Briatore cosa sostiene, in realtà? Che i ricchi sono degli emeriti decerebrati!

article-2384651-1b264127000005dc-428_634x421Come cerco di fare usualmente, vado alla ricerca di una chiave di lettura diversa, ma sempre di matrice culturale, alla polemica innescata da Flavio Briatore – persona che, sia chiaro, da parte mia non trovo giammai degna d’alcun apprezzamento – circa la Puglia e, in generale, il valore concreto di cultura e turismo nell’economia di un luogo, sia esso una regione o un intero paese.
Già, perché al di là dei temi sui quali si è concentrata la polemica, sostanzialmente Briatore ha detto una cosa ben chiara: rimarcando che i ricchi voglio lusso e divertimento sfrenato, ha precisato che  «Io so bene come ragiona chi ha molti soldi: non vuole prati né musei». Cosa ne deduco io, dunque? Molto semplicemente, che nell’epoca contemporanea fa più soldi chi è più ignorante. Dacché se è inutile rimarcare che Natura, musei, arte e cultura in generale sono causa/effetto di teste attive e pensanti ovvero di intelligenza, ne consegue che nel mondo di oggi la ricchezza è nelle mani di emeriti idioti. I quali quindi hanno e fanno i soldi non perché dotati di cervello, acume, perspicacia, ingegno e di doti relative e conseguenti, ma per chissà quali maneggi finanziari di (facile intuirlo) assai poco limpida natura. O per mere botte di culo, certo. Comunque, tramite modi che negano qualsiasi buon uso della testa – sappiatelo, voi che vi sbattete tanto per studiare e farvi una cultura/specializzazione e così costruirvi una buona carriera che vi garantisca pure un comodo tenore di vita… È tutta fatica sprecata. Datevi direttamente al malaffare: tanto la società, tenuta in pugno da personaggi del genere, è comunque destinata al più nero degrado!
Sto speculando troppo? In parte sì, perché so bene che in giro per il mondo esistano miliardari che al lusso nel quale vivono affiancano ben volentieri varie forme di filantropia culturale; e so bene che l’idea di “ricco” a cui fa riferimento Briatore è vecchia e inevitabilmente destinata a implodere in sé stessa perché totalmente priva di spessore civico, oltre che umano. Di contro, non sto troppo esagerando perché, purtroppo, è verissimo che certi personaggi di palese cretinaggine muovono un sacco di soldi e, per questo, sono riveriti e venerati dalla classe politica: poi fa nulla se rovinano mercati, equilibri finanziari, la vita di intere fasce di popolazione o quant’altro in forza della loro stupidità accecata dalla foga per il denaro e l’irrefrenabile volontà di ricchezza… Oppure fa nulla che a ciò, tali personaggi spesso uniscano anche un’inopinata, o forse inevitabile, tendenza alla illegalità: è bene ricordare che il “signor” Briatore, “per affari connessi a bische clandestine e gioco d’azzardo viene condannato in primo grado a un anno e sei mesi di reclusione dal Tribunale di Bergamo e a tre anni dal Tribunale di Milano, evitando il carcere con la fuga a Saint Thomas, nelle Isole Vergini americane, per poi tornare in Italia dopo un’amnistia” (da Wikipedia – ed è solo un caso tra i tanti). Fa nulla, già, visto che nel frattempo tizi del genere si permettono di dire e fare ciò che vogliono, raccogliendo applausi e lodi: e ciò non significa che non possano dire cose anche condivisibili, per certi aspetti – come ad esempio spiega Luigi Caiafa su Cultora – piuttosto significa, e qui sta soprattutto il risvolto culturale della questione, che la nostra civiltà ha un serio problema non solo circa la sperequazione delle ricchezze tra la popolazione ma pure con la gestione di tali ricchezze. A volte tanto ingenti da poter rovinare interi paesi. È una questione culturale, ribadisco, e per diversi aspetti, dacché tocca pure la salvaguardia economica del patrimonio legato alla cultura, così rozzamente tirato in ballo da Briatore: gli tagliamo i fondi, pure più di quanto già non sia stato fatto fino a ora, per costruire enormi e lussuosissimi resort e altre infrastrutture meramente funzionali a tale turismo dei ricchi direttamente sulle spiagge o, come già accaduto, sopra zone archeologiche e altri luoghi di incalcolabile valore culturale? Oppure, magari, facciamo in modo che, come avviene in altri paesi grazie a favorevoli condizioni politiche e fiscali, si solleciti l’ego smisurato dei super-ricchi facendoli diventare i primi difensori e sostenitori del patrimonio culturale pugliese e nazionale? Di sicuro, bisogna contrastare con tutte le forze ciò a cui Briatore inneggia con tanta boria: il più tracotante disprezzo per la cultura e per l’identità di un popolo e di una comunità sociale – regionale, in tal caso, ma non solo. Perché alla fine, da tale punto di vista, di questo si tratta: un ennesimo attacco al nostro patrimonio culturale, come non mancassero quelli già lanciati, direttamente o meno, dalla classe politica nostrana!
Magari, poi, sto sbagliando tutto. Già, forse ha ragione Briatore: meglio tanti mentecatti pieni di quattrini che si danno al divertimento sfrenato dentro resort simili a fortezze ultraprotette da eserciti di body guards mentre fuori musei ricolmi di meraviglie ignorate dai più chiudono per mancanza di fondi. Qualcuno, in tal modo, guadagnerebbe molti soldi, ma credo che parimenti perderebbe tutta la sua identità culturale, oltre che la dignità. D’altro canto si sa: l’idiota mica lo sa di esserlo, anzi: si crede sempre il più furbo di tutti.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Editoria de profundis

zombie-libriBeh: bisogna ammettere che, se qualcuno poteva ancora generare dubbi sullo stato reale del mercato editoriale in Italia e della lettura in generale, e su che vi potessero comunque essere possibilità di ridarvi fiato e rinvigorirlo, la diatriba tra Torino e Milano sul futuro del Salone del Libro ovvero tra le parti dell’editoria nostrana coinvolte in essa (cliccate lì sotto, per sapere le ultime novità sul tema) ha dato una risposta che, io credo, è inequivocabile e definitiva: salvo casi rarissimi, il mercato del libro in Italia è morto, e i personaggi sopra citati lo stanno seppellendo una volta per tutte in una fossa parecchio profonda nella quale finirà tutto quel mercato, pure quello che apparentemente con lorsignori non ha nulla a che fare.

salone-rotturaEcco, direi che non ci sia più nulla da aggiungere al riguardo e, per quanto mi riguarda, al momento la questione si chiude qui. Mi sono rotto delle loro rotture, già!
Ah, beh, un momento: una cosa da aggiungere forse c’è… Voi “aspiranti scrittori” nostrani che ancora credete al fascino e al prestigio della letteratura edita… o imparate per bene una lingua straniera e altrove scrivete e pubblicate, oppure sappiate che l’allevamento dei suini, ad esempio, è oggi attività ben più nobile e culturale dello scrivere libri poi pubblicati dai personaggi suddetti. I quali credo che, alla fine, cosa sia realmente un libro non lo sappiano più bene. O non l’abbiano mai saputo, forse.

P.S.: quanto sopra, sia chiaro, con tutto il rispetto per i suini, che solo metaforicamente ho inteso comparare a certuni “signori” dell’editoria nazionale.

Davide Sapienza, “Camminando”

camminando-coverNegli ultimi anni, di libri sul camminare ne sono usciti a iosa: molti interessanti, alcuni del tutto superflui e chiaramente legati a una certa moda editoriale in materia, alcuni altri invece più vicini a una visione della pratica del cammino più genuina e meno legata a luoghi comuni di matrice modaiola, appunto. Tutti, inevitabilmente, scritti da “camminatori” – ma è forse qui, il vero punto della questione, ovvero che non siano tanto i libri ma i loro autori, veramente animati dall’autentico spirito alla base del camminare: azione ancestrale e primaria per gli esseri viventi terrestri che tuttavia l’uomo ha reso (e dovrebbe continuare a rendere a maggior ragione oggi, in qualità di creatura presumibilmente più intelligente delle altre) esercizio filosofico e olistico, pratica di costruzione del proprio mondo e non solo (o non più solo) di esplorazione, nonché esperienza di altissima natura estetico-espressiva assolutamente vicina, per molti aspetti al gesto artistico, come ho scritto qui.
Davide Sapienza credo sia uno di quei camminatori “autentici”, e questo suo Camminando (Lubrina Editore, Bergamo, 2014) è un’opera che lo dimostra perfettamente; anzi, dopo averlo letto ed essendo entrato in contatto con la sua “essenza” – letteraria, filosofica, spirituale, speculativa – mi viene da ritenere che questo non sia un libro nato da una o più esperienze di cammino, come tantissimi altri, ma sia di suo un cammino i cui passi sono le pagine che scorrono sotto gli occhi del lettore come un sentiero immateriale tanto quanto lo è il corpus emotivo che nella sua interezza sorregge la vita quotidiana, intangibile eppure imprescindibile per sentirsi realmente vivi…

Sapienza-Corriere-Web-Bergamo-593x443(Leggete la recensione completa di Camminando cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Radio Alice: il web, i social, l’open source – ma 40 anni fa!

(Quella che potete leggere qui sotto è la trascrizione di una delle tante presentazioni di “Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre”, tenute dallo scrivente nelle scorse settimane un po’ ovunque sul globo terracqueo.
Beh… quasi ovunque, ecco.
Per saperne di più sul libro, cliccate sulle immagini in testa e in coda all’articolo…)

Copertine_Radio-AliceVorrei prendere le mosse, per la mia personale narrazione del lavoro effettuato per creare questo libro – anzi, per raccontarvi della genesi e della sostanza del mio rapporto con Radio Alice – da una domanda che posi a Valerio quando, lo scorso gennaio, mi recai a casa sua per la chiacchierata che poi trovate anche nel libro. Una domanda che io feci a lui e che lui subito ha rifatto a me, che poi ha posto ai lettori di Giap, il blog di Wu Ming, e che trovo comunque inevitabilmente fondamentale sotto tutti i punti di vista – ancor più per me, che su Radio Alice ho appunto scritto un libro: “Cosa resta oggi, dopo 40 anni, di Radio Alice?”

Io, quando Alice nacque, avevo 5 anni, sono nato nel 1971. E sono nato in un piccolo paese di provincia, vicino a Lecco, quindi non ho certo vissuto, nemmeno dal racconto dei miei compaesani, il contesto sociale, politico, culturale, ideologico di quegli anni così come invece l’hanno certamente vissuto quelli che abitavano nelle grandi città e nei centri lungo l’Italia intera nelle cui piazze si attuava la contrapposizione, sovente violenta, tra operai, studenti, autonomi e quanti altri con le forze dello stato, che fossero dell’ordine, istituzionali, eccetera.

Quando l’editore mi ha proposto di scrivere questo libro – oltre che perché spero apprezzi il mio modo di scrivere – fondamentalmente credo l’abbia fatto sapendo che io faccio radio da più di 25 anni, in una piccola emittente che trasmette nelle provincie di Lecco e Bergamo la quale, peraltro, anch’essa è nata nella sua prima forma trasmittente verso la fine del 1976. Come molti, conoscevo Radio Alice di nome ma ben poco nei fatti, nel senso che avevo solo una vaga idea che avesse fatto qualcosa di importante, e che il suo nome contasse molto nella storia della radiofonia libera italiana, ma non molto più di questo. Ho cominciato dunque a interessarmi alla storia della radio e, inesorabilmente nonché ingenuamente, appunto, ho scoperto un universo… che ho esplorato e che, dopo qualche giorno, mi ha fatto dire, tra me e me: con tutta ‘sta roba che è già stata scritta ove si può trovare di tutto e di più, cos’altro posso scrivere, io? E vi confesso che, per qualche attimo, ho pensato di rinunciare, di chiamare l’editore e dirgli: «Senti, ma hai provato a vedere quanta roba c’è, su Radio Alice? Qui c’è il rischio di scrivere cose già scritte!»

Ma non ho smesso di leggere, e dunque di penetrare sempre più a fondo nella storia della radio e, ancor più, nello spirito originario di essa. E ho cominciato a capire che un’esperienza come quella di Alice non è affatto durata per quei soli 13 mesi di vita, anzi: quella di Alice fin da subito si è prefigurata come un’esperienza assolutamente e profondamente culturale, ovvero generatrice di cultura di diversa matrice, anche perché a sua volta nata da una culla del tutto culturale. Certo, tutto è cultura: la politica, le ideologie filosofiche, la sociologia così come la musica, la poesia, creatività, e pure i bisogni quotidiani della gente comune… Appunto, insomma: una storia come quella di Radio Alice, anche a 40 anni di distanza dalla sua realtà temporale, tutt’oggi genera elementi ed esperienze culturali.

Da qui ho cominciato a lavorare, per la stesura del libro, e da qui ha preso forma sempre più complessa e definita il mio personale rapporto con Alice, cercando ed elaborando risposte molteplici a quella domanda, “Cosa resta oggi, dopo 40 anni, di Radio Alice?”, che ho poi posto a Valerio.

Volantino-2Innanzi tutto, dopo 40 anni resta che Alice non è affatto “morta”, non è affatto finita con l’irruzione violenta della sera del 12 marzo 1977. Come più volte mi ha sottolineato Valerio, Alice è una creatura che ha saputo quasi da subito dotarsi di vita propria: una vita che ora non contempla più una voce ma che esiste, sussiste nel tempo, è ancora identificabile ovvero la si più ancora incontrare e comprendere che da un tale incontro vi si possono ricavare tantissime cose. Per tale motivo mi è venuto in mente di scrivere il testo del libro “rivoluzionando” a mia volta la linea temporale, ovvero partendo dalla fine – dall’intervista di Ciro Lomastro, che in qualche modo dal suo punto di vista di rappresentante dello stato contro Alice, chiude la vicenda (seppur in modo assolutamente confutabile, come ben sa Valerio) – e ponendo in ultimo, nella narrazione dei fatti, la nascita della radio. Questo perché ho voluto, per così dire, togliere subito di mezzo la “fine” dell’avventura di Radio Alice e di contro fare in modo che le ultime cose che il lettore legge, e che dunque facilmente gli resteranno più vivide e impresse nella mente, a fine lettura, sono quelle relative alla nascita di Alice. La nascita ovvero il momento di massima vitalità, di vita piena e fremente. Ciò, appunto, anche per capire che Alice tutt’oggi è viva, e non è certo lo scorrere del tempo, e questi 4 decenni ormai passati, ad aver relegato la sua vitalità al mero ambito della memoria, del ricordo e della commemorazione. Tutt’altro.

Inoltre, quando leggerete il libro, noterete che è tutto scritto al presente, non con tempi verbali al passato, generalmente tipici dei saggi che narrano qualcosa di storico e storicizzato. Il motivo è lo stesso: mantenere viva, ovvero “presente nel presente”, per così dire, la presenza di Alice e la sua capacità di raccontare ancora oggi tantissime cose con valenza contemporanea, non legata ad un passato tanto bello quanto però, appunto, trascorso e non più considerabile. No, Alice non diffonde più la sua voce da un microfono ma parla direttamente a chiunque voglia ascoltarla: è un ascolto non più radiofonico ma culturale, come ribadisco, parte della nostra stessa cultura contemporanea e, in molti modi, assolutamente identificante – come anche la cultura deve essere per chi la coltivi per sé stesso come conoscenza e bagaglio formativo e istruttivo.

Radio-Alice-1-4Un’altra cosa che mi ha affascinato, dell’esperienza di Radio Alice, è quella che, con tutta evidenza e ancor più proprio se vista oggi, a distanza temporale ma non intellettuale, quella della radio si può benissimo identificare come una lunga performance artistica. E intendo ciò proprio col senso che si può trovare su un qualsiasi vocabolario: un’azione artistica, generalmente presentata ad un pubblico, che spesso investe aspetti di interdisciplinarità. Un’azione la cui essenza artistica venne dai ragazzi della radio definita maodadaismo, proprio rifacendosi direttamente ad uno dei movimenti artistici fondamentali del Novecento, il Dada col suo figlio maggiore, il Surrealismo. Presentata ad un pubblico – inutile spiegarlo – perché trasmessa dai microfoni di un radio. Interdisciplinare perché – anche qui credo sia inutile spiegarlo – il modo di fare radio inventato da Alice fu totalmente e liberissimamente interdisciplinare ovvero compendiante qualsiasi cosa che potesse essere trasmesso e diffuso pubblicamente dai microfoni della radio.

Poi, partendo da queste basi, le connessioni con il mondo dell’arte sono innumerevoli: non a caso ho proprio dedicato un capitolo, nel libro, a questa matrice prettamente artistica nell’esperienza di Radio Alice, capitolo intitolato Arte radiofonica maodadaista – e anche qui da intendersi come di arte interdisciplinare: dalla letteratura, con la Alice di Lewis Carroll, la poesia rivoluzionaria di Majakovskij ma anche di Lautremont, di Rimbaud, dei poeti della beat generation,   Antonin Artaud, che propugna l’idea di un’arte totale nella quale confluiscano sullo stesso piano tutte le forme di linguaggio, fondendo gesto, movimento, luce, parola – un’arte avente espressività interdisciplinare, appunto. Ma ho trovato anche, in Radio Alice, l’ispirazione di Marcel Duchamp, uno degli artisti più rivoluzionari – non a caso – del Novecento, con la sua subordinazione del messaggio artistico al mezzo, ovvero all’opera, con cui viene diffuso, il che riporta alle teorie di Baudrillard e McLuhan, dunque anche al lato critico della storia dell’arte del Novecento… eccetera eccetera eccetera.

Radio-Alice-7E l’arte, lo sapete bene, non ha tempo, non ha scadenza. Quand’essa sia di valore, e quando sa trasmettere realmente un messaggio, un proprio senso, quando sa comunicare, insomma, vive sempre, è sostanzialmente atemporale. Per questo ancora oggi, a 40 anni di distanza, l’ascolto dei nastri di Radio Alice sa fornire una immediata sensazione di freschezza, di novità, di originalità ovvero sa parlare subito, sa raccontarci da subito molto, sa accendere una forte luce su di sé che poi si riverbera tutt’intorno. Ma a differenza di molta arte pur di valore, che anche non avendo tempo vive solo rinchiusa nella prigione del museo, Alice ancora oggi se ne resta ben lontana da qualsivoglia reclusione culturale, proprio perché lei la cultura la sa ancora generare e diffondere.

Non solo: come molta produzione artistica, non è affatto fuggita dal paventato pericolo della ripetitività, così tipico dell’arte contemporanea che ancora oggi è visto come fumo degli occhi da molti critici, anzi: Alice ha fatto della ripetitività artistica, ovvero della più assoluta e totale condivisione delle sue invenzioni in tema di linguaggio e comunicazione, un punto fermo e indiscutibile. Parlando con Valerio Minnella di questa cosa, alla fine ci siamo detti che è un po’ come se Radio Alice abbia inventato pure l’open source. Nessun copyright, nessuna rivendicazione di diritti su quanto i ragazzi avessero elaborato prima di avviare le trasmissioni e durante la vita della radio, semmai l’esatto opposto: la certezza che solo la massima condivisione di ciò che stavano facendo in radio poteva dare un senso e fornire la possibilità di raggiungere uno scopo alla radio stessa. E mi viene da dire che, se uno scopo politico, ideologico o sociale sembrerebbe non essere stato raggiunto, stante la fine violenta della radio e la disgregazione del movimento autonomo che aveva eletto Alice come propria voce, appunto, in realtà quello scopo o quegli scopi sono stati assolutamente raggiunti: il fatto che io ora sia qui a parlarvi di Alice con in mano questo libro ne è la prova lampante. Ribadisco: l’arte come la cultura non hanno ne tempo e ne scadenza, anzi, in qualche modo rafforzano il proprio valore nel tempo, e lo fanno proprio quando ciò che hanno generato continua a vivere e a diffondersi, anche se la fonte trasmittente – lo dico non tanto in senso tecnico ma più concettuale – non c’è più. Ma in realtà c’è, ha solo cambiato forma.

Radio-Alice-1-2Quanto ho detto sull’invenzione dell’open source da parte di Alice mi dà modo di ricollegarmi ad un’altra buonissima risposta alla solita domanda “Cosa resta oggi, dopo 40 anni, di Radio Alice?”… Resta la forza premonitrice se non profetica della rivoluzione del linguaggio e della comunicazione messa in atto da Alice, che appunto era allora preveggente e ora è realizzata, concreta, presente. E mi riferisco a come Alice abbia saputo realizzare, anni e anni prima di quello che poi oggi è il cosiddetto web 2.0 (anche se la definizione, come mi ha spiegato bene Valerio che di queste cose se ne intende, è piuttosto impropria e fuori luogo, nel senso che oggi gli diamo), una vera e propria rete sociale, le cui connessioni non viaggiavano sui cavi della banda larga o del wifi ma attraverso le onde FM e le linee telefoniche, per le quali la radio faceva da server – sia in senso tecnico che in senso umano, come ha ben evidenziato Massimiliano Panarari su La Stampa, in un articolo scritto in occasione dei 40 anni esatti dalla prima trasmissione di Radio Alice.

Anche riguardo questi temi ho voluto concentrare l’attenzione dei lettori del libro con un capitolo intitolato Alice, la social radio. Perché veramente Alice ha funzionato come oggi funzionano i social network o, nella definizione italiana che trovo anche più significativa di quella comune anglofona, le reti sociali ovvero, perché anche in questo modo quella messa in atto da Alice è stata una vera e propria profonda rivoluzione, se non una autentica trasformazione paradigmatica che ha innovato non solo perché ha proposto qualcosa di nuovo rispetto a quanto c’era prima, ma perché ha proprio preso le carte in tavola allora e le ha gettate via, mettendone su quella tavola di totalmente nuove e diverse, per certi versi mai viste prima.

Radio-Alice-AntennaVi voglio leggere una definizione molto adatta a descrivere tale rivoluzione, che “costituisce anzitutto un approccio filosofico alla rete di relazioni che connota la dimensione sociale, della condivisione, dell’autorialità rispetto alla mera fruizione: sebbene dal punto di vista tecnologico molti strumenti utilizzati in questo approccio possano apparire invariati, è proprio la modalità di utilizzo ad aprire nuovi scenari fondati sulla compresenza dell’utente nella possibilità di fruire e di creare/modificare i contenuti.» Ecco: si parla di dimensione sociale e dunque di relative istanze, di condivisione delle informazioni, di interazione piuttosto che di mera fruizione, e di modalità per ottenere tutto ciò pur in presenza di strumenti sostanzialmente invariati – infatti la radio in quanto strumento tecnologico c’era già prima di Alice… Bene: vi sto spacciando questa come una definizione della rivoluzione del linguaggio e della comunicazione di Radio Alice. In realtà è una definizione di “web” che si può trovare giustappunto in internet. Capite ora la portata della rivoluzione di Radio Alice, la cui storia la si può descrivere tranquillamente con parole create oggi per descrivere cose d’oggi, cose contemporanee. E che invece Alice rende valide persino per un qualcosa accaduto 40 anni fa.

Eccone un’altra buona: «consiste in un qualsiasi gruppo di individui connessi da diversi legami sociali. (…) Esempi di questi soggetti sono le comunità di sostenitori di eventi, quelle unite da problematiche strettamente lavorative e di tutela sindacale del diritto nel lavoro, che permettono di materializzare, organizzare e arricchire di nuovi contatti la rete di relazioni sociali che ciascuno di noi tesse ogni giorno, facilitando la gestione dei rapporti sociali e consentendo la comunicazione e la condivisione» In cosa consiste tutto ciò? Di cosa si sta parlando? Verrebbe da rispondere di Radio Alice, senza alcun dubbio. Invece è una definizione di “social network”. Ecco: direi che ora non si possa proprio più dubitare che, a 40 anni di distanza, Radio Alice non solo sia viva e vegeta ma sia pure assolutamente narrante e con una moltitudine di argomentazioni, temi, storie, esperienze, rivelazioni, insegnamenti che veramente poche altre cose saprebbero mettere in campo.

Per finire: lo scorso gennaio, quando come vi ho detto ho incontrato Valerio per registrare la chiacchierata che poi potete leggere nel libro, e dopo che ci siamo salutato e abbiamo preso per tornarcene a casa, ho chiesto a mia moglie, che era con me, cosa ne pensasse dell’incontro e della chiacchierata. La prima cosa che mi ha detto è stata assolutamente significativa, soprattutto perché detta da una persona che non conosceva la storia di Radio Alice – un po’ come me – e non aveva ancora letto il manoscritto del libro: mi ha detto che è sempre interessante conoscere persone che hanno saputo fare la storia, e sentire i loro racconti ancora oggi così “contemporanei”, che si possono sentire ancora tanto propri e condivisibili. Ecco, a 40 anni dalla sua nascita, Radio Alice è viva e vegeta anche per chi non l’ha conosciuta se non solo oggi e anche se “non parla più”: noi che siamo qui oggi ma, spero soprattutto, questo libro è la prova evidente di ciò. E posso proprio affermare che, in questo libro, ho cercato (spero nel modo migliore possibile) non solo di narrare una storia, ma di raccontare la storia di una radio e dei suoi creatori che hanno fatto la storia.

Copertine_Radio-AliceLuca Rota
Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre.
Senso Inverso Edizioni, Ravenna, 2016
ISBN 9788867932214
Pag.100, € 10,00

In tutte le librerie e sul web
(Cliccate sull’immagine del libro per saperne di più!)

P.S.: tutte le immagini pubblicate in questo articolo sono tratte dal libro, al quale si rimanda per i relativi riferimenti e crediti.

Tra i due litiganti il terzo gode. Anzi, i terzi!

Milano-Torino-bohSarà che invecchiando divento acido, ma a me ‘sta questione del Salone del Libro tirato qui e là tra Torino e Milano, col contorno di inchieste giudiziarie, scontri tra protagonisti del panorama editoriale, interessi vari più o meno nobili, campanilismi da solito rozzo provincialismo italico e quant’altro, sta già assumendo contorni piuttosto buffi, se non già ridicoli.
Da un lato c’è un evento che potenzialmente sarebbe (ovvero lo era, forse, fino a qualche tempo fa) fondamentale per il mondo del libro e della lettura nostrani ma che, ormai, è più simile a un morto che cammina che ad altro. Dal lato opposto c’è una città – Milano – che da sempre si ritiene il fulcro del panorama editoriale nazionale e che sempre ha mal digerito (soprattutto per ragioni meramente politiche) un Salone del Libro fatto altrove, la qual città di contro non ha mai saputo creare una valida alternativa – BookCity non ha lo spessore, nonostante tutto, del Salone torinese ma neanche di altri eventi similari fatti altrove nel paese, e Bellissima è stata un flop parecchio clamoroso (o forse tutto sommato prevedibile?). E infatti, a tal proposito, verrebbe da chiedersi se vi possa essere un pubblico locale interessato ad un evento come il Salone, che a detta di molti vorrebbe imitare – se fatto a Milano, intendo appunto dire – il successo di altri eventi cittadini (Salone del Mobile in primis, col suo Fuori Salone) i quali a loro volta però hanno impiegato decenni per consolidarsi e conseguire quel loro successo – ferma restando un’altra evidenza, ovvero che per nostra mancanza culturale un evento pur grande dedicato ai libri e alla lettura mai potrà raggiungere l’importanza e il valore culturale e industriale in genere come la Buchmesse di Francoforte, la quale è da sempre “la” manifestazione europea per eccellenza dell’editoria, esempio per tutti da nessuno eguagliato.
Dunque, come potrebbe finire ‘sta buffa querelle? Al momento è difficile da dire, anche perché la situazione è ancora in evoluzione – nel bene e nel male. Tuttavia, riflettendoci sopra, in questi giorni, m’è venuto da pensare che questo pare il tipico caso nel quale, tra i due litiganti, alla fine a godere potrebbero essere altri. Altri, sì, al plurale. E vi spiego perché al plurale – con due ipotesi sostanziali.
La prima: tra Torino e Milano potrebbe finire che a godere sia Roma con la sua Più libri più liberi. Fiera dal grandissimo potenziale – fin dal fatto di essere organizzata nella città più grande d’Italia, la quale ne è pure capitale, eh! – ma che, per così dire, si è sempre un po’ autolimitata, e non solo perché la propria “mission” ufficiale è mirata verso la piccola e media editoria ma, ad esempio, per essere ospitata da una location inadatta che ne riduce, appunto, le possibilità di espansione – di spazi, di target, di coinvolgimento settoriale.
La seconda: come ha ben denotato Andrea Coccia su Linkiesta in questo articolo – punto di vista dal quale dunque derivo la mia riflessione –  e se la questione non fosse che un Salone del Libro si faccia a Torino, a Milano o chissà dove ma che semplicemente ci sia? Ovvero: e se un evento del genere che, come ribadisco, forse dei suoi scopi originari e potenziali non ha più quasi nulla, rappresentasse (paradossalmente, ma solo all’apparenza, vista la situazione generale) un’autentica zavorra per il bene del mercato dei libri nostrano e di rimando della lettura? Se piuttosto – posto il nostro essere l’inguaribile paese dei piccoli campanili, di nuovo ribadisco – di un unico grande (e tronfio e sostanzialmente banale e obiettivamente fallimentare nel senso e nella sostanza) evento, l’ideale fosse una rete sinergica di tante piccole e/o più mirate manifestazioni come le tante già organizzate in giro per il paese, sul modello assolutamente vincente di una delle migliori iniziative attuate in Italia a favore dei libri, cioè la rete sarda di Liberos? Una rete, insomma, che unisca Torino, Milano, Roma, Pisa con la sua Fiera, Chiari e Modena con i loro eventi dedicati alla piccola editoria e poi Mantova, Pordenone e così via – potrei continuare a lungo, appunto! – e che in tal modo amplifichi i singoli successi distribuendone i benefici sull’intero territorio nazionale anche grazie all’inclusione effettiva, e non solo d’immagine e/o di mera convenienza – di tutti gli attori della filiera editoriale, dall’alto in basso e viceversa compresi dunque librai, biblioteche, circoli di lettori, eccetera. Una rete capillare, assolutamente democratica – nel senso che il grande editore così come il piccolo dovrebbero vedersi garantiti gli stessi diritti e le stesse possibilità, senza ghettizzazioni, marginalizzazioni commerciali o quant’altro di traviante il non a caso detto libero mercato: tanto il grande editore sarà sempre più visibile, ma almeno che non oscuri e soffochi il piccolo! – coinvolgente in modo ecumenico dacché capace di giungere ovunque, dal centro della grande metropoli fino al paesino sperduto nella più remota vallata alpina o appenninica.
Utopia? Forse, viste appunto le tante ombre che gli altrettanti campanili proiettano un po’ ovunque. D’altro canto, cosa facciamo? Il mercato editoriale, nonostante qualche zero-virgola di ripresa, permane in stato comatoso; il Salone del Libro, così com’è – e che resti torinese o vada a Milano o chissà dove – è ormai cadaverico; di cultura diffusa, di contro, c’è un bisogno pressoché disperato, qui, anche per contrastare il sempre più dilagante analfabetismo funzionale… Anche per questo la disfida tra Torino e Milano sul Salone mi pare quanto meno stucchevole. La questione piuttosto è: cosa serve al mondo dei libri e della lettura italiani per riprendersi e per tornare ad essere fonte di preziosa cultura diffusa? Un Salone del Libro come quello finora realizzato? Oppure serve altro? E quest’altro che può servire, c’è già, va realizzato, va adattato, riconfigurato?
Serve lavorare nel presente per costruire il futuro, insomma, e non viceversa. Altrimenti, tra due, tre o mille litiganti, alla fine nessuno mai potrà godere qualcosa.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.