Falcon Heavy (ovvero: di una data storica, di viaggi verso Marte e di futili canzonette)

Ieri sera, nel mentre che chissà quanti milioni di italiani perdevano il proprio tempo davanti alla TV assistendo a futili messinscene tipiche di questo periodo, io in live streaming sul web assistevo a quello che senza dubbio rappresenta un nuovo storico passo nel progresso scientifico e tecnologico (dunque anche culturale) dell’umanità: il primo lancio del Falcon Heavy, il nuovo super-razzo spaziale della SpaceX di Elon Musk, il visionario patron di Tesla che con i suoi vettori e la loro innovativa tecnologia può realmente dare il via ad una nuova era spaziale.

Ed è stato un lancio non solo perfetto dal punto di vista tecnico, ma pure suggestivo ed altamente emozionante: il carico rappresentato da una Tesla Roadster messa in rotta verso Marte, la scritta “Don’t Panic” sul monitor dell’auto in omaggio alla celeberrima Guida Galattica per Autostoppisti di Douglas Adams, le note di Life on Mars di David Bowie diffuse nel centro di controllo durante il lancio, e soprattutto il rientro e l’atterraggio simultaneo dei due booster alla base di Cape Canaveral, una scena che pareva estratta tale e quale da un film di fantascienza. Qualcosa di storico, appunto.
Nel video di seguito potete assistere all’intera sequenza di lancio:

Alla faccia di quelle messinscene e alle loro immutabili, insignificanti manfrine. Ecco.

Carlo Limonta, “Gavarot” (e il premio OFF!)

Non che vi fossero bisogno di ulteriori attestazioni probanti sulle grandi capacità artistiche e narrative di Carlo Limonta, pregevole film maker del quale già vi ho scritto più volte, qui sul blog, e vi ho parlato – in radio, avendolo come illustre ospite della 3a puntata della stagione in corso di RADIO THULE (potete riascoltare la puntata con il podcast, qui.)

Non ce ne sarebbero bisogno, dicevo, ma ben vengano quando ce ne sono – e da qualche giorno c’è una nuova e assolutamente prestigiosa attestazione: Carlo, nell’appena conclusa XII edizione di OFF – Orobie Film Festival, ha vinto la Sezione OROBIE E MONTAGNE DI LOMBARDIA e il Premio Fondazione Riccardo Cassin, con il suo Gavarot, con la seguente motivazione: “Il film, preziosa testimonianza della vita e delle fatiche d’alpeggio, ha il merito cinematografico di mettere una volta tanto al centro la vera tradizione delle nostre montagne dando visibilità alla vita dei pastori, da sempre veri custodi della montagna e motori di un’economia rurale spesso dimenticata e bistrattata che è invece da valorizzare.” (In testa all’articolo uno still dall’opera.)

Ho frequentato un po’ Limonta in queste settimane, incrociandoci di frequente per via della radio o per altre iniziative alle quali entrambi collaboriamo, e ho potuto dunque comprendere ancora più a fondo il suo lavoro cinematografico – ma mi verrebbe da dire la sua vita professionale al servizio della narrazione per immagini, intendendo con quel “vita professionale” l’intensa simbiosi tra l’uomo, la sua quotidianità, il regista-artista e il suo lavoro. Ambiti solo all’apparenza disgiunti ma in realtà cosa sola e univoca, per i quali fa da collante la profonda passione di Carlo per le immagini e per la narrazione di storie apparentemente semplici eppure emblematiche e intriganti, la capacità di saperle raccontare ovvero di trasmetterne l’essenza, il suo grande bagaglio culturale nonché – e l’ho compreso bene in questo ultimo periodo, appunto – la sua notevole sensibilità: sensibilità tecnica, percettiva, emotiva, spirituale, umana.

Sono dunque estremamente felice per questo ennesimo riconoscimento a Carlo Limonta, e ancor più tale occasione la rendo ulteriore buon motivo per chiedervi di conoscere la sua produzione cinematografica e ad assistere – anzi, a godere delle immagini nelle proiezioni pubbliche in cui i suoi film saranno protagonisti. Ne resterete prima incuriositi, poi affascinati, quindi conquistati e, infine, illuminati – nel senso vero del termine, dacché avrete l’occasione di osservare quella parte di mondo ripresa dai suoi obiettivi sotto una luce diversa, probabilmente più chiara, più penetrante, più perspicace. E ne uscirete arricchiti, senza alcun dubbio.

La cultura dell’onestà / L’onestà della cultura

Si parla spesso, e giustamente, di cultura dell’onestà, ma forse non si evidenzia a sufficienza che la cultura è onestà. Perché la cultura, per poter essere autentica dote dell’individuo e non mero e sterile ammaestramento, abbisogna di onestà – intellettuale, civica, morale.

Di riflesso, ove si sia disonestà non ci può essere cultura: la disonestà è a tutti gli effetti una condizione di incultura quando non di concreto imbarbarimento. Ne consegue che quella comunità sociale che non salvaguardi e promuova la cultura – intesa come coltivazione della sapienza e sistema condiviso di saperi – sarà inesorabilmente in balia dei disonesti e da questi rapidamente degradata.

Per questo la disonestà non ne vuole sapere della cultura: l’antitesi è totale e, da parte dei primi, ineludibile. È bene non dimenticarlo, quando si abbia a che fare con tale condizione così devastante: la prima difesa da essa – e conseguentemente la prima salvaguardia della cultura – nasce proprio da tale attenzione.

Polonia? Per ora no, grazie.

A proposito di “Medio Evo“… Mi piacerebbe molto visitare la Polonia, un paese nel quale non sono mai stato con città bellissime, gente altrettanto bella, una Natura meravigliosa… anzi, mi sarebbe piaciuto, devo dire. Perché al momento, ovvero finché la Polonia sarà comandata da una classe politica tanto bigotta, ignorante, reazionaria e illiberale al punto da promulgare leggi antistoriche come quella di ieri sui campi di sterminio (vedi sopra, cliccando sull’immagine oppure, qui, l’opinione di Marcello Pezzetti, direttore del Museo della Shoah di Roma), ultima di una lunga serie che si è già palesemente contraddistinta per provvedimenti retrivi e in-civili (questo, ad esempio), be’, mi spiace molto ma io in Polonia non ci andrò.

Con buona pace dei suoi capi politici i quali sostengono, riguardo la nuova legge, che serva a difendere il “buon nome” della Polonia nel mondo, quando invece non solo non ottiene affatto ciò ma diviene strumento di inesorabile affondamento dell’immagine del paese nel fango.
Ma, in fondo, formalmente è “democrazia” anche questa. Oppure no?

Anno 2018, Medio Evo

Plaudo incondizionatamente alle studentesse palermitane che hanno deciso di “oscurare” a loro modo il cartellone pubblicitario che vedete nell’immagine qui sopra, comparso per le vie del capoluogo siciliano – cliccateci sopra e potrete leggere un articolo al riguardo – e a come giustificano la loro protesta: «È una azione dimostrativa contro l’uso, a scopo pubblicitario, del corpo femminile. È una pratica, questa, che rappresenta in sé violenza contro le donne e che contribuisce a normalizzarla. La violenza sulle donne è infatti il diretto prodotto di una società che per anni e ancora oggi, in nome di logiche di marketing e profitto, costruisce immaginari sessisti e schiavizzanti, che fanno del corpo delle donne mero oggetto di consumo.» Nulla da aggiungere, appunto, solo applausi.

D’altro canto, mi viene da riflettere su come al riguardo la nostra società – nell’anno di grazia 2018, non 1018 o giù di lì – presenti anche in tale ambito fenomeni di degrado e di “avviluppamento” culturale sconcertanti ovvero una situazione peggiore di 30 o 40 anni fa, frutto del cortocircuito tra atavici e insensati (oltre che ipocriti) retaggi moralisti di matrice religiosa e una concezione di menefreghistica “libertà” priva di consapevolezza civica (e sovente indotta da fini assai materiali, quando non biechi, dei quali i media si fanno luridi complici e megafoni) che troppo spesso viene ritenuta superiore alla dignità della persona e ai suoi diritti fondamentali, dimostrandosi dunque un qualcosa di sostanzialmente antitetico all’autentica libertà: una prepotenza bella e buona, per come arrivi a danneggiare la vita, l’immagine e la percezione degli individui che si permette di rendere soggetto/oggetto della propria prevaricazione.

Che diamine: siamo nel Terzo Millennio, appunto, e se da un lato ancora si usano immaginari profondamente rozzi, volgari e violenti in nome di una falsa libertà d’espressione, dall’altro si impone di frequente un moralismo stupido, bigotto e reazionario dietro il quale celare la più profonda ipocrisia, e generando un circolo vizioso nel quale i due elementi si alimentano l’un l’altro! È un drammatico segno di imbarbarimento, questo, sia chiaro, e di messa in pericolo delle libertà naturali e dei diritti civici oltre che, ribadisco, della dignità delle persone. Che hanno tutto il diritto di fare ciò che vogliono finché non ne danneggiano altre, ovvero il diritto di essere libere da qualsivoglia bieca costruzione di immaginari falsi, devianti e umilianti così come da ogni giudizio conformista alla vox populi vox dei, i quali inevitabilmente prima o poi sfoceranno in atti di ulteriore prevaricazione e violenza.

E siamo nell’anno 2018duemiladiciotto, rimarco – mica nel Medio Evo. Con tutto il rispetto per quest’epoca e per quanto di buono la sua storia ci presenti.