Tosto si muova singolar tenzone | su chi debba signoreggiar il Salone!

Sia chiaro – lo dico da subito: io sono un perfetto “signor nessuno”. Ok?

Bene, detto ciò, da “signor nessuno” ormai da un bel po’ di tempo vago nel mondo della letteratura e dell’editoria nostrana, generalmente tenendo le orecchie ben aperte e lo sguardo attento – sperando che nel frattempo la mente vada dietro a entrambi.
Ecco: è da anni, ormai, che sento e poi dico, quando la conversazione è in tema, che c’è in ballo ‘sta cosa di Milano che vorrebbe fregare il Salone del Libro a Torino, sentendosi essa – Milano, intendo – ben più “fulcro” del panorama editoriale italiano rispetto alla città sabauda e dunque considerando un’illogicità che la più importante manifestazione nazionale dedicata ai libri e alla lettura venga realizzata altrove.
E sono anni che, riportando tale voce, mi sento rispondere, suppergiù: «Ma no, ti sbagli, sono le solite dicerie… il Salone va bene a Torino, nessuno se lo vuole portare via!»
Ok.
Corriere della Sera, 10 luglio 2016:

Senza nome-True Color-02Ah, sì. Ehggià!
Comunque ne riparleremo a breve, di tutto ciò – dacché vedremo se nel frattempo partirà la solita italianissima sfida a chi-ce-l’ha-più-grosso – lo spazio nel quale ospitare al meglio il maggior evento dedicato ai libri, intendo dire! Che avevate capito?! – ovvero se si preferirà il più diplomatico sistema del non-tiriamoci-la-zappa-sui-piedi. Da soli e/o a vicenda, eh!

Anvedi er Premmio Strega!

strega2016bDunque Edoardo Albinati, con La Scuola cattolica, ha vinto lo Strega 2016.
Bene: complimenti!

Ora, posto quanto scrissi qualche settimana fa su cosa sia, oggi – o meglio: da un certo tempo – il Premio Strega, mi è tornato pure in mente ciò che in merito ai finalisti avevo letto ovvero ha scritto sul proprio profilo facebook un tot di tempo fa, dunque in tempi non sospetti, Giulio Mozzi – uno dei migliori scrittori italiani in senso assoluto: il che significa uno di quelli di maggior valore letterario, non di celebrità e/o vendite e/o presenza mediatica, eh! Ne riprendo qualche significativo passaggio:

Premio Strega: provincia romana.
Eraldo Affinati (nato a Roma, vive a Roma).
Edoardo Albinati (nato a Roma, vive a Roma).
Giordano Meacci (nato a Roma, vive a Roma).
Elena Stancanelli (nata a Firenze, vive a Roma da più di vent’anni).
Vittorio Sermonti (nato a Roma, vive a Roma).

Se volete piazzarvi allo Strega, cercate di nascere a Roma, o almeno di abitarci. Non è sufficiente, ma a quanto pare è necessario. Per chi possono votare, gli Amici della domenica, se non per gli amici? Per qualcuno che hanno incontrato cento volte in quella o quell’altra occasione? Peccato che ci sia tutta un’altra Italia, là fuori.

Non ci sarebbe molto altro da aggiungere, ma mi permetto di denotare almeno un paio d’altre considerazioni, che reputo alquanto significative e una volta di più emblematiche dello stato dell’editoria nel nostro paese.
Prima considerazione: non c’è niente da fare, proprio niente di niente. Siamo il paese dei campanili e lo saremo sempre, anche in quegli ambiti verso i quali il classico atteggiamento campanilista italico è quanto di più discordante ci sia – a meno di pensare che la cultura non sia cosa universale e collettiva ma qualcosa dotato di valore circoscritto, che sia riconosciuto qui e non là o viceversa. E che si tratti di Roma, Milano, Torino o Moncenisio, la questione non cambia, inutile rimarcarlo.
Seconda (e ribadita) considerazione: continuo a non capire a cosa serva il Premio Strega, così come è concepito e messo in atto, per lo stesso motivo in base al quale non capirei il senso, per fare un esempio tra tanti, di un ipotetico campionato automobilistico nel quale gareggino 4 o 5 fuoriserie di proprietà di ricche e facoltose scuderie e un tot di utilitarie messe in gara da fervidi tanto quanto squattrinati appassionati. Insomma: nulla toglie che quelle fuoriserie siano (possano essere) delle gran belle macchine, ma che gareggino in tal modo è roba parecchio ridicola.
Che avesse ragione Umberto Eco quando, già parecchi anni fa, dichiarava che “il premio rischia di morire per mancanza di competizione”?
O forse aveva torto a sostenere ciò, perché lo Strega è sostanzialmente – ovvero nei suoi valori originari – già morto?
E se fosse morto il suo premio più importante e rinomato, come potrebbe stare il panorama editoriale nostrano?
Tutto ciò senza nulla togliere alla qualità letteraria dei romanzi finalisti del premio, sia chiaro. Anche perché, se tanto ci dà tanto, la qualità non conta troppo, pare, e non per decisione dei lettori.

(Come dicesse, il vincente Albinati: «No no, ma io non c’entro nulla, eh!»)
(Come dicesse, il vincente Albinati: «No no, ma io non c’entro nulla, eh!»)

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Mistica silvestre notturna

c8285074e21d37cfe42587ea2a9ce0dfa58a08d644d052049c588bf889cdbce3-bigQualche giorno fa ho dovuto partecipare alla riunione di un gruppo di lavoro per un progetto editoriale di interesse locale. L’incontro si è svolto in un borgo montano vicino casa, al punto che andarci in auto e recarmici a piedi avrebbe praticamente comportato lo stesso tempo. Ci sono andato a piedi, dunque, percorrendo una antica mulattiera che risale una bella valle boscosa al cui apice si trova il borgo. Tuttavia ciò comportava il ritorno lungo quella stessa mulattiera immersa nel fitto bosco a notte fonda… Beh, nessun problema: con il notebook e la documentazione necessaria, nello zaino ho infilato anche il mio fedele frontalino – sempre meglio che guidare lungo strette e tortuose strade di montagna.
Non è la prima volta che percorro un bosco di notte (in fondo nei boschi cerco di ritrovarmici il più spesso possibile) ma, appunto, quella di cui vi sto dicendo è stata la più recente, ovvero quella che mi ha reso nuovamente del tutto evidente (ed emozionante) quanto il percorrere il bosco di notte – una bella, fitta e rigogliosa faggeta, nel tal caso, frammista a castagni e qualche betulla – sia un’esperienza che, per molti aspetti, ha qualcosa di mistico.
S’era fatta quasi l’una, ormai. Il cielo non era limpido – aveva smesso di piovere da non più di due ore. Ho acceso il frontalino, ho cominciato a scendere lungo la mulattiera accompagnato solo dal mio respiro e dal flebile rumore dei passi, ovattato dalla presenza delle foglie che il temporale ha fatto cadere sull’antico tracciato – in parte cementato, in parte con ancora la selciatura originaria vecchia di 200 anni, forse. Un profluvio composito di fragranze generate dal terreno e dalla vegetazione ancora bagnata di pioggia mi avvolgeva, suscitandomi anche olfattivamente innumerevoli percezioni.
Il bosco di notte è un’entità dalla possanza e dall’austerità sopite eppure intensissime. Il suo silenzio in realtà non è mai tale, sempre delicatamente smosso da più o meno piccole vibrazioni sonore, dialoghi animali, fruscii leggeri delle chiome se c’è vento, minimi segnali udibili di vita che scorre ininterrotta e ben più fremente di quanto verrebbe da pensare. A volte ti coglie la vivida sensazione di essere osservato ma, nel caso, da occhi niente affatto pericolosi: getti il fascio di luce tra gli alberi, l’alone luminoso sembra che venga sfumato e dissolto dall’oscurità come finissima polvere nel vento. Ovviamente non vedi nulla, niente occhi, nessuno sguardo misterioso, tuttavia la sensazione resta; di contro, ti accorgi di come sia divertente lanciare periodicamente il fascio luminoso nel buio ventre silvestre, creando ovunque bizzarri giochi di luci e ombre, forme fantastiche, quinte evanescenti, luccichii apparentemente insoliti… Certo, nulla di tanto banale come certe storie cinematografiche dell’orrore – o del presunto tale! – ambientate in foreste rabbrividenti più che un girone infernale e che, alla fine, non fanno altro che giocare con le nostre più superficiali fobìe indotte e con le più banali insicurezze che crediamo di riflettere e dunque di vedere in un ambiente “non ordinario” come il bosco – lo stesso accade con la montagna o il mare, come vecchie e bizzarre leggende generate secoli fa dalla superstizione popolare narravano – ma che in verità vengono fatte albergare in noi, e nella nostra immaginazione, dalle storture della società in cui viviamo.
Insomma, no, niente di tutto ciò. Il bosco notturno non ha nulla di spaventoso o soltanto di inquietante. Offre, semmai, una differente frequenza vitale con la quale sintonizzarsi, un’esperienza di comunione con l’elemento naturale più genuina e autentica proprio perché meno mediata dalle nostre “sicurezze” diurne, la possibilità di godere, anche solo in modo leggero, di uno stato contemplativo, che volendo può essere tanto intenso da divenire quasi mistico, appunto, d’un misticismo panteista di segno ancestrale e misterioso, tanto quanto piacevole e affascinante.

GluehwuermchenImWaldNon solo: ormai luminosamente corrotti dalle nostre tante luci artificiali urbane, ci siamo dimenticati che l’occhio umano riesce ad abituarsi al buio piuttosto rapidamente e, così, ad acuire la capacità visiva notturna in modo sorprendente. Dopo nemmeno una mezz’ora di cammino e nonostante il cielo coperto, dunque non così luminoso, ho spento il mio frontalino e ho proseguito in un buio assai meno buio, semmai più simile alla luminosità dell’ora blu – forse aiutato in ciò dal fatto che, a quel punto, s’era attivata del tutto anche la capacità visiva del mio spirito, ben più sensibile di qualsiasi organo oculare. Infine, magia nella magia, quando ero ormai quasi fuori dalla parte di bosco più fitta, mi sono pure ritrovato circondato di minuscole e sublimi stelle, danzanti tutt’intorno in un momento che, banalmente ma inevitabilmente, mi verrebbe da definire fiabescoLucciole, ovviamente, a decine e decine, che sullo sfondo buio della vegetazione mi davano veramente l’impressione d’essere capitato in un bizzarro planetario naturale, dal moto piuttosto entropico ma altrettanto incantevole.
Ecco. Se mai vi dovesse capitare – o se mai vorrete farlo capitare – provateci anche voi a camminare in un bosco di notte. Portatevi una pila, senza dubbio, ma lasciate invece a casa quelle vostre eventuali paure. E’ tutta roba indotta e inutile, portarvele appresso significherebbe caricarvi d’una fastidiosa zavorra che vi danneggerebbe l’esperienza. Provate, dunque: così, forse, anche voi percepirete una inopinata, mistica sensazione di armonia e di lontananza intensa con il resto del mondo “luminoso”, anche se sarete a poca distanza dalla civiltà – e constaterete quanto aveva ragione Hermann Hesse quando scrisse che “Camminare all’aperto, di notte, sotto il cielo silente, è sempre una cosa piena di mistero, e sommuove gli abissi dell’animo.

Scrivete, scrivete, scrivete! (Henry Miller dixit)

Volete davvero scrivere? Allora fatelo ogni giorno, anche se non avete niente da dire.

(Henry Miller, citato in Maurizio PrincipatoJohn Zorn. Musicista, compositore, esploratore (Auditorium – Hans & Alice Zevi Editions, Milano, 2011, pag.60.)

Henry-MillerPiù volte in passato, qui sul blog, mi sono occupato della questione “Meglio scrivere poco o tanto per riuscire a scrivere bene?” – questione sostanzialmente priva di risposta per come, alla fine dei conti, ognuno possa formularne una propria in base all’esperienza personale. Di contro, se è vero ciò che Miller sostiene ovvero che, per mero principio, al fine di riuscire bene in qualcosa bisogna il più possibile e con massima assiduità praticare quella cosa (che sia la scrittura, un lavoro, una disciplina sportiva… insomma, è una regola pragmatica generale), è anche vero – o meglio è evidente, posto il panorama letterario ed editoriale contemporaneo in genere – che non è affatto automatico che, pur scrivendo ogni giorno, alla fine da cotanta operosità ne venga fuori qualcosa di buono e pubblicabile. Ecco, il punto è proprio questo: se non si ha niente da dire si può comunque scrivere per esercitarsi nella pratica letteraria, come dice Miller, ma solo quando si ha qualcosa da dire ciò che si è scritto può meritare di essere pubblicato, fermo restando che lo si sia scritto nel modo linguisticamente e stilisticamente migliore possibile.

Personalmente, concordo abbastanza con lo scrittore americano: credo che più si scriva oggi, meglio si scriverà domani. Ma ciò comporta pure che più si scrive, più alto deve essere il limite qualitativo che spartisce i testi pubblicabili da quelli trascurabili. Se l’esercizio della scrittura, più o meno assiduo che sia, oltre al miglioramento della qualità letteraria non genera anche un buon discernimento individuale sulla qualità stessa di ciò che si è scritto, sostanzialmente diviene una pratica fine a sé stessa ovvero un mero esercizio d’egotismo ed esibizionismo. Sì, proprio come quello che frequentemente si può cogliere stando dentro il panorama letterario nostrano, ecco.

INTERVALLO – Abidjan (Costa d’Avorio), “L’Oiseau-Livres”

ol01 (2)Se nessun altro come un bambino è capace di far volare la fantasia senza limite alcuno (l’avessero gli adulti, una tale dote, il mondo sarebbe di sicuro un posto migliore!), quale può essere il “contenitore” più adatto per una biblioteca di libri per bambini e ragazzi (ovvero per qualcosa che a sua volta sa far volare lontano la fantasia dei più giovani lettori come nessun altra) se non ciò che veramente vola?
Un aereo, esatto, ovviamente non più in servizio nei cieli ma messo a terra al servizio della cultura dei più giovani lettori: ad Abidjan, la città più importante della Costa d’Avorio, il vecchio e storico velivolo utilizzato dal primo Presidente della Repubblica del paese, Felix Houphouet-Boigny, è stato parcheggiato all’interno del grande complesso di edifici del Palazzo della Cultura “Bernard Binlin-Dadié” e convertito a biblioteca per bambini e ragazzi, appunto, con il suggestivo nome di Oiseau-Livres, l’Uccello dei Libri.

102193-050-B902A0ADCerto non una così grande biblioteca, ma di sicuro un posto in cui i bambini possono vivere un’esperienza culturale intensa e divertente, a bordo di un aereo che non vola più proprio per fare che ora sia la fantasia dei più giovani lettori a volare libera sulle ali dei libri!