Quando smette di piovere

Mi piace la pioggia – quando non sia troppo violenta e dunque sconquassante, ovvio – anche perché prima o poi finisce e il ritorno del cielo sereno e del Sole regala alla Natura i momenti di sfavillante bellezza e vitalità vibrante più assoluti. Ogni cosa appare come lavata e mondata da qualsiasi impolveratura accumulatasi nei giorni più afosi o grigi, la vegetazione pienamente dissetata effonde d’intorno il proprio grido corale di gioia e l’intera gamma cromatica dei campi, dei prati e degli alberi brilla come non mai. Anche il cielo, a sua volta ripulito dalle foschie canicolari e dallo smog, si colora d’un azzurro così puro e profondo da sembrare finto, mentre l’aria raffrescata accarezza la pelle nel modo più gradevole immaginabile e la garbata brezza che la anima sussurra all’orecchio parole di stupore e meraviglia.

È come se lo sguardo raccogliesse la visione del mondo dopo aver aumentato al massimo i parametri di brillantezza dei colori, la nitidezza delle forme e poi inviando al cervello un susseguirsi di percezioni più emozionali che sensoriali, così che a perdere lo sguardo nel panorama ci si sente cullati da una sensazione di benessere avvolgente, delicata e al contempo fremente, profonda, totalizzante e quasi commovente.

Nei giorni ancora estivi come gli attuali questo stato di purità luminosa e profonda della Natura non dura molto, solo qualche ora: spesso basta una mezza giornata di rinnovata calura a smorzare lentamente ma inesorabilmente colori, brillantezze e vividezze levando qualsiasi filtro abbellente allo sguardo. Tuttavia la fugacità di questo idillio ambientale contribuisce a rendere ancora più speciali quei momenti così luminosi, e massimamente emozionanti se si ha la fortuna di poterli vivere da dentro, camminando nello straordinario sfavillio naturale, con gli occhi e la mente che si imbevono a ogni passo, a ciascuno sguardo di tale straripante bellezza, di questa energia vitale purissima da accumulare il più possibile nell’animo, ben sapendo quanto possa diventare utile nei momenti di opacità che la vita inevitabilmente presenta, prima o poi.

Dopo i continui acquazzoni della mattina, lo scorso sabato pomeriggio è stato uno di questi momenti speciali, e qui sto cercando di raccontarvi quanto ho registrato vagando per i monti sopra casa in solitaria, incontrando solo una mezza dozzina di persone. Certi momenti così sublimi sono sfuggenti, bisogna saperli cogliere quando se ne ha l’occasione e ancor più volerli godere ovunque ve ne sia la possibilità, ma non tutti lo ritengono necessario e non perché abbiano di meglio da fare. Be’, non sanno quanta bellezza e altrettanta vita si perdono, questi!

Le solite previsioni del tempo “ad mentula canis”

Come forse chi segue con regolarità questo blog sa, nutro un particolare disdegno per molti dei servizi meteorologici che inondano il web e i media nazionalpopolari delle loro previsioni e lo rimarco da anni: innanzi tutto perché l’affidabilità dei bollettini che diffondo è – ribadisco – pari a quella delle «creme scioglipancia» che Wanna Marchi vendeva in TV qualche anno fa (e che le hanno regalato qualche anno di reclusione per truffe varie e assortite), e in secondo luogo perché tali meteorologi del cavolo finiscono per screditare quella che è una scienza tanto rigorosa quanto affascinante, la meteorologia, nonché fondamentale per la nostra vita su questo pianeta, la quale meriterebbe ben altra attenzione e cura.

Fatto sta che questa mattina mi cade l’occhio su uno di quei bollettini meteoastrologici (per come paiono oroscopi più che altro) e noto la temperatura in esso prevista per Bolzano domenica: 36°. Caspita, dico, come nel bel mezzo dell’estate più canicolare nonostante siamo a settembre inoltrato! Poi mi sorge la curiosità: vediamo cosa prevedono al riguardo altri diffusi servizi meteorologici, presi tra i primi che i motori di ricerca segnalano sul web… ecco che ne ho ricavato:

Come vedete, ben sette gradi di differenza tra la previsione più bassa e quella più alta nella stessa località, dunque a parità di condizioni prevedibili e di variabili considerabili. Una diversità impossibile: si può pensare di considerare due o tre gradi di scarto, forse quattro, sette no. C’è qualcuno che usa software previsionali o strumentazioni trovate come regalo nelle merendine, evidentemente, oppure che non le sa utilizzare come dovrebbe, spacciandosi “meteorologo” in pubblico senza alcun buon motivo, ecco.

Capite ora perché manifesto così tanta disistima verso questi meteorologi nazionalpopolari e perché consiglio tutti di disinteressarsi delle loro previsioni farlocche e piuttosto di abituarsi a cogliere e vivere tutta la bellezza e il fascino dell’ambiente naturale (soprattutto, ma non solo) in ogni condizione meteorologica? Ovviamente ciò al netto dei fenomeni più estremi, i quali comunque dovremmo essere in grado di riconoscere e affrontare (o fuggire), visto che saranno sempre più frequenti: non occorre chissà quale conoscenza scientifica, basta qualche nozione elementare e un sano buon senso.

«Ma si chiamano “previsioni” non a caso!» forse obietterà qualcuno. Certo, è vero tanto quanto è ovvio e scientificamente ammissibile, ma ciò non ne giustifica l’inattendibilità, la pessima accuratezza e tanto meno il diritto di pontificare sui media e far dipendere da ciò le fortune o le sfortune economiche, turistiche, commerciali o anche solo ludico-ricreative di tanti che, ingenuamente, fanno affidamento alle previsioni come a dei testi sacri. Non a caso sempre più di frequente su quei media appaiono pure le proteste di albergatori, operatori turistici e variamente economici danneggiati dagli errori previsionali dei bollettini diffusi.

Ai meteorologi, invece, consiglio di formulare i loro roboanti bollettini tirando a indovinare le previsioni del tempo: così facendo, la percentuale di correttezza ottenuta sarà ben più alta di quella attuale – e pure la stima nei loro confronti forse potrà crescere. Già.

P.S.: ovviamente la mia attenzione si è puntata su Bolzano per puro caso, il discorso è valido per qualsiasi altro luogo.

Una delusione, quasi

[Foto di Nadiya Ploschenko da Unsplash.]
È periodo di instabilità meteorologica, qui dalle mie parti, e accade di frequente che il cielo, da sereno o poco nuvoloso che sia, rapidamente si ingombra di nuvoloni sempre più scuri e minacciosi, gonfi, dall’apparenza così solida che pare possano precipitare da lassù da un momento all’altro in forza del loro steso peso, saturi di fulmini e di pioggia, i quali ribollono e si dilatano come enormi palloni aerostatici ribelli che si ammontonano l’un l’altro, si sovrappongono e si strusciano vicendevolmente pulsando d’ogni possibile gradazione del grigio, nel mentre che un vento teso prende a soffiare nervosamente scuotendo la vegetazione e sollevando polvere e cartacce. Osservi tutto questo e supponi che, a breve, si scateni un bel temporalone, uno di quelli tipici dei periodi più afosi dell’estate, carici di energia, forse pure di grandine e comunque che un nubifragio ben potente ti aspetti debba prorompere da un momento all’altro, temendone anche le eventuali conseguenze.

Invece, rapidamente come si è scurito e fatto tanto minaccioso, ecco che il cielo si sgombra da tutti quei nuvoloni rabbiosamente grigi, i quali sembrano svaporare come per l’azione di un ciclopico soffiatore oppure fuggire altrove, quasi che all’ultimo momento avessero trovato un luogo migliore su quale scaricare tutta l’energia e la pioggia inglobate nei loro nembi pulsanti, sicché anche il vento prima così teso in breve si placa fino a quietarsi del tutto, evidentemente rendendosi conto di essere ormai superfluo, fuori luogo. E il cielo torna sereno come se niente fosse stato.

Ecco, non so voi, in una situazione del genere, ma io un po’ percepisco una certa “delusione”. Se mai possa definirsi in tal modo questa sensazione, voglio dire. Sia chiaro: sono ben felice che non si sia scatenata una tempesta tale da provocare chissà quali danni, però, tutta quella preparazione, quella così spettacolare messinscena celeste, la dimostrazione di potenza e di energia, tutto quel pathos, quel lirismo meteorologico generatosi, tra drammatico e sublime… e poi nulla. Tutto come prima: Sole, caldo, afa, umidità, e tutto il resto di canicolarmente estivo.

Insomma, appunto: un po’ di delusione viene, non c’è che dire. Come essere a teatro, con il palco circondato da una grandiosa scenografia illuminata da spettacolari luci di scena mentre in platea tutto si fa buio, poi parte una musica epica e solenne, poi il sipario si apre, s’intravedono gli attori e i figuranti e quindi, quando la curiosità e l’emozione si fanno fremente per ciò a cui stai per assistere… la musica si placa, il sipario si chiude, le luci del teatro si riaccendono e tu resti lì così, con un’espressione così e lo sguardo così, chiedendoti: embè?

Ecco, una situazione del genere, per dire.

 

Di mattine estive da restarci contenti

[Foto di Manfred Antranias Zimmer da Pixabay]
Quando nel pieno dell’estate, tra giornate torride, di afe grevi e opprimenti che t’avvolgono come sudari bollenti, d’improvviso compaiono mattine col cielo ingolfato di nubi grigie e lampeggianti, scrosci piovosi spesso vivaci e brezze altrettanto allegre e soprattutto prodigiosamente fresche, da “crollo delle temperature”, come si dice in questi casi, al punto che ad uscire di casa e sentire sulla pelle un’aria così diversa e così vitale rispetto a quella sfibrata dalla calura dei giorni precedenti si resta quasi sgomenti… mattinate come quella di oggi qui, insomma, dopo i 35° e passa di ieri, be’, voglio dire, a trovarcisi dentro, in condizioni così inopinatamente poco spossanti e invece così tanto rigeneranti, si prova una contentezza così leggera e in fondo futile eppure così tanto intensa che nel momento in cui la si prova è difficile da eguagliare, a mio parere. Ci si sente così tanto bene, ecco.

Anche perché poi passa, tutto questo refrigerio, siamo quasi a fine luglio e l’afa estenuante tornerà ancora per un po’, inesorabilmente. Quindi, oggi, è un po’ come gustarsi almeno per una volta una fresca e favolosa mousse ai frutti di bosco in mezzo a tante ordinarie e bollenti minestrine, quasi. Già.

 

Sudati

Si sta come

d’estate

sui balconi

i gelati.

(Non me ne voglia il grande Ungaretti coi suoi Soldati – del qual testo centenario proprio quest’anno non è certo mia intenzione profanare senso e valore, sia chiaro – ma qui, nonostante ci siano in giro i soliti decerebrati che «Ah, quest’anno fa meno caldo degli altri anni, allora questa storia dei cambiamenti climatici è una bufala!» e altre scempiaggini del genere, la situazione è sempre più bollente – vedi qui. È bene ricordarlo, e con una certa frequenza, perché ogni decimo di grado d’aumento nelle temperature medie rende sempre più inevitabile la fine che fanno i gelati messi sui balconi sotto il Sole estivo. E i “gelati” siamo noi, qui.)

P.S.: e per rendersi conto di cosa potrebbe concretamente accadere – o cosa accadrà, ahinoi – in seguito all’aumento delle temperature medie del pianeta, leggete qui.