2025.02.23

[Foto di Iso Tuor da Pixabay.]
Questa sera il segretario Loki sta valutando con particolare cura il punto nel quale effettuare l’ultima minzione quotidiana.

Forse lo fa per godere più a lungo della serata piacevolmente mite, conseguenza di una giornata di Sole che di invernale aveva ben poco, a parte qualche bruma mattutina.

Così, nell’attesa che Loki faccia ciò che deve fare (cioè, fornirmi garanzie adeguate di non dovermi svegliare e alzare in piena notte per farlo uscire in giardino), cerco di elencare mentalmente i segnali che ho riscontato fino a ora dell’arrivo ormai imminente della primavera – al netto di quelli più palesi, come le giornate sempre più lunghe, le fioriture nei prati e le nuove gemme sui rami degli alberi.

Dunque…

  1. Il gran cinguettare antelucano degli uccelli, quando fino a qualche giorno fa, alla stessa ora mattutina, il silenzio ornitologico era assoluto.
  2. I guaiti delle volpi che provengono dal bosco, più frementi del solito: forse sono le madri che segnalano e salvaguardano la presenza dei cuccioli appena nati, ovvero il parto imminente.
  3. Il verde brillantissimo delle radure prative in mezzo ai boschi ancora spogli, già ricoperte di nuova erba che pare retroilluminata per tanto che splende.
  4. Il buio del cielo notturno, che è meno buio di qualche settimana fa.
  5. Orione (la costellazione, intendo) che notte dopo notte scende e s’allontana sempre più oltre le montagne che chiudono il mio orizzonte visivo a meridione.
  6. Il moscone (l’insetto, intendo, non il natante altrimenti detto pattino) assolutamente vispo che mi ha sorvolato quand’ero ben oltre i 1000 metri di quota.
  7. Non tanto la quantità di fiori che compare nei prati quanto la dimensione delle corolle: vi sono ellebori grossi ormai quasi quanto dei cd.
  8. La fine dei lavori di taglio dei boschi, i cui tipici rumori vanno ormai svanendo.
  9. Il profumo dell’aria. Forse si tratta solo di una mera suggestione (d’altro canto di cosa è fatta la vita in gran parte, se non di suggestioni alle quali conferiamo veridicità più o meno giustificate?), ma da sempre sono convinto che ogni stagione effonda un proprio profumo che si coglie ad ogni suo inizio, quando si fa più evidente la differenza con quello della stagione in conclusione. La primavera, banale dirlo ma tant’è, profuma di nuovo.
  10. Per fare cifra tonda, una volta avrei potuto aggiungere la fiacchezza che a ogni sentore di primavera mi coglieva (subito contrastata da mia madre con qualche “ricostituente” che non ho mai capito se funzionasse veramente o se per un effetto placebo maternamente indotto) e che invece adesso non mi coglie più. Dunque, temo che questo non possa più considerarlo un segno del prossimo arrivo della primavera ma dell’ingresso imminente nell’autunno – anagrafico!

Tuttavia, forse il segno invariabilmente più forte che preannuncia il ritorno della primavera è proprio la gioia più o meno vaga che ad un certo punto di febbraio percepiamo dentro di noi. Anche colui che sia un grande appassionato dell’inverno (per quel poco che ne resta, oggi), sono certo che, al percepire qualsiasi pur minima cosa tipicamente primaverile, un moto di esultanza ce l’abbia, in cuor suo.

Già.

Buonanotte.

Primavera non bussa, lei entra sicura,
come il fumo lei penetra in ogni fessura,
ha le labbra di carne, i capelli di grano,
che paura, che voglia che ti prenda per mano.
Che paura, che voglia che ti porti lontano.

[Fabrizio De André, Un chimico, in Non al denaro, non all’amore né al cielo, Produttori Associati, 1971.]

Genova e i genovesi, prossime vittime italiane della turistificazione di massa

[Foto di Paolo Trabattoni da Pixabay.]
Su “Il Post” lo scorso 18 gennaio è stato pubblicato un articolo firmato da Elena Nieddu – giornalista ligure che ha lavorato per “Avvenire”, “Repubblica” e per “Il Secolo XIX” – intitolato Genova per loro il quale segue perfettamente a ruota ciò che ho raccontato in questo mio articolo su “L’Altra Montagna” in tema di turistificazione estrema delle città e delle località turistiche a danno dei loro abitanti – che ho scritto a mia volta seguendo ciò che da tempo viene denunciato da più parti e diverse fonti al riguardo. A quanto pare, dunque, anche Genova sta entrando nel “club” – capeggiato ad (dis)honorem da Venezia con il suo over tourism irrefrenabile – dei luoghi sempre più soggiogati, soffocati e inevitabilmente degradati dal turismo di massa e dalle varie fenomenologie che si porta appresso, prima fra tutte l’espulsione dei suoi abitanti per fare spazio agli esercizi commerciali privati e agli alloggi dedicati al turismo breve, e la sua trasformazione rapida in un ennesimo non luogo totalmente asservito all’industria turistica.

Vi propongo di seguito qualche passaggio dell’articolo di Nieddu, che potete leggere nella sua interezza su “Il Post” cliccando qui – e vi invito a leggerlo, per quanto sia significativo e illuminante. O inquietante, certamente.

Accade a Genova quello che succede in molti altri centri storici, a cominciare da Roma, Torino e Milano: chiudono i negozi di prossimità, aprono bed&breakfast e dehors. Lo spazio pubblico è privatizzato. Crescono gli affitti; gentrificazione e disagio si sovrappongono. Molti dei residenti abbandonano il centro storico per aree più periferiche: mentre certe aree diventano più costose, con ovvi vantaggi per chi ha case da vendere, altre vengono lasciate al degrado. A Genova i confini tra le due zone si spostano continuamente, creando un profilo mutevole in cui i palazzi di via Garibaldi, presi d’assalto dai turisti e zeppi di appartamenti delle famiglie patrizie, sono a pochi passi dalle vie – per usare le parole di Fabrizio De André – frequentate anche di giorno dalle graziose. A proposito di De André, di cui in questi giorni si ricordano i venticinque anni dalla morte, anche lui è oramai un protagonista del marketing urbano. Neanche Genova si salva dalla messa in scena che tutte le città, nel tentativo di rendersi originali, offrono di sé, avvitate a miti e retorica, con il grottesco effetto «di rendersi invece sempre più uguali le une alle altre».
[…]
L’Italia ha molti meno visitatori, per esempio, della Spagna, ma «gli enti che dovrebbero governare il turismo agiscono come pro-loco», invece di gestire i flussi. Guardiamo le crociere: «Questo tipo di visita non porta nulla ai centri urbani; ma una media di poco più di 3.000 persone al giorno in una città di circa 561 mila abitanti potrebbe non essere un problema. La questione, ancora una volta, è di concentrazione e di governo dei flussi». A livello decisionale, i margini di intervento ci sarebbero: evitare la «monocultura turistica» e promuovere la riqualificazione urbana a beneficio dei residenti, altrimenti il rischio è che le nostre città si trasformino in costosi resort per chi ha più soldi di noi.

Fabrizio De André e le (sue) montagne

[La borgata Cialancia nel comune di Pradleves, in Valle Grana. Questa e tutte le altre immagini della valle presenti in questo articolo sono tratte dal sito web dell’Unione Montana Valle Grana.]
Giovedì scorso, 11 gennaio, si è ricordato il venticinquesimo anniversario della scomparsa di Fabrizio De André, che io ritengo tra i massimi poeti del Novecento e uno dei maggiori italiani in assoluto – oltre a tutto il resto di risaputo che fu il grande cantautore.

È poco noto che De André, nato in riva al Mar Ligure, aveva origini familiari alpine e negli anni Novanta volle visitare le montagne dalle quali provenivano i genitori, piemontesi e con il padre di probabile origine provenzale: quelle di Coumboscuro in Valle Grana, una delle numerose e meravigliose vallate a raggiera che caratterizzano l’arco delle Alpi cuneesi, sul confine con la Provenza.

Coumboscuro è a sua volta un vallone sulla destra orografica della Valle Grana, che dal capoluogo Monterosso Grana sale fino al crinale con il Comune di Rittana, verso la Valle Stura. Vi si parla la lingua d’oc, il provenzale alpino, che nelle terre alte piemontesi tra la Valle Vermenagna  e la Valle Susa resiste all’avanzata degli altri idiomi locali parlati nel resto della regione. Non a caso proprio a Coumboscuro nacque negli anni Sessanta il Coumboscuro Centre Prouvençal, centro di cultura e editoria fondato dal poeta Sergio Arneodo, che da allora si impegna in vari modi per la valorizzazione e la salvaguardia della minoranza linguistica d’Oc.

E proprio a Coumboscuro nell’ottobre del 1993 salì Fabrizio de André, in compagnia della moglie Dori Ghezzi e dell’amico Franco Mussida, chitarrista di tanti concerti con la leggendaria Premiata Forneria Marconi. Li vedere ritratti insieme a Arneodo nell’immagine qui sopra.

Come racconta questo articolo del quotidiano on line “Cuneo Dice” di qualche anno fa, condurre Fabrizio De André in provincia di Cuneo fu la curiosità di conoscere meglio la civiltà provenzale alpina in Italia di cui Coumboscuro è la “capitale culturale” fin dal secondo dopoguerra. Artefice del grande lavoro storico-letterario al riguardo fu il già citato Sergio Arneodo, scomparso nel 2013, che attraverso un’azione a tutto campo riuscì a far emergere dai secoli ed elevare al pieno rango di “letteratura” l’antica lingua dei trovatori, già parlata da generazioni.

D’altro canto, a stuzzicare la fantasia di De André fu anche la ricerca delle proprie radici. Pare che le origini del suo cognome fossero nascoste proprio in Provenza, come detto: il cognome De André se letto in provenzale significa “della famiglia degli Andrea”. Forse è stato questo uno dei motivi che ha spinto il grande cantautore a passare un po’ di tempo in Valle Grana in compagnia dello stesso Arneodo. I due ebbero così modo di assaporare intimi momenti di confronto, stimolati dalla comune sete di cultura, per confrontarsi su spiritualità, creatività letteraria, sensibilità del vivere. Il tutto mentre la moglie Dori Ghezzi si divertiva a cercare funghi con i bambini del villaggio di Sancto Lucio di Comboscuro.

Frutto di quella residenza sulle montagne cuneesi fu la registrazione della canzone Mis amour – I miei amori con Li Troubaires de Coumboscuro – oggi Marlevar. Il brano in lingua provenzale fu pubblicato nell’album dei Li Troubaires A toun soulei, del 1995. L’amicizia e la stima tra Fabrizio De André e Sergio Arneodo si mantennero nel tempo, nel solco di un reciproco prezioso equilibrio d’arte e creatività poetica, fino alla scomparsa del cantautore, appunto l’11 gennaio di venticinque anni fa.

Scrivere per non essere ricattabile

Perché scrivo? Per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me. O Anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile.

[Credits: Giovanni Guida / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0).]
(Fabrizio De André, Una goccia di splendore. Un’autobiografia per parole e immagini, a cura di Guido Harari, Rizzoli, 2007.)

Fabrizio De André, 20 anni

E se anche tu andresti a cercare | le parole sicure per farti ascoltare | per stupire mezz’ora basta un libro di storia, | io cercai di imparare la Treccani a memoria | e dopo maiale, Majakowskij, malfatto | continuarono gli altri fino a leggermi matto.

(Da Un matto, nell’album Non al denaro, non all’amore né al cielo, Produttori Associati, 1971.)

In omaggio a Fabrizio De André, uno dei più grandi poeti italiani di sempre, che se ne andava altrove esattamente 20 anni fa ma che resta assolutamente presente e tale resterà per sempre, io credo e spero, nella storia culturale del paese.

P.S.: cliccando sull’immagine potrete visitare il sito web della Fondazione Fabrizio De André Onlus.