«PROVA IL NUOVO SUPERTURBO VACUUM 3000! È COSÌ POTENTE CHE IN POCHI ISTANTI NE VORRAI SUBITO UN ALTRO!»
Dice così la pubblicità di un aspirapolvere appena lanciato sul mercato e, siccome quello che avevo s’è rotto, lo acquisto.
Me lo consegnano a casa; lo accendo… m-mm, non male, mi pare che pulisca proprio bene! Poi, lo metto alla massima potenza.
In un batter d’occhio, l’aspirapolvere si autoaspira e scompare.
Caspita, e adesso come faccio con le pulizie di casa? Ne ho dovuto acquistare subito un altro.
Be’, devo proprio ammetterlo: una pubblicità così efficace e attendibile era da un po’ che non la constatavo!
È senza dubbio un settore economico importante, quello dello sci su pista, che produce molto reddito e dà lavoro a tante persone ma d’altro canto le sue società, almeno sulle montagne italiane, presentano da anni i bilanci in rosso profondo e vivono in vista ormai costante di un potenziale fallimento finanziario – ove non siano già fallite, come accaduto per località anche importanti – spesso tenuto lontano solo da ingenti (e opinabili) finanziamenti pubblici. Molte di esse campano grazie alla neve artificiale (altro “bel” controsenso per uno sport montano) in forza dei cambiamenti climatici che stanno interessando i monti anche più che altre zone geografiche, la cui costosissima produzione però rappresenta uno dei motivi principali del dissesto finanziario delle località sciistiche. Tuttavia in questo periodo di incertezza e, complice un novembre assai siccitoso, di generale assenza di precipitazioni nevose naturali, i comprensori sciistici sono costretti a sparare neve artificiale con le conseguenti ingenti spese al fine di essere pronti all’eventuale riapertura, col rischio però che tale sforzo non serva a nulla (se le stazioni resteranno chiuse ancora a lungo) o che venga reso vano da un “anomalo” (mica tanto più, ormai) rialzo delle temperature che fonda la neve preparata. Inoltre, i vari testimonial più o meno celebri che cercano di sostenere la causa della riapertura delle piste (eccone uno) hanno ragione quando dicono che se gli impianti restassero chiusi sarebbe “un disastro”, ma sanno benissimo (e non dicono, nella loro logica) che niente e nessuno può garantire il rispetto delle norme di sicurezza in un’attività virtualmente di massa come lo sci, se non soltanto nel momento in cui si scende lungo le piste – ma altrove è impossibile, appunto, e in Italia anche di più. A ben vedere, poi, è pure un paradosso che la sola industria dello sci sia ritenuta (dalla politica e dai media allineati, in primis) quella in grado di far vivere le montagne e le loro genti, così come è conseguentemente paradossale che si parifichi allo sci su pista qualsiasi altra attività su neve in ambiente – camminate, ciaspolate, sci alpinismo, eccetera – che, quelle sì, garantiscono per loro natura il buon rispetto delle norme anti-Covid.
Insomma: sembrano discorsi fatti da medici poco affidabili intorno a un paziente su come fasciargli un braccio ferito nel mentre che le stesso non si regge in piedi per problemi alle gambe, tanto evidenti quanto trascurati.
Alla fine, mi pare, tutti questi paradossi particolari rimandano a un macro-paradosso generale e assolutamente emblematico del quale già diverse volte ho scritto, qui sul blog: l’industria odierna dello sci su pista vive (o sopravvive) su idee, metodi e strategie ormai superati e sostanzialmente falliti, che stanno lentamente ma inesorabilmente trascinando nello stesso fallimento l’intera montagna, che invece avrebbe bisogno di un profondo ripensamento circa i modi di fruizione dei suoi territori e delle peculiarità che sa offrire, un nuovo paradigma turistico finalmente consapevole dei luoghi e delle culture montane e quanto mai lontano dai modi e dalle azioni che ancora in molte località si perpetrano per meri interessi e interessucci locali ma che, ribadisco, appaiono sempre più come le manifestazioni parecchio grottesche di un angosciante, inesorabile disastro.
È di certo una crisi profonda, quella che sta vivendo l’industria dello sci e la montagna che su di essa fa ancora affidamento. Ma “crisi” significa anche riflessione, cambiamento, rinascita: se ne approfittasse, la montagna sottomessa allo sci, di questa possibilità inopinata eppure di grande potenzialità futura, forse potrebbe ancora salvarsi. Altrimenti il Covid non sarà che l’ennesima mazzata alle gambe già alquanto vacillanti di quel povero e malcurato paziente montano.
P.S.:qui potete leggere un interessante ed illuminante articolo in tema di decadenza dello sci su pista, pubblicato ieri su l'”Huffington Post”.
[…] Chi va in montagna lo sa bene: non è mai piacevole rinunciare. Può essere una frustrante seccatura. A chiunque è capitato di dover girare i tacchi, a causa di un imprevisto, e mandare in fumo un desiderio. La montagna – così come la vita – è anche questo e, se non lo si accetta, frequentarla diventa una pratica narcisistica e pericolosa.
C’è chi vede nella rinuncia una forma di autolesionismo, perché provoca la soppressione del desiderio. Forse è per questa ragione che, come sosteneva Mario Rigoni Stern (il cui valore etico, oltre che letterario, in questi frangenti ci appare ancora più grande), dire di “no” è più difficile. […]
Forse la correlazione di cui scrive Pietro Lacasella su Alto-Rilievo / voci di montagna fra gli sciatori ammassati sulle funivie di Cervinia dello scorso weekend e certi aspetti della vicenda umana del grande Mario Rigoni Stern è fin troppo esagerata o inadeguata, seppur di notevole lucidità (potete leggere qui il bel post nella sua interezza, dal quale traggo anche la foto lì sopra). Ovvero, forse la “rinuncia” di cui Lacasella dice è quella che è stata decisa e intrapresa qualche decennio fa, quando il turismo invernale dello sci su pista è stato industrializzato, trasformato in bene industriale da vendere in ottiche di quantità e non più di qualità, rinunciando – appunto – alla sua cultura originaria che semmai andava adeguata ai tempi e non ai bilanci delle società di gestione degli impianti, nonché mantenuta armonica al senso culturale generale dell’andare sui monti per ragioni ludico-ricreative le quali, tuttavia e inevitabilmente posto il contesto paesaggistico in questione, ha sempre avuto anche una matrice culturale e umanistica. Sì, anche la discesa più goduriosa e divertente lungo una pista, invece sempre più trasformata in un gesto meccanico, ripetitivo, il cui senso non è più quello della discesa sulla neve ma della risalita, meccanizzata (una correlazione non solo lessicale, senza dubbio), unico scopo “interessante” cioè generatore di interessi dello sci su pista contemporaneo.
Alla fine, nel principio, non è nemmeno colpa degli sciatori irresponsabili, dei gestori degli impianti incapaci di gestirli nella situazione sanitaria corrente, delle norme inadeguate: piuttosto, a mio modo di vedere, sono tutti vittime della degradazione della pratica dello sci in base a modelli industriali svilenti la montagna stessa, oltre a esserne del tutto decontestuali e sostanzialmente pericolosi per la sua realtà (quantunque si continui a sostenere il contrario, proprio al fine di avere un presunto “buon motivo” per perpetrarli). Cioè, vittime della rinuncia a mantenere lo sci un sport veramente alpino – “sci alpino” in effetti la si definisce, la pratica sciistica su pista – e della scelta di trasformarlo in un’attività meramente consumistica. Che però, quale inevitabile effetto collaterale, sta consumando se stesso, oltre che la montagna e il suo futuro.
[Immagine tratta dal sito di Topipittori, qui.]Qualche giorno fa ho pubblicato questo post nel quale esprimevo le mie perplessità di fronte alla chiusura delle librerie imposta dai provvedimenti emergenziali per il coronavirus. La mia opinione era (e sarebbe tutt’ora) basata da mera passionalità verso i libri e la lettura, lo ammetto, al punto da ritenerli “cibo” fondamentale e necessario per la mente al pari di quello per il metabolismo ma, ribadisco, è un punto di vista passionale più che razionale.
Al post ha risposto tra gli altri, sulla mia pagina facebook, Paolo Canton, editore di Topipittori, tra le più apprezzate case editrici italiane di libri illustrati per bambini e ragazzi, con un commento articolato e meravigliosamente dissenziente, ovvero di quei dissensi preziosi per disquisire con profondità sul tema dibattuto e capirlo al meglio, al punto che le sue osservazioni hanno saputo fugare buona parte di quelle mie perplessità iniziali. Mi resta la convinzione che questo periodo di forzata clausura domestica possa e debba in qualche modo essere sfruttato per agevolare la lettura in chi non sia un lettore, ma comprendo che dalle italiche parti non sia la cosa più facile da mettere in atto.
Ve le propongo di seguito, le osservazioni di Paolo Canton, ringraziandolo per il consenso alla pubblicazione.
Di mestiere faccio l’editore (per ragazzi, per giunta) e, per quanto il provvedimento mi arrecherà un danno diretto (inteso come una contrazione del fatturato), sono convinto sia un bene che sia stato preso, per una serie di ragioni. La prima è la sicurezza dei tanti amici (e nemici, e semplici conoscenti) che fanno questo mestiere: restare aperti al pubblico oggi significa esporre se stessi e gli altri a rischi di contagio. La seconda è che i libri continueranno a poter essere acquistati, rivolgendosi a dettaglianti online e alle molte, moltissime librerie che si sono attrezzate per consegnare o spedire a domicilio: le librerie sono chiuse al pubblico, ma molti librai stanno ricevendo ordini e facendo pacchetti. La terza è che in questo momento librai, insegnanti, volontari e volonterosi stanno sommergendo letteralmente i lettori (soprattutto i “miei”) di letture ad alta voce, letture animate, letture in streaming: e sono convinto che siano le storie più che gli oggetti/libri ad appassionare le persone e a trasformare un non lettore in lettore e un lettore in lettore abituale. La quarta è che, in genere, i lettori non occasionali hanno una scorta di libri non letti a casa e, in ogni caso, hanno sempre la possibilità di rileggerne di già letti. Rileggere non fa affatto male. Anzi. La quinta rientra nel campo delle speranze più che delle disamine razionali: sarebbe bello che questa infausta occasione permettesse a molti di riscoprire modalità di lettura cadute in disuso (o usate limitatamente e solo con i più piccoli) come la lettura condivisa e la lettura ad alta voce. Poco potrebbe fare meglio alla diffusione della passione per il libro di tornare a raccontarsi l’un l’altro le storie che stanno dentro i libri.
Sia chiaro, io di dubbi non ne voglio sollevare nel senso che posso capire e ben accettare qualsiasi motivazione emergenziale: certo, le librerie non sono un servizio “essenziale” – non lo sarebbero, in un paese nel quale la maggior parte delle persone e delle famiglie avessero in casa una buona dotazione di libri da leggere. Ma, inutile dirlo, in Italia non è così, anzi. Per cui, in queste ore di forzate permanenze domestiche chissà quanto prolungate, il libro, media culturale per eccellenza, io lo vedrei come qualcosa di più che essenziale oltre che di piacevole e confortante (per la mente tanto quanto per il cuore e l’animo) da avere a disposizione, in modi che ovviamente siano consentiti dai suddetti provvedimenti.
Lo ammetto, sono di parte: ma se c’è da fare di necessità virtù, come dice il noto adagio popolare, questa sarebbe (stata) una buona occasione per cercare di recuperare quel gap culturale che rende i lettori italiani tra i meno numerosi e assidui del mondo avanzato. Invece, evidentemente, si preferisce che restino i canali TV a rappresentare i “media culturali” per eccellenza, in Italia.
Eh già, la TV, “con la sua vasta offerta di cultura di gran qualità” (tutto virgolettato, sì).
Ecco, capite perché mi permetto di essere perplesso, no?