente a favore dell’eutanasia o, meglio, del diritto di decidere quando morire. Il quale diritto non è affatto questione superficialmente dottrinale, religiosa o politica ma sostanzialmente filosofica, e in quanto tale soggetta alla riflessione (semmai condivisa, ma non è cosa obbligata) e alla determinazione del singolo individuo, in qualsiasi senso essa si risolva, giammai a una imposizione dettata da interessi alieni alla sfera privata dell’individuo stesso. Una sfera nella quale, poi, vi può essere una meditazione di natura teologica – come quella che attua Küng – ovvero meramente razionale/razionalista, il che tuttavia non cambia il senso finale della questione ovvero l’essenza e la sostanza di quel diritto.
Ma, al di là delle riflessioni sull’ultimo saggio (e sulle idee) del teologo svizzero e senza bisogno di ulteriori argomentazioni, forse sarebbe sufficiente ricordare che per la sua libertà di pensiero (se di ciò si può parlare in un ambito teologico) Küng – insieme a molti altri teologi – venne praticamente messo al bando da papa Wojtyla. Per quanto mi riguarda, un segno inequivocabile di bontà intellettuale.