Se a Foppolo pagheranno lo skipass anche scialpinisti e ciaspolatori

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Sta facendo parecchio discutere la notizia apparsa da sabato sui media locali (in effetti sembra un pesce d’aprile fuori stagione) che dà conto di come dal prossimo inverno a Foppolo anche scialpinisti e ciaspolatori dovranno pagare uno skipass in caso di transito, anche parziale, lungo i tracciati delle piste di discesa. E la discussione, come si può ben evincere dai social, è piuttosto univoca: un profluvio di critiche verso la società che gestisce il comprensorio sciistico bergamasco. Che ne pensate voi?

Per come la vedo io, la decisione (sempre che non sia uno scherzo, ribadisco: c’è da sperarlo fino all’ultimo) dimostra bene la mentalità monoculturale con la quale viene gestita l’industria dello sci contemporanea, la quale si sta scavando da sola la fossa sotto i piedi anche più di quanto lo stia facendo la crisi climatica. Se da un lato è palese che tra pochi anni a Foppolo non si potrà più sciare in forza delle condizioni climatiche, dall’altro la società di gestione del comprensorio (il quale è ancora “traballante” per i grossi problemi economici e giudiziari degli anni scorsi) rimarca di aver deciso il pagamento dello skipass anche a chi non pratica sci da discesa già la scorsa stagione, «a seguito dei tantissimi scialpinisti che utilizzavano le piste».

[Le piste di Foppolo nell’inverno 2022: nastri di neve finta in mezzo ai prati ancora verdi.]
Ecco, per l’appunto: lassù c’è una gran massa di frequentatori delle montagne del territorio la cui presenza sta indicando ai gestori della località la via da seguire, ovvero la dismissione graduale del comprensorio sciistico senza più futuro e la trasformazione in una località destinata alle attività escursionistiche non meccanizzate e ben più sostenibili anche in relazione all’evoluzione futura della crisi climatica. Cosa fanno invece i gestori foppolesi? Li “maltrattano” imponendo loro uno skipass, sperando evidentemente di allontanarli dal proprio “dominio” intoccabile oppure di specularci sopra, visto quanti sono e posta la sorte ormai segnata di impianti e piste, ma di contro fomentando una gran protesta popolare contro l’intera località che così rischia di essere danneggiata doppiamente.

Be’, non c’è che dire: il futuro turistico di Foppolo è proprio nelle mani di geni assoluti! Complimenti!

P.S.: qui trovate altri articoli nei quali in passato ho scritto di Foppolo e della sua frequentazione turistica.

La “stazione sciistica boutique” (?)

Non so se il comprensorio sciistico di Foppolo-Carona potrà veramente diventare una “stazione-boutique”, come afferma (si veda qui sotto) chi sta per l’ennesima volta cercando di rilanciare il turismo nella località delle Prealpi bergamasche dopo anni di chiusure e difficoltà di varia natura (anche giudiziarie) oltre che di criticità climatiche. Glielo auguro, in effetti.

D’altro canto, boutique o no, Foppolo una cosa lo è già da tempo: una piccola (ma fin troppo grande per il luogo) bottega degli orrori edilizi montani, peraltro tra le più “rinomate” delle Alpi italiane per quanto Foppolo venga citato in tema di brutture architettoniche nei territori montani. Di sicuro nulla che abbia a che fare con una “boutique” – attività commerciale nella quale di solito si trovano articoli di lusso –  e dunque invogli a entrarci!

Viene da pensare che per la località bergamasca sarebbe più consono e conveniente, invece che sostenere un’attività sciistica inevitabilmente destinata ad affrontare crescenti difficoltà, dunque chissà quanto (e per quanto ancora) economicamente sostenibile, abbattere la gran parte di quella bruttezza edilizia che ne deturpa il territorio così pesantemente incatenandola a un modello turistico ormai fallito, e pensare a elaborare un’offerta turistica veramente di alto livello, realmente al passo con i tempi e con il luogo sostenendo semmai per prima cosa la salvaguardia dei servizi di base alla popolazione residente, negli ultimi anni già fin troppo tagliati e immiseriti.

Perché per considerare “boutique” un comprensorio sciistico piuttosto ordinario che si sviluppa in quella che sembra la periferia milanese più sciatta (e con problemi di degrado similari) ce ne vuole, e non solo di fantasia. Il rischio è che la “boutique” diventi un discount di scarsa qualità, insomma, e con sempre meno cose buone da poterci acquistare.

N.B.: di Foppolo, e di altre località montane con simili problemi “estetici”, tornerò a parlare presto per dar seguito a questo post.

Dalla visione, al progetto, a Carlo Mollino, a Milano

Per chi domani fosse a Milano, dopo l’ennesimo scatto al dito medio di Cattelan il mio consiglio è quello di partecipare alla conferenza di Luciano Bolzoni su Carlo Mollino, della quale vedete i dettagli qui sopra.

Primo, perché Mollino è Mollino e la sua figura, tanto potente nel Novecento italiano – non solo in quello architettonico – quanto ancora troppo poco rinomata, merita sempre di essere scoperta e riscoperta. Secondo, perché per fare quanto al punto precedente Luciano Bolzoni è la figura migliore in circolazione. Terzo, lo è perché è l’autore dell’ottimo Carlo Mollino. Architetto, che troverete in vendita durante la serata.

Serve aggiungere altro?

Carlo Mollino e Cervinia (o viceversa)

Chiunque passerà le prossime giornate festive all’ombra della Gran Becca e vorrà ritemprarsi dopo la calca in funivia e l’affollamento in pista, sappia che Luciano Bolzoni, uno dei maggiori esperti di architettura alpina, autore di vari volumi e soprattutto (in tal contesto) di Carlo Mollino. Architetto, splendido testo sul geniale progettista torinese, mercoledì 28 dicembre terrà la conferenza la cui locandina vedete qui sopra. Un’ottima occasione per conoscere ancora meglio la conca del Breuil attraverso le opere, i progetti, le idee e l’estro di Mollino e dunque, il giorno dopo, per affrontare con mente e animo ben appagati – nonché con uno sguardo più consapevole e sensibile verso il luogo – le sciate sulle piste del comprensorio.

D’altro canto è un evento targato Alpes, questo: garanzia di grande fascino e massima qualità. Per cui, se siete in zona, partecipate: ne vale assolutamente la pena.

L’inquietante convitato di marmo di Brescia

[Foto tratta da bresciaoggi.it, cliccate sull’immagine per leggere l’articolo dal quale è tratta.]
Ci sono passato di recente, dalla periferia Est di Brescia, e non so se per un caso, se per un momento di particolare sensibilità visiva o se perché ormai a tali cose sono diventato attento di default, fatto sta che la distruzione del paesaggio – nel senso più ampio del termine – provocato dalle attività di estrazione di marmo di Botticino e zone limitrofe mi è parso particolarmente spaventoso e desolante. Non siamo ai livelli apuani – sapete bene che laggiù si sta letteralmente demolendo parte di un’intera catena montuosa per cavarci il marmo – ma le problematiche evidenti in loco sono molto simili. Così come simili sono le domande che ci si può (o probabilmente ci si deve porre) al riguardo: ha ancora senso continuare attività pur storiche, pur tradizionali, pur celebri e celebrate, pur importanti per chi ci lavora, le quali con tutta evidenza hanno superato un limite di decenza ambientale e di salvaguardia culturale – anche più che ecologica – del territorio nel quale sono attive? È “normale” che non si riesca a considerare tali attività se non dal punto di vista economico, marginalmente da quello ambientale ma non dal punto di vista socioculturale e antropologico, ovvero quello che rimanda direttamente all’impatto della distruzione del paesaggio in loco nell’immaginario di chi lì vive, risiede e di chi vi transita? Ed è altrettanto normale ovvero etico continuare a proporre sul mercato dei prodotti che impongono un evidente e palese danno ambientale senza tuttavia risultare indispensabili al mercato stesso se non attraverso un’imposizione di natura lobbystica? Insomma: siamo proprio convinti di volere le scale di casa nostra in marmo sapendo che per averle e bearcene contribuiamo pur indirettamente alla distruzione di territori, ambienti naturali, ecosistemi locali, paesaggi, generando di contro aree che senza un’adeguata e complicata bonifica (verso la cui realizzazione nutro molti “italici” dubbi) rimarranno a lungo sterili e invivibili?

Non sono domande di matrice ambientalista, queste mie, ma antropologica, ribadisco. C’è di mezzo la qualità della relazione delle persone con i territori danneggiati e con i guasti arrecati al paesaggio, il cui degrado, ambientale tanto quanto culturale, non può e non potrà mai essere considerato una “normalità”, pena il degrado di quella stessa relazione umana e la qualità dell’abitare, nel senso di pratica vitale fondamentale, tali zone.

[La zona delle cave marmifere a Est di Brescia, da Google Earth.]
Il “Rapporto Cave 2017” di Legambiente si è occupato (anche) delle cave marmifere della periferia di Brescia – peraltro un’area, quella dei dintorni di Brescia, già fin troppo ricca di inquietanti disastri ambientali – e così ne scrive (pagine 76-77):

Un’altra area storica del marmo, sicuramente meno conosciuta del distretto di Massa Carrara ma del tutto simile per intensità di escavazioni e problematiche ambientali, si trova a ovest della città di Brescia all’interno di un territorio collinare dove nel corso degli anni si è sviluppata oltre all’attività estrattiva anche tutta una filiera di lavorazione secondaria del marmo. Una struttura produttiva caratterizzata da piccole-medie aziende e grandi produzioni industriali che si snoda tra i Comuni di Botticino passando per la valle di Nuvolera per giungere al Comune di Vallio Terme attraversando un paesaggio ormai lunare caratterizzato da enormi crateri che come ferite aperte frammentano il paesaggio di questo lembo di fronte Retico Prealpino. Nel Comune di Botticino si situano 10 cave attive, in quello di Nuvolera addirittura 37. Le regole stabilite dalla Legge della Regione Lombardia n.14/1998 (mantenute nelle successive modifiche), per cui «l’esercizio dell’attività di escavazione costituisce attività temporanea e transitoria rispetto alla normale destinazione naturalistica ed alla trasformazione del territorio» e che continua asserendo che «non è consentita alcuna attività di escavazione senza piani di restituzione e fruibilità del territorio» sembrano essere state sconfessate. Nell’attenta osservazione del territorio infatti si verifica che questo importante enunciato, per una concomitanza di interessi non è quasi mai stato applicato e costantemente disatteso. Da un lato infatti la lobby dei cavatori si è sempre attivata ad ogni revisione decennale del piano provinciale cave per ottenere sempre maggiori quantitativi da cavare, dall’altra parte gli enti locali, a cui è demandato dalla Legge Regionale il solo compito di vigilanza e di controllo, continuano a trarre le risorse economiche per incrementare le entrate dei loro bilanci. All’interno di queste dinamiche si è creato un corto-circuito nel quale ovviamente a prevalere sono gli interessi di natura economica a scapito del consumo del territorio. Aggravati ulteriormente dalla stagnazione del settore lapideo tradizionale, dovuta alla crisi economica di questi ultimi anni, che ha portato ad uno strisciante slittamento del bacino estrattivo da materiale ornamentale a sito per ricavare carbonato di calcio e frantoiati. Attività queste portate avanti con modalità ed intensità estrattive caratterizzati da tempi rapidi di esaurimento della placca marmifera soprattutto se rapportati alla tradizionale escavazione della pietra ornamentale da taglio. Questo fenomeno è testimoniato dall’ingresso di grandi gruppi industriali sul territorio e dai loro tentativi di insediare impianti per produrre premiscelati per l’edilizia piuttosto che nuovi cementifici o l’utilizzo di questo materiale per creare fondi stradali (impiegati nel caso della BRE-BE-MI, l’autostrada direttissima Brescia-Milano, ultimata nel 2014). Le indagini ambientali ed epidemiologiche, commissionate dagli Enti Locali su richiesta delle associazione ambientaliste presenti sul territorio fra cui Legambiente, hanno evidenziato che le polveri sottili attualmente rilevate PM10 PM2,5, costituiscono un gravissimo pericolo per la salute pubblica, ed in particolare per i soggetti più deboli, quali anziani e bambini, che si traduce nell’aumento di malattie polmonari, cardiovascolari e tumori.

[La zona di escavazione vista dall’aereo. Foto di Rolf Kickuth, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte:  commons.wikimedia.org.]
Ben inteso: poi magari tutti quanti dicono che sì, è giusto così, lì si vive di quello e non si può togliere un’attività così importante per il luogo oggi come secoli fa. Va bene, nel caso: si dovrà convenire che per tali motivi si è deciso di mettere da parte la qualità del paesaggio locale, tutte le relative ricadute culturali nonché qualsiasi futura eventuale recriminazione al riguardo, dato che le colline non crescono come i funghi, anzi: una volta consumate spariscono per sempre insieme a tutto ciò che nel tempo hanno rappresentato e significato, inutile dirlo.

Cliccando qui potete scaricare il “Rapporto cave 2021” di Legambiente, con ulteriori approfondimenti sul tema a livello nazionale, incluse alcuni esempi di buone pratiche al riguardo. Perché, al solito, il problema non è che si fanno certe cose, è come si fanno, ovvero quanto buon senso, o quanto poco, viene riposto in esse.