Discipline assai divertenti

[Immagini tratte dal web.]
Ecco, queste sono le occasioni nelle quali ci si rende conto di quanto la psicologia, la sociologia e l’antropologia, se applicate alla politica e ai suoi eventi (soprattutto) contemporanei, siano discipline non solo affascinanti, necessarie e profondamente illuminanti ma pure di valore assoluto nonché meravigliosamente divertenti. 😂

Il codardo

Conquistare quel maledetto villaggio, che da tempo resisteva ad attacchi d’ogni sorta, era ormai diventato essenziale per vincere la guerra. Per questo il Generale era lì, per ciò aveva preso il comando delle operazioni – egli, famoso per il pugno di ferro, la risolutezza e l’audacia prive d’ogni indulgenza, la pugnace spietatezza: l’uomo giusto per quelle situazioni particolarmente sporche, ove c’era da accantonare ogni pur raffinata strategia per badare al sodo, senza fare calcoli e tanto meno avere scrupoli.
Nel suo tipico stile, stivali in pelle nera, elmetto in testa con simboli pirateschi, medaglie in mostra sul petto e spada in resta, il Generale aveva urlato il via all’assalto, tallonando a pochi metri la prima linea incurante delle esplosioni e dei proiettili fischianti tutt’intorno, e seguito da un giovane attendente impegnato oltre ogni modo a nascondere l’evidente terrore al proprio comandante, il quale invece pareva divertirsi un mondo a berciare ordini di fuoco, di distruzione, e incitamenti alla «nessuna pietà», imprecando ogni qualvolta un soldato fosse colpito e dovendone superare il cadavere sporco di sangue e fango col rischio di imbrattare i lucenti stivali. Ma tal ferrea risolutezza aveva effetto, senza dubbio: sostenute dall’artiglieria battente le truppe avanzavano in un villaggio ormai del tutto diroccato, trovandovi sempre più scarse resistenze. Il Generale urlava di gioia e, forse per questo più che per tutto il resto, ora il giovane attendente non riusciva proprio a cancellare la terrea espressione di sgomento stampata sul viso poco più che imberbe, nonostante la battaglia stesse diminuendo d’intensità.
Quelle urla, di lì a poco, divennero sonore risate, quando con un plotone l’alto ufficiale penetrò in un cortile tra un gruppo di case annerite dal fuoco, trovandovi alcuni combattenti nemici malamente nascosti in un crocchio di donne e bambini accucciati ad un angolo dello spiazzo.
«È così, eh? Bene, allora ammazzateli tutti, questi vermi schifosi!» ordinò il Generale, e dovette farlo più volte ad un plotone visibilmente smarrito per quell’ordine così efferato. Dal plotone un soldato arretrò, guardando il Generale e facendogli: «No, signore! Io non posso uccidere questi innocenti!» Il Generale lo fulminò con gli occhi, poi disse, rivolto al suo attendente: «Nessun codardo ci deve essere tra di noi! Tenente, uccida questo miserabile!» Il giovane tenente s’impietrì per alcuni secondi, poi si illuminò in volto, guardò quel soldato e quindi il suo comandante, finché senza mutare la rigida espressione assunta sguainò la propria pistola d’ordinanza, sparando con rapidità inusitata.
Un solo colpo alla nuca, preciso: il Generale cadde al suolo, senza emettere alcun gemito.

(P.S.: è un racconto, questo, al momento ancora inedito come la raccolta di cui è parte, composta di testi molto molto molto particolari – ho detto “molto”, sì. Forse sarà pubblicata, prima o poi – ho detto “forse”, già. Voi seguite il blog oppure il sito e può essere che tra un po’ ne saprete di più al riguardo, chissà.)

Una vita italiana più sterile, automatica, indecente

“Il mondo contadino, dopo circa quattordicimila anni di vita, è finito praticamente di colpo”, e anche l’Italia, anche l’Italietta, non è andata a morire in nessun luogo. Si è lasciata tramortire, lentamente, violentemente, come in un risucchio repentino, senza lasciare nulla se non l’acrimonia e, appunto, l’indifferenza. Ora, quando giro l’Italia nelle sue devastanti periferie urbane, quando la trapasso nei paesini delle cinture degli hinterland fumigosi, nella nebbia pesante che puzza di letame chimico, o quando entro nelle latterie dove si parla della tris bevendo Campari – io tasto il polso a una morte avvenuta che si è tradotta in una vita più sterile, automatica, indecente.

(Giuseppe GennaAssalto a un tempo devastato e vile, 1a ediz. PeQuod 2001, ultima ediz. “3.0” Minimum Fax 2010.)

Di Mauro Corona, o della parodia della parodia

Non so se il buon Mauro Corona, scrittore assai suggestivo e personaggio mediatico ben più grottesco che sovente si erge a nobile (e apprezzabile, e ammirevole) paladino della Montagna e della sua cultura, sia concorde ovvero abbia da ridire riguardo l’immagine sopra pubblicata (cliccateci sopra per conoscerne la fonte e il contesto), che palesemente mette in relazione il diavolo e l’acquasanta, ovvero la fragile e (si spera) incontaminata bellezza della Natura montana e un SUV, autoveicolo che di “incontaminato” e incontaminante ha ben poco (assieme a tutto il resto che gli va dietro), con lo scrittore di Erto a fare da – consapevole o meno (spero vivamente la seconda) – testimonial. Assai significativa, nell’incipit dell’articolo dal quale l’immagine è tratta, leggere l’alquanto tragicomica affermazione “Mete raggiunte, spesso esplorate (laddove possibile, rispettosamente), in auto e in moto”: e dove non fosse possibile raggiungere tali mete “rispettosamente” – ovvero, inutile dirlo, quasi sempre? Domanda retorica, ovvio: si raggiungono comunque, fanc**o la Natura montana e la sua fragilità! Pecunia non olet autem corrumpit…*

Ma, giusto a proposito di tragicomico, torniamo a Mauro Corona, il quale ormai sta compiendo definitivamente la metamorfosi in parodia del “Corona” di Maurizio Crozza – una parodia della parodia o “controautoparodia”, insomma. Per carità, ognuno è libero di mostrarsi e atteggiarsi pubblicamente a ciò che vuole, seppur ciò vada a indebolire notevolmente il valore dei nobili messaggi e dei buoni propositi altrimenti proferiti (ed è proprio questa la cosa più discutibile della questione). Fatto sta che, appunto, resta ormai solo una piccola differenza tra i due “Corona”: che l’uno è un comico e l’altro no. E non è detto che di questo passo il comico sia Crozza.

*: “Il denaro non puzza, ma distrugge”.

P.S.: ringrazio per l’indiretta ispirazione alla scrittura di questo post Michele Comi, grande guida alpina malenca e, lui sì senza alcun paradosso, custode delle proprie montagne di grande cultura, concreta operosità e inestimabile importanza.