Senza umanità la vita è violenza (Charlie Chaplin dixit)

La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà. La scienza ci ha trasformato in cinici, l’avidità ci ha resi duri e cattivi. Pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchinari, ci serve umanità. Più che abilità, ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità, la vita è violenza e tutto è perduto.

(Charlie Chaplin alias “il Barbiere Ebreo” ne Il Grande Dittatore, 1940.)

Mi viene da aggiungere: più che un futuro, ci serve un presente, costruito su ciò che il passato insegna e in grado a sua volta di fare da solida fondamenta per un buon futuro. Un presente vero, non un’eterna sospensione come quella che viviamo, nella quale ci illudiamo di saperci “protendere” verso il futuro (solo immaginandolo, senza costruirlo concretamente) senza più bisogno del passato (dimenticando del tutto la storia, anzi) ma in realtà ci stiamo solo arrotando attorno a noi stessi e alle nostre ipocrisie: il carburante perfetto per perderci nella più barbara violenza – quella che già Chaplin denunciava nei tempi bui in cui uscì la sua celeberrima opera filmica. E se oggi abbiamo più luce di allora, vediamo di non lasciarla spegnere di nuovo, come se non peggio di allora.

Rido per legittima difesa

Io rido per legittima difesa.

Sì: parafrasando quella celebre battuta di – o attribuita a – Woody Allen (“Leggo per legittima difesa”), dico che qui, se non si sa ridere, si finisce male. Anche le cose più seriose e impegnate alla fine le metto sempre – almeno un poco – sul ridere: perché da sempre diffido congenitamente delle persone che si prendono troppo sul serio (e lo ribadisco), e perché non c’è nulla come lo humor, l’ironia e il riso per rimettere in equilibrio ogni cosa, smussare eventuali spigoli e temprare lo spirito contro ogni possibile gravità e, ancor più, contro qualsiasi malignità, che puntualmente una risata seppellirà.

Eppoi, appunto, ridere è la migliore e più legittima difesa contro le tante, troppe dissennatezze del mondo di oggi, verso le quali non c’è molto altro da fare: o ci si “adegua”, diventando dissennati di conseguenza, o si fugge il più possibile lontano – ma il mondo forse è un posto fin troppo piccolo, in questo caso – oppure ci si ride sopra. Una difesa legittima che, a ben vedere (il  mondo suddetto), è al contempo un attacco, ovvero un’offensiva, assolutamente lecita e giustificata. Nonché assai appagante, pure: lo dico sempre, io, che non l’ottimismo ma l’ironia (se non il sarcasmo) è il sale della vita!

Wolfgang Laib, MASI, Lugano

Qualche giorno fa ho visitato (e fotografato, come vedete) la mostra monografica che il MASI di Lugano ha dedicato all’artista tedesco Wolfgang Laib.

Laib è un artista parecchio particolare. I suoi lavori delineano una poetica artistica quasi mistica, e più che invitare ad una fruizione estetica di essi – presente nel caso ad un livello molto basilare, legato a forme e proporzioni – invitano alla contemplazione, alla meditazione. La loro semplicità materica – pollini, riso, legno, cera d’api, eccetera – unita a quella delle geometricità, fa da contraltare a una narrativa invece assai profonda e strutturata, che proprio dalla semplicità visiva parte (e porta con sé il visitatore) per andare ad esplorare temi di impronta marcatamente filosofica.

Sono opere che non possono essere apprezzate in base a meri e ordinari metri di giudizio estetico o comunicativo, anche più di altre contemporanee. Richiedono la conoscenza e la comprensione della ricerca intellettuale e culturale che Laib vi ha messo alla base: senza di essa (e nonostante l’innegabile fascino che emanano), può sembrare che non raccontino nulla; con tale conoscenza e comprensione – che la mostra del MASI riesce bene a offrire – narrano invece moltissimo.

Cliccate qui per saperne di più sulla mostra, aperta fino al 7 gennaio ’18.

La guerra (alla guerra) di Bansky

“Civilian Drone Strike”, 2017.

I più grandi crimini nel mondo non sono commessi da persone che infrangono le regole. Sono le persone che seguono gli ordini, che sganciano bombe e massacrano villaggi. Come precauzione per non commettere mai più importanti atti malvagi, è nostro dovere solenne di non fare quello che ci hanno detto, questo è l’unico modo in cui possiamo essere sicuri.

(Bansky)

Personalmente, trovo che essere contrari tout court alla guerra sia una sostanziale illogicità. Semmai, la storia dimostra che la stragrande maggioranza delle guerre scatenate dall’uomo contro altri uomini furono e sono, esse sì, illogiche: e con ciò intendo disumane, “non proprie” di una razza che si definisca “umana” anche nell’accezione etica e filosofica, oltre che “la più intelligente sul pianeta”, al punto (paradossale) da far divenire la guerra un ordine, una “regola” da seguire in caso di contenziosi tra comunità umane – ciò che sostiene Bansky nella citazione lì sopra, insomma. Le guerre, invece e proprio per quanto appena denotato, quasi sempre hanno palesato con ben poche ombre di dubbio la grande e crudele stupidità dell’uomo nonché la sua bieca ipocrisia politica – quella dei potenti i quali dettano regole che per primi non rispettano, intimano ordini che essi non eseguono e mandano al massacro milioni di individui per conto loro. Costoro sì, meriterebbero di subire un trattamento assai bellicoso.

P.S.: per saperne di più sull’opera nell’immagine, cliccate qui.

 

Paolo Villaggio (1932-2017)

Chissà quanti, oggi, diranno: «È morto Fantozzi!» Inevitabilmente, perché nel bene e nel male Paolo Villaggio resterà legato per sempre a questo suo fondamentale personaggio. Certamente Fantozzi ha rappresentato la summa della sua fenomenale e argutissima comicità socioantropologica, ancor oggi da più identificata dalle varie gag e per ciò intesa come meramente demenziale quando invece è stata tra le più intelligenti e raffinate mai viste, oltre che unica; ma, appunto, la grande sagacia intuibile in Fantozzi e nei vari altri personaggi era prova chiara e inequivocabile dell’intelligenza tout court di Villaggio, della sua acuta visione della realtà italiana, sovente tranchant ma sempre illuminante pur se costantemente travestita di disincanto e di ironia (pochi come lui hanno saputo interpretare al meglio il celebre motto “Una risata vi seppelirà”!), dell’impatto culturale possente della sua figura (in generale, dunque, non solo per i suoi personaggi) non solo riguardo sull’immaginario collettivo nazionale, che Pier Paolo Pasolini tra i primi intuì e rivelò, annotando come lo stesso linguaggio fantozziano “avrebbe mutato la lingua comune italiana a una profondità impensata.”[1]

Insomma: l’Italia, non ci fosse stato Paolo Villaggio, oggi sarebbe diversa da ciò che è e non credo in meglio, rappresentando la sua comicità anche una sorta di salvagente collettivo per cercare di restare a galla e non andare a fondo troppo rapidamente. Ora, senza Paolo Villaggio, forse l’Italia sarà diversa da ciò che è stata finora. Meno ironica e beffarda certamente; meno capace di non palesarsi come una merdaccia, temo pure.

[1] Giuseppe Genna, Italia De Profundis, p. 276.