Il meraviglioso Samivel

In questi giorni si ricordano i trent’anni dalla scomparsa di Samivel, pseudonimo di Paul Gayet-Tancrède, scrittore, regista, fotografo, esploratore, alpinista e, se posso dire soprattutto, uno dei più meravigliosi, raffinati, poetici, emozionanti illustratori delle montagne, i cui acquerelli ammiravo fin da piccolino su riviste e libri dedicati alle Alpi e all’alpinismo e mi affascinavano allora come oggi, non avendo perso nulla della loro bellezza e anzi accrescendola sempre di più, anche per il messaggio oltre modo prezioso che comunicano e che, appunto, diventa sempre più importante. Infatti Samivel fu anche un grande e appassionato difensore dell’ambiente naturale montano, riguardo il quale fin dalla metà del Novecento egli intuì i pericoli e i danni cagionati dall’eccessiva antropizzazione a fini turistici. Si oppose con forza a funivie, strade, installazioni in quota, denunciò già più di mezzo secolo fa che sulle Alpi era in corso una «catastrofe estetica», criticando gli «abili mercanti di montagna, che sanno parlare alla testa e alle tasche della gente», scrisse del «buon odore di gasolio portato dal vento» che regnerà sulle montagne se quei progetti fossero andati avanti, rivendicando per le montagne il «valore estetico, culturale e sociale».

A volte le sue battaglie, nelle quali sapeva coinvolgere molta parte dell’opinione pubblica – in primis francese – Samivel le vinse, altre volte no, ma è comunque diventato una figura imprescindibile dell’immaginario culturale alpino, molto amata, rispettata da tutti – incluso chi non la pensasse come lui – proprio anche per la mirabile bellezza che sapeva creare e offrire con i suoi disegni i quali sono diventati in molti casi il motivo migliore – senza bisogno di tante parole, dunque – per dimostrare la necessità della salvaguardia della Natura alpina. Alla sua morte, il 18 febbraio del 1992, il quotidiano “Le Monde” lo ricorderà come «disegnatore di picchi e di vette, cantore della montagna vergine e della natura inviolata, fustigatore degli inquinatori di tutti i tipi, inclusi gli sciatori che si fanno depositare in quota dagli elicotteri», anche così denotando quanto fosse capace di prevedere e comprendere certe pericolose devianze del turismo alpino. Sono passati trent’anni da quelle sue parole e ancora si sta cercando di difendere le Alpi dalla dissennata pratica dell’eliski… non serve dire altro.

Un bellissimo ricordo di Samivel lo trovate in questo articolo di “Montagna.tv (articolo quanto mai necessario, visto che in Italia Samivel non è così conosciuto: prova ne è che non abbia nemmeno una pagina su Wikipedia), dal quale ho tratto anche le citazioni che avete letto in questo mio post. Con l’augurio che la sua presenza, come la sua sublime arte, resti sempre a vegliare sulle montagne e sulla loro, e nostra, fondamentale bellezza.

(P.S.: le immagini della piccola galleria in testa al post sono tratte dal web. Se nel farlo avessi violato qualsivoglia diritto, sono ovviamente disponibile a rimuoverle.)

Questione di scelte

Michele Comi è una guida alpina della Valmalenco, certamente una delle più note in zona (e non solo lì) ma come poche altre è realmente definibile guida: la sua attività sul campo e la sua sensibilità nei confronti di una (nuova, rinnovata, differente) relazione tra uomini e montagne è infatti peculiare
tanto quanto emblematica, ben al di là della mera fruizione turistica – pur “nobile” come dovrebbe e potrebbe essere quella alpinistica – delle vette, e assolutamente consapevole della necessità di un approccio più approfondito, consapevole, culturale e olistico con le montagne in quanto ambito unico sotto ogni punto di vista ma non per questo disgiunto dal resto del mondo d’intorno. Ma di lui vi parlerò più diffusamente, presto.

Nel Diario del sito “Stile Alpino” Michele distilla pillole di grande saggezza alpina, mai banali e retoriche, sempre capaci di sensibilizzare l’attenzione dei lettori verso realtà (e relative verità) che altrove vengono poco o nulla considerate quando non distorte o addirittura negate. Come nel post dello scorso 2 gennaio, “Questione di scelte”, del quale vi cito la prima parte e che vi invito a leggere interamente qui o cliccando sull’immagine sotto riprodotta.

Sempre di più cresce il desiderio di frequentare la montagna con modalità non invasive, per raggiungere luoghi non compromessi, lontani da tracce di urbanizzazione, emissioni e rumori.
Luoghi dove si conserva il silenzio, ricercati perché interdetti ai motori, lontani da infrastrutture e per questo attrattive turistiche di interesse crescente.
Le motoslitte (occorre distinguere l’uso di certi mezzi per scopi di lavoro, di soccorso o civili, dall’uso per divertimento) sono attività decisamente antieconomiche per le comunità locali o quanto meno lo diverrebbero nel giro di brevissimo tempo, perché vanno ad erodere consensi, interesse e adesioni da tutte le forme di turismo virtuoso che con esse non possono coesistere.
Eppure gran parte degli operatori turistici locali pare abbiano scelto di sacrificare definitivamente il caratteristico percorso innevato di accesso a Chiareggio, più bel villaggio alpino della Valmalenco, destinandolo a nuove “escursioni” a motore, nonostante sia già ampiamente utilizzato dai cingolati per raggiungere i ristoranti in quota.
Il paesaggio è il luogo in cui viviamo, rispecchia quel che siamo. []