La letteratura è arte, sempre!

Noi tutti che ci occupiamo in modo più o meno “attivo” di scrittura, non dovremmo mai dimenticarci che in origine la letteratura è e sarà sempre un’arte.
Qualcosa di valore troppo prezioso se non virtualmente inestimabile, insomma, da poter essere sprecata; e quando ciò accade, quando un’arte la si spreca e dunque mortifica, non si sperpera solo tempo ed energie ma anche – e inevitabilmente – potenziale bellezza. Inaccettabile, nel mondo di oggi.

P.S.: grazie a Michela Murgia per l’immagine e l’ispirazione.

Concordanze

Dunque…
Quella a sinistra è la copertina di oggi (6 settembre 2017) di un “noto” quotidiano italiano. Quello a destra è un poster antisemita del 1941, diffuso in Polonia dai nazisti con l’intento di instillare la paura degli Ebrei nelle menti dei Polacchi di religione cristiana, la cui didascalia recita: Gli Ebrei sono pidocchi e portano il tifo (immagine tratta dal sito dello United States Holocaust Memorial Museum; cliccate qui per saperne di più).
Non v’è molto altro da aggiungere, credo.

P.S.: è una questione culturale anche questa, senza dubbio. Sapete forse già che mi disgusta profondamente l’avere a che fare con la “politica” dei partiti contemporanei – che invero politica non è, perché ove essa in origine sia una disciplina filosofica (e poi sociale) assolutamente nobile, quel termine oggi viene forzosamente usato per descrivere pensieri e azioni che di nobile non hanno praticamente più nulla. Ma è proprio questo, il nocciolo della questione, e ciò che a volte mi costringe ad accostarmi a quella marciume assoluto appena descritto: la gravità della distorsione culturale (ovvero d’una vera e propria negazione di cultura) che vi si può leggere nitidamente al fondo. Si dirà che sono solo provocazioni, che la fonte di cotanta scempiaggine è un quotidiano in crisi nera (-11% di copie vendite in soli due anni, dati ADS) il quale cerca soltanto di far parlare di sé, che i contesti sono diversi, che è solo propaganda populista di destra… Ma no, per carità, nulla di tutto questo: non è questione di destra o di sinistra (categorie ormai morte e sepolte da tempo, ma fatte credere “vive” solo per sostenere il sistema di potere che hanno generato, alle quali personalmente sono totalmente antitetico), e in fondo nemmeno di politica più o meno becera. Questa è semplicemente barbarie e persino della più stolta, dal momento che la sua stortura culturale è tale che finisce o per aggravare ancor più le questioni contro cui si scaglia, essendo ad esse perfettamente funzionale: e credo che, per capire quanto pericolosa sia tale esacerbata gravità, basti conoscere come sia andata la storia alla quale l’immagine di sinistra fa riferimento.

Il vuoto dell’ignoranza e il pieno della tracotanza (Claudio Vercelli dixit)

[…] Oggi ci troviamo dinanzi non solo ad una disinvolta riscrittura della storia, tale poiché piegata alle esigenze di certe letture personaliste, identitarie e, quindi, nettamente faziose, ma anche alla convinzione che così facendo ci si comporti in omaggio ad una non meglio precisata “libertà”. Il pessimo uso dell’idea del passato, infatti, non ha molto a che fare con l’indifferenza in quanto tale verso i trascorsi. Semmai è una licenza di rilettura che, simulando la novità, il clamore, il rimando al sensazionalismo, disintegra il significato condiviso e l’accordo su come interpretare i segni e le tracce che ci sono pervenute da chi ci ha preceduti. La non comprensione, allora, non corrisponde ad un rifiuto o ad una rimozione. Non è il vuoto dell’ignoranza ma il pieno della tracotanza. Poiché chi non comprende ha in genere la presunzione di già sapere, non necessitandogli nessuna verifica. La storia diventa allora un bricolage, dove si tolgono e si mettono a proprio piacere tasselli di un castello immaginario. La presunzione, in questo caso, cancella non solo la complessità di quello che è stato ma anche le difficoltà del presente, contrapponendo all’una e alle altre i semplicismi intollerabili delle banalizzazioni e degli schematismi. Una falsa rassicurazione è, quasi sempre, il timbro prevalente nella melodia dei pifferai magici di ogni tempo e di qualsiasi dove. La meta è però una sola, e coincide con l’abisso della ragione.

È l’estratto di un articolo di Claudio Vercelli – intitolato Il vuoto e il pieno – pubblicato da Moked qualche giorno fa, al solito assai brillante ergo illuminante. Il vuoto dell’ignoranza non genera solo la tracotanza più piena ma pure – come ad esempio scrisse Hermann Melville in Moby Dick riguardo il “suo” capitano Achab – la più illogica paura ovvero l’abisso della ragione, appunto. Paura che ottenebra la mente, rendendola incapace di comprendere un verità fondamentale tanto quanto elementare: la memoria è un diritto, non un dovere. Invece come tale, un “dovere”, ci è stata fatta credere e, di conseguenza, è stata resa uno sforzo, un sacrificio del quale per vivere più “comodamente” il presente si può anche fare a meno. Eh, peccato però che senza memoria non si può costruire alcun futuro, relegando il presente a una provvisorietà irrimediabilmente stagnante e dunque inevitabilmente sottoposta a un costante processo di degrado, di autoconsumo, di abbandono da parte del tempo il quale, invece, non si ferma affatto, continuando a muoversi verso un futuro che, senza una consapevole cultura della memoria, non potrà mai essere veramente raggiunto.

La stupidità non smette mai di progredire (Ennio Flaiano dixit)

La stupidità ha fatto progressi enormi. È un sole che non si può più guardare fissamente. Grazie ai mezzi di comunicazione, non è più nemmeno la stessa, si nutre di altri miti, si vende moltissimo, ha ridicolizzato il buon senso, spande il terrore intorno a sé.

(Ennio Flaiano, Ombre grigie, elzeviro sul Corriere della Sera, 13 marzo 1969; riportato anche in La solitudine del satiro.)

Flaiano, inutile rimarcarlo, fu un intellettuale di intelligenza e sagacia più unica che rara nonché di lucidità forse tutt’oggi inimitabile. La citazione sopra riportata lo dimostra bene: pare scritta per i giorni nostri, perfetta nell’illustrare in breve quanto sta accadendo in ampia parte dell’opinione pubblica (assimilate “mezzi di comunicazione” ai contemporanei social media e il gioco è pressoché fatto) ma, come vedete, è di quasi cinquant’anni fa. Perché la voce dei grandi intellettuali è sovente accomunata da due peculiarità: una, il saper prevedere come andrà il mondo (ovvero l’essere più avanti del mondo stesso); due, il non essere quasi mai realmente ascoltate e tanto meno comprese.
Ma forse è inevitabile che vada così. Come lo stesso Flaiano disse, in un altro dei suoi fulminanti aforismi:

Il peggio che può capitare a un genio è di essere compreso.

(Da Taccuino del Marziano, 1960.)

Ma quanto sono alte veramente, le montagne? (Un mio articolo su “Orobie” di settembre)

L’altimetria, ovvero la determinazione della corretta altitudine delle vette montuose, è una disciplina che fin dalle sue origini ha suscitato tanto interesse quanto discussioni e controversie. Nata per esigenze politico-militari, la scienza altimetrica si è evoluta di paro passo con lo sviluppo della topografia, e le vette alpine hanno rappresentato un ambito ideale per le relative sperimentazioni, anche in forza della visione scientifica di matrice illuministica che sovente ispirava i primi conquistatori delle cime delle Alpi. Le misurazioni originarie, compiute con i sistemi ottici, trigonometrici e barometrici concepiti allo scopo e inesorabilmente soggette a numerose variabili ambientali, dunque a risultati controvertibili o errati, confluirono poi nella cartografia dell’Istituto Geografico Militare, che dalla metà dell’Ottocento ha unificato i precedenti rilievi topografici diventando il cartiglio geografico nazionale di riferimento, tuttavia in tal modo “ufficializzando” pure alcune rilevazioni altimetriche (e tonopomastiche) inesatte le quali, dunque, si trascinano fino ai giorni nostri […]

Sul numero 324 – settembre 2017 della rivista Orobie, nelle pagine dedicate al bellissimo itinerario che percorre la cresta Sud del Resegone, potete leggere un mio articolo (breve ma spero suggestivo) in tema di altimetria e quote dei monti, al quale il testo che avete appena letto fa da incipit: una questione all’apparenza di poco conto, anche per gli stessi appassionati di montagna e alpinismo, ma la cui storia rivela episodi sovente singolari e curiosi. In effetti ancora oggi, nel nostro mondo iper-tecnologico nel quale sembra che ogni cosa possa essere svelata e conosciuta fin nei minimi termini, un dato tutto sommato macroscopico come la quota dei monti – per motivi vari ai quali rapidamente accenno nell’articolo – non è così scontato…

Orobie ovviamente la trovate in tutte le edicole, se già non ne siete abbonati. Cliccate sull’immagine della copertina, lì sopra, per saperne di più… e buona lettura!

P.S.: ringrazio di cuore la redazione della rivista e in particolare Massimo Sonzogni per avermi concesso questa preziosa opportunità.