Ora che finalmente un po’ di neve è caduta oltre una certa quota, dedico spesso le mie uscite di corsa in montagna all’esplorazione di vecchie mulattiere e percorsi storici della zona, ormai scarsamente frequentati se non da qualche rado locale – quasi sempre cacciatori che raggiungono i propri capanni di caccia durante la stagione venatoria – o, ancor più raramente, da qualche escursionista amante della solitudine, anche perché comode strade carrozzabili hanno ormai sopperito ai loro scopi originari di collegamento tra i centri di fondovalle e gli abitati rurali in quota, a loro volta spesso abbandonati.
È un peccato che tali antichi tragitti siano ormai sostanzialmente dimenticati e, di conseguenza, spesso soggetti all’usura del tempo e in cattive condizioni: personalmente trovo a dir poco affascinante la loro percorrenza, perché è un po’ come muoversi lungo la storia di quelle zone e delle genti che le hanno vissute e abitate fin dall’antichità. Sono solito dire che il territorio in cui vive l’uomo è una sorta di libro le cui pagine sono le diverse zone che lo caratterizzano – il piano, i campi, la montagna, i boschi, gli alpeggi, eccetera – e sulle quali l’uomo scrive la propria storia comune col territorio stesso: la “scrittura” che ne consegue, il segno umano lasciato su quelle pagine naturali, è proprio la rete di strade, carrarecce, mulattiere e sentieri che letteralmente “racconta” quella storia comune, ovvero l’interazione con il territorio delle genti che lo hanno abitato.
Lungo i percorsi sui quali corro per allenamento e puro divertimento, sono transitati pastori con le proprie greggi, contadini, boscaioli, cacciatori, commercianti, pellegrini, forse anche antichi guerrieri di eserciti di conquista eppoi, in tempi più recenti, i primi escursionisti in senso moderno, i primigeni turisti di quei monti oppure i lavoratori che scendevano alle fabbriche del fondovalle – quando non per emigrare chissà dove in cerca di una vita migliore – e i bambini che vi si recavano a scuola ma pure, in circostanze ben più infauste, soldati di schieramenti opposti, combattenti, partigiani… Un vero e proprio libro di storia, insomma, scorre lungo quei percorsi, portando con sé le infinite storie di tutte quelle genti e l’essenza del tempo in cui sono vissute e durante il quale hanno sfruttato gli antichi tragitti.
In fondo, percorrerli oggi, pur con fini meramente ludico-sportivi come faccio io, è quasi come viaggiare grazie ad essi attraverso il tempo: si ha l’occasione di osservare il mondo d’intorno (quantunque cambiato e certamente più antropizzato d’un tempo) con lo stesso sguardo ovvero lo stesso punto di vista di quei progenitori, si transita dai boschi e dai pascoli che garantivano loro la pur scarsa sussistenza vitale, si attraversano antichissimi nuclei rurali in cui hanno vissuto intere generazioni non di rado senza mai allontanarsi, dunque facendo di quelle poche case il proprio mondo – una sorta di minuscola ma preziosa sfera vitale sospesa nello spazio-tempo -, si scoprono lungo i sentieri i segni del tentativo di rendere meno dura quella vita: stalle ormai diroccate, muri a secco di sostegno a terrazzamenti, fonti, lavatoi e abbeveratoi, piccole cave e calchere, a volte ingressi di anguste miniere oltre ai vari manufatti devozionali, non di rado posti in luoghi legati a ben più antiche suggestioni pagane.
Lo ribadisco: è un peccato che queste antiche vie rurali siano state dimenticate, e non solo dagli uomini contemporanei ma, sovente, anche dai loro amministratori locali. Certamente la manutenzione di esse non costa poco e abbisogna pure di personale preparato all’uopo (prima che inaudite gettate di cemento o d’asfalto, credendo di sistemare le cose, in realtà le rovinino del tutto: cosa che più volte mi è toccato constatare), ma mantenerle in buono stato è veramente come mantenere in altrettanto buono e vivo stato la storia e la memoria che conservano, e che è imprescindibile elemento identificante – oltre che valorizzante – il territorio stesso che ne è percorso e la gente che lo abita. Non serve ricordare come la conoscenza quanto più approfondita del paesaggio, da parte delle persone che lo abitano, è peculiarità fondamentale per l’identità di esse oltre che – per certi versi soprattutto – per la cura e la salvaguardia del territorio dal degrado e dal dissesto (il che significa pure da eventuali scempi cementizi imposti da spregiudicati speculatori a cui, palesemente, nulla interessa della storia e della bellezza di un territorio, peraltro nemmeno “loro”). Dunque, mi auguro che gli amministratori interessati comprendano l’importanza di mantenere vive quelle antiche vie di transito, ma ugualmente spero anche che le stesse possano tornare ad essere frequentate come meritano: e non solo per il retaggio culturale e antropologico che conservano, ma anche per la grande bellezza naturale e paesaggistica che regalano nel percorrerle. Un tesoro grande e prezioso che sovente abbiamo appena fuori dall’uscio di casa, e che dovremmo conoscere e saper apprezzare: faremmo così un favore a noi stessi, innanzi tutto.
Categoria: Montagne
Di ascensioni alpine, incontri casuali ed “elevazioni” antropologiche – ma non solo…
Dei numerosi e a volte stupendi incontri che ho avuto durante le mie avventure solitarie sui monti (il perché spesso me ne vada da solo dove tanti consigliano di non andare da soli l’ho già spiegato qui, e comunque ho constatato che tale stato di solingo vagabondaggio rende le persone che si incontrano – soprattutto gli indigeni dei posti visitati – molto più inclini al’attaccar cordialissimo e affabile bottone, forse perché fin da subito una persona sola risulta meno invasiva, per così dire, di un gruppo pur piccolo e vociante), ricordo in modo particolare quello con un uomo in Val di Rezzalo, parecchi anni fa, un abitante (credo saltuario) d’una baita in un piccolo gruppo di case… Tornavo dal Corno di Boero, cima soprastante la valle e prospiciente le vette dell’Ortles-Cevedale: ci mettemmo a chiacchierare sulla salita che avevo fatto, e si dimostrò sorpreso tanto quanto felice di come – io forestiero – conoscessi quelle sue zone. Fu forse questa la chiave che (mi) permise l’apertura d’una sorta di intimo archivio della sua memoria: mi raccontò della valle, di quel piccolo gruppo di case nel quale stavamo e che, a parte la sua e poche altre, stavano ormai andando alla rovina, dell’abbandono di quelle terre, dell’incapacità persino tra i nativi locali di riconoscere quanta bellezza e armonia vi fosse lassù, di come la maggior parte dei turisti puntasse unicamente verso le località sciistiche o che offrivano agi, comodità, servizi tipicamente “cittadini”…
Nelle sue parole, pronunciate con un tono sempre calmo, mai infervorato, piuttosto malinconico e forse rassegnato eppure assai orgoglioso, che ascoltavo come si potrebbe ascoltare un’elocuzione teosofica, vi trovai condensata storia, cultura, fierezza, dignità, socialità, civiltà e senso civico di una montagna che, come altre zone non sviluppatesi (ovvero non sfruttate) nel secondo Novecento grazie all’antropizzazione industriale e dal (reale o presunto) benessere relativo, è stata pressoché dimenticata dalle istituzioni, quasi fosse un territorio inutile, molesto per così dire, fuori dalla dimensione di tempo e dallo spazio. Con le conseguenze sociali poi oggi denunciate da più parti.
Ma vi trovai anche un senso della vita, e per la vita, a dir poco affascinante, quasi epico pur nella sua sostanziale sconfitta – almeno in relazione a quell’ambito in cui stavamo – e nonostante questo lontanissimo, ovvero posto molto più in alto, molto superiore, di tanti altri (pseudo) “sensi vitali” ben più vuoti, privi di qualsiasi autentica umanità, boriosamente “superiori” per proprio autoconvincimento e in realtà sconfitti, sottomessi – anzi, del tutto sgominati dall’aver scelto, coscientemente o meno, di esistere, non di vivere.
Mi capitano non di rado incontri del genere, durante le mie uscite in quota. Sempre cordiali e gradevoli, a volte sono particolarmente illuminanti – come quello qui descritto – mentre altre volte più semplici ed essenziali, per così dire. Tuttavia in un modo o nell’altro, e posso dire sempre, mi hanno insegnato qualcosa, e al proposito mi torna in mente una citazione letta di recente di Sandro Fontana (piuttosto antitetica rispetto a ciò che egli fu, ma tant’è), che in fondo rivela perché tali incontri siano così interessanti:
“Il montanaro sa, per esperienza secolare, che la vera forza consiste nel controllo della forza stessa e che la natura può essere signoreggiata solo da chi ne conosce le regole, ne asseconda i ritmi, ne interiorizza le cadenze. Il rispetto sapiente delle leggi naturali e dei rapporti di forza è stato perciò interpretato come sordida sottomissione o come resa impotente e magica alla fatalità. L’abbaglio è grossolano.”
Ora, provate a sostituire “natura” con “società” e “leggi naturali” con “ordinamento giuridico” e capirete meglio tutto quanto.
La nuova mappa della Val d’Erve, venerdì 17/07, Erve (Lecco). Quando il territorio è un libro di storia e di geografia, e i suoi sentieri il testo scritto…
Lo scorso autunno ho dedicato parecchia attenzione allo studio della vita e delle opere di uno dei più grandi geografi di sempre, Élisée Reclus – si veda qui uno dei libri letti, mentre qui trovate il podcast della puntata di Radio Thule che gli ho dedicato. Scienziato grandissimo e intellettuale rivoluzionario, tra i padri della geografia moderna e contemporanea, mi sono trovato ad apprezzare il suo pensiero soprattutto quand’egli sosteneva la correlazione fondamentale e irrinunciabile tra geografia e storia – per come l’una generi l’altra e viceversa – e ancor più nella sua convinzione (avanzatissima, a quei tempi) che la conoscenza della geografia ovvero del territorio in cui l’uomo vive fosse basilare per la generazione del senso civico diffuso, della consapevolezza sociale, della coscienza della propria presenza e azione nell’ambiente in senso ecologico e non solo nonché, ultimo ma non ultimo, della stessa identità personale. In parole povere: più si conosce il territorio in cui si vive (su piccola scala, ovvero i dintorni di casa, e su grande scala, cioè il mondo intero) e più si conosce sé stessi; inoltre, più lo si conosce e più lo si ha a cuore, si difende e si preserva, perché parte integrante della propria sfera vitale e della propria identità individuale, appunto. E credo sia inutile rimarcare quanto ciò è/sarebbe importante oggi forse più che in passato, visti i tempi di anomia e di globalizzazione culturale massificante nei quali viviamo – nonché di disinteresse istituzionale verso tali temi, come proprio la geografia quale osteggiata materia scolastica dimostra bene!
Per questo è stato per me un grande onore e un altrettanto piacere far parte del gruppo di lavoro che ha elaborato la nuova Carta dei sentieri di una delle montagne prealpine più famose in assoluto, il manzoniano Resegone, e in particolare del suo versante meridionale, quello occupato dal bacino idrografico del torrente Gallavesa e dunque conosciuto in modo omonimo o come Val d’Erve, dal nome del suo abitato principale. Valle bellissima e ricca di peculiarità particolari, che nonostante la sua limitata estensione offre al visitatore una gran varietà di ambienti: dalla parte alta prettamente alpestre, prospiciente le creste sommitali del Resegone – paradiso per arrampicatori ed escursionisti – a quella mediana, amena e rilassante, occupata dall’abitato di Erve diviso a metà dal torrente, allo spettacolare e rabbrividente orrido che appena dopo si apre tra altissime pareti rocciose. Tutt’intorno, boschi rigogliosi, pareti di arrampicata, vie ferrate, creste affilate o dorsali tranquille, mulattiere e monumenti medievali, sentieri e passeggiate per tutti i gusti e molto altro.
Della mappa ho curato tutta la parte testuale, divisa in schede dedicate alla geografia della zona, alla sentieristica, alle rilevanze storiche e culturali e ad alcuni consigli “turistici” per chi non la conoscesse e la volesse visitare, nonché in parte il corredo fotografico e il progetto grafico. Un lavoro breve ma alquanto approfondito e intenso per uno “strumento” di natura apparentemente solo utilitaristica, quale è una mappa dei sentieri, che invece diventa/può diventare un importante testo didattico e culturale sulla storia e la geografia di un territorio ovvero della gente che lo ha abitato in passato, caratterizzandone l’evoluzione, e che lo abita oggi, continuandone la storia e la trasformazione nel tempo. Proprio quanto già sosteneva Reclus, quasi 150 anni fa.
La nuova Carta dei sentieri Val d’Erve al 1:10.000 – ovviamente georeferenziata WGS84 – edita da Ingenia Cartoguide, sarà presentata al pubblico venerdì 17 luglio prossimo, alle ore 21.00, presso la Sala Consiliare del Municipio di Erve. Sarà poi in vendita in numerose edicole e librerie di Lombardia (e non solo) oltre che, naturalmente, negli esercizi pubblici di Erve e zone limitrofe.
Se siete in zona… (cliccate sulla locandina in testa al post per ingrandirla e scaricarla in formato stampabile.)
“Ma come! Da solo?” (Sull’alto valore sociale della solitudine, e su chi non lo sa riconoscere)
“E te ne vai in montagna da solo?”
Quante volte mi sono sentito obiettare un’affermazione del genere! – in pratica, ogni volta o quasi dicevo e dico che non ho alcun problema ad andare per boschi, monti, vette e zone selvagge in compagnia soltanto di me stesso. E non per bieco solipsismo o per (comprensibile, spesso) misantropia, ma perché trovo che la solitudine in ambiente naturale è, oggi, l’unica condizione nella quale si possa nuovamente, e in modo intenso e costruttivo, avere a che fare con sé stessi. Avere a che fare con ciò che si è, con la propria reale natura umana (nella Natura propriamente detta, non casualmente), con le proprie idee che, in certi contesti, non disturbate da null’altro di antropico, facilmente si generano e sviluppano in un modo più genuino e sincero del solito, ovvero privo di qualsiasi sovrastruttura mentale/intellettuale estranea.
Tanti, invece, strabuzzano gli occhi, letteralmente terrorizzati di restarsene soli. Ovviamente (non credo dovrei precisarlo, ma tant’è) non mi riferisco alla solitudine forzata, quella a cui costringono le sfortune della vita quotidiana, ma al restarsene consapevolmente e scientemente soli con sé stessi. Ecco, a volte ho l’impressione che parecchia gente abbia soprattutto questa grande paura: potersi trovare a dover fare i conti con sé stessi, ovvero – forse – privati di qualsiasi “protezione” sociale e urbana, a scoprirsi ciò che non si pensa di essere e non si vorrebbe essere. Siamo così costretti al giorno d’oggi, anche con brutalità peraltro non intesa e percepita, a doverci continuamente relazionare con chiunque ci stia intorno, a doverci sentire parte (conforme e conformata) del gruppo umano, a dover interagire con esso cercando il più possibile di metterci in evidenza per non percepirci ai margini di quel gruppo, appunto. Non è un caso che di frequente si insista sulla peculiarità “social” del web contemporaneo: cosa bellissima e comprensibilissima, sia chiaro, ma assolutamente non eliminante la bontà, il senso e l’essenza della condizione opposta – non di asocialità, ribadisco, ma di distacco temporaneo dall’ambito sociale e dai suoi meccanismi ordinari (appunto definibili anche come “conformismi”, se così si vuole). Senza poi citare tutte quelle varie cose che di questi tempi vengono ritenute “socializzanti” – da quelle più banali, tipo i selfie, ai riti collettivi di varia natura che ammettono solo partecipazione e inclusione, non dissenso ed esclusione. Eppure, non vi pare che di frequente tutti questi esercizi socializzanti siano in verità manifestazioni autoescludenti, o autoghettizzanti? Il selfie, tanto per dire, serve per farci vedere e relazionarci con gli altri oppure serve per metterci al centro di tutto escludendo ogni altra cosa intorno? Oppure, all’estremo opposto: il dover essere parte di un gruppo, così da sentirsi in qualche modo “importanti”, non è in verità un subdolo metodo di annullamento individuale col quale, paradossalmente, nell’inclusione uniformante e massificante, perdiamo del tutto ciò che crediamo di poter conseguire?
Tuttavia, sono convintissimo che proprio la scelta di una solitudine periodica, attuata in ambito il meno possibile antropizzato, sia il modo migliore per riguadagnare una socialità nuovamente virtuosa e veramente civile. Forse solo se si è in grado di fare i conti con sé stessi si può pensare di poter fare i conti con gli altri: e se questa non è una condizione dalla valenza generale, senza dubbio è una concreta possibilità di evoluzione sociale dal singolare al collettivo. Forse anche per tale motivo è cosa tanto poco praticata e ritenuta dai più non ordinaria, se non addirittura bizzarra, e forse proprio per ciò la nostra civiltà, così ben fornita di strumenti di socializzazione d’ogni sorta, digitali o meno, è di frequente tanto carente di autentica e umana socialità.
Quindi sì, me ne vado in montagna da solo. Sui monti, per boschi, valli, zone più o meno lontane da qualsiasi presenza umana, dove ancora si possa trovare la quiete dal rumore bianco antropico, dove nulla possa disturbare la riconnessione con la parte più genuina del mondo in cui viviamo, ovvero con la similare parte di me stesso. Per poco tempo o per intere giornate non importa, non è questa una cosa che abbisogni di unità di misura spaziali o temporali per ritrovarmi nuovamente solo, tra me e me e null’altro, coi miei pensieri, le mie emozioni, le mie sensazioni, gli istinti e i raziocini, la forma la sostanza e l’essenza di chi sono e ciò che sono.
Si riguadagna la conoscenza della propria presenza nel mondo, credetemi, e del senso di essa, se non del senso generale dell’intera propria vita. Ma anche senza ottenere un così alto risultato, anche solo con l’essersi trovati nella condizione ideale per poterlo mirare, anche essendo riusciti a trovarci in fronte a noi stessi solo per qualche momento e a guardarci negli occhi – lo sguardo della mente in quello del cuore, e dell’animo e dello spirito – si potrà tornare nella iper-antropizzata civiltà contemporanea con qualcosa di più, a partire da una maggiore consapevolezza di sé stessi e altrettanta potenziali maggior fiducia in sé stessi. E converrete che non è affatto poco.
(Nell’immagine in testa al post: Leonid Afremov, Alone in the fog.)
In cammino – A Bolzano il “Festival del Camminare”, dal 23 al 25 Maggio
Per uno spazio come questo che nel blog ho voluto dedicare al camminare, ovvero alla filosofia che sta alla base di questa attività così apparentemente banale eppure, di contro, così profonda e ricca di molteplici significati (come ho spiegato nella pagina introduttiva alla sezione stessa) e pure così affine, sotto molti aspetti, alla creazione letteraria, è inevitabile segnalare un evento che proprio al camminare in ogni senso è dedicato: Il Festival del Camminare (appunto!), che si svolgerà a Bolzano (non a caso, mi viene da dire) dal 23 al 25 Maggio.
Nella presentazione dell’evento si può leggere:
Un festival interamente dedicato al camminare, come strumento di benessere e di conoscenza. Tre giorni di riflessioni, passeggiate, spettacoli, incontri con autori, testimonianze di camminatori e tanto altro ancora. Il tutto il più possibile itinerante. (…) Proponiamo un festival in cammino. Per scoprire che esistono tanti modi diversi di camminare. L’andare in montagna con stile alpino, cioè con escursioni per vette e per rifugi, è solo uno dei tanti.
I filosofi lo sapevano bene, che il camminare aiuta a pensare, aiuta a stare bene e a vivere in armonia. Diceva Nietzsche: “Star seduti il meno possibile; non fidarsi dei pensieri che non sono nati all’aria aperta e in movimento”; scriveva Kierkegaard a un’amica: “Soprattutto non perdere la voglia di camminare: io, camminando ogni giorno, raggiungo uno stato di benessere e mi lascio alle spalle ogni malanno; i pensieri migliori li ho avuti mentre camminavo”; e Rousseau invece: “Il camminare ha qualcosa che anima e ravviva i miei pensieri: non riesco quasi a pensare quando resto fermo; bisogna che il mio corpo sia in moto perché io vi trovi il mio spirito”.
Il festival del camminare di Bolzano si rivolge ai cittadini di Bolzano, di lingua italiana e tedesca, con lo scopo di far loro conoscere differenti aspetti del camminare, e invogliare anche chi cammina poco a praticare questa attività; ma aspettiamo a Bolzano i camminatori di tutto il mondo, appassionati, viandanti, trekker e pellegrini provenienti da tutta Italia e dagli Stati confinanti, persone curiose, che vogliano capire di più dei meccanismi che fanno del camminare un gesto rivoluzionario, che ci scombussola e ci fa star bene, che ci cambia dentro e non sappiamo perché.
Ne parleranno psicologi, psicoterapeuti, scrittori, filosofi, artisti, guide, semplici appassionati, tutti accomunati da un fatto: camminare gli ha cambiato la vita.
Un Festival parecchio interessante, insomma, credo pure per chi non si possa o debba definire un “camminatore”. Ma, inutile dirlo, per camminare non servono patenti, permessi speciali, corsi o gavette o quant’altro. Probabilmente – e lo affermo anche per diretta esperienza personale – bisogna innanzi tutto essere spiriti liberi. Proprio come il sopra citato Nietzsche definiva gli individui di valore: in fondo, se la libertà di pensiero è la prima e più preziosa libertà a nostra disposizione, la libertà di movimento attraverso il cammino – immediatamente disponibile, appunto – è la sua più analoga e ideale “sorella”!
Cliccate sul logo del Festival per visitare il sito web e conoscere ogni dettaglio in merito.
Buon cammino verso Bolzano, dunque, oppure ovunque vogliate camminare!
