Camminare è un arte! (Ovvero: sulla prossima presentazione d’una nuova carta dei sentieri…)

Immagine-mappa-triplaMartedì 5 luglio prossimo, a Carenno, bellissima località sulle Prealpi Bergamasche a Sud del manzoniano Resegone, ci sarà la prima presentazione pubblica della nuova “Carta dei Sentieri Carenno, Costa Valle Imagna, Torre De’ Busi”, prodotta da Ingenia Cartoguide – una delle più prestigiose editrici cartografiche italiane – alla quale ho partecipato in veste di coordinatore e curatore delle schede informative che arricchiscono la carta sul retro. Altre presentazioni seguiranno, in località della zona interessata dalla carta (e non solo), nelle settimane successive.
La carta copre una delle più belle porzioni di territorio collinare e montano delle Prealpi lombarde, compreso tra il gruppo del Resegone e la vetta del Monte Linzone, tra le Valli Imagna e San Martino: zona di bellissimi sentieri e panorami infiniti, di innumerevoli emergenze storiche, architettoniche, rurali e culturali in genere, di tesori geologici, paleontologici, speleologici, botanici, di foreste maestose, alberi monumentali, sublimi ondulazioni prative, luoghi misteriosi e ancora selvaggi ove si tramandano leggende dal sapore ancestrale ma pure dove si può studiare, ad esempio, l’evoluzione della novecentesca frequentazione turistica della montagna – in fondo sono monti, questi, che distano neanche un’ora d’auto dal centro di Milano… Insomma, una zona da conoscere a fondo e frequentare assiduamente, per quante sorprese può donare a chi la esplora.

Quello con Ingenia è un lavoro che ormai da due stagioni porto avanti e che mi permette di concretizzare geo-graficamente, per così “letteralmente” dire, le attività di studio culturale (in senso generale) del territorio variamente antropizzato, in particolare di quello di montagna, portandole a supporto di quella che è l’opera par excellence di rappresentazione della Terra, ovvero del territorio nel quale viviamo e col quale interagiamo, più o meno virtuosamente.
Una carta geografica, ancor più se dotata d’una funzionalità escursionistica altamente dettagliata – come è la norma per le produzioni Ingenia – è veramente un’opera nel senso più alto e ampio del termine. Non solo un foglio riportante una rappresentazione del terreno con strade, case, sentieri o che altro, ma un perfetto connubio tra i due elementi sostanziali che connotano un’autentica opera creativa: corpus mysticum e corpus mechanicum, cioè il contenuto intellettuale, con il messaggio tematico e culturale proprio, e il supporto materiale, con le funzionalità pratiche ad esso conferite.
Insomma, in parole più semplici: una carta dei sentieri non è soltanto uno strumento utile a raggiungere il rifugio sui monti ove mangiarsi un piatto di polenta ovvero a non perdersi tra boschi e valli. In primis, essa è la migliore, più immediata ed efficace e a volte più estetica rappresentazione del territorio, un formidabile strumento di conoscenza il quale, attraverso i propri segni grafici, ci rende subito l’idea, la forma, la sostanza e il valore (da intendersi “culturale” in senso lato, dunque pure antropologico e sociologico) di quel pezzo di pianeta al quale fa riferimento nonché della gente che lo ha abitato e lo abita tutt’ora. Per questo, la carta dei sentieri è anche un dettagliatissimo e illuminante testo storico: ogni traccia umana riportata sul fondo grafico – strade, sentieri, mulattiere, case e paesi, edifici religiosi e rurali, fontane, sorgenti e così via – ci racconta la storia di chi è transitato su quelle strade e sentieri, sul perché sia transitato proprio lì e non altrove, su dove si sia fermato e abbia reso stanziale il suo transito, eccetera. Ribadisco sempre che il territorio è come un libro aperto sulle cui pagine l’uomo ha scritto la propria storia, e i segni grafici di tale scrittura storica sono proprio gli itinerari, le case, i paesi e ogni altra impronta antropica lasciati nel corso dei secoli.
D’altro canto con ciò non sto scoprendo nulla di nuovo: semmai riaffermo da par mio quanto attestato in passato da grandi personaggi della geografia, veri e propri filosofi della Terra come Élisée Reclus, il quale forse più di ogni altro mise in evidenza e sancì in modo ineluttabile il legame strettissimo tra storia e geografia: due discipline l’una causa/effetto dell’altra dacché la prima ha da sempre determinato la seconda – ben più che i confini politici tracciati dai potenti, ad esempio – e la seconda ha inevitabilmente influenzato la prima, su grande scala ma pure nei piccoli territori.
Ma vado ancora oltre: una carta dei sentieri può essere anche – inopinatamente ma pure innegabilmente, e capirete a breve il perché – un testo didattico d’arte. Già, proprio così: il territorio ovvero il paesaggio, infatti, è un elemento culturale – non lo dico io ma è la stessa UNESCO a sancirlo, oltre che l’articolo 1 della Convenzione Europea del Paesaggio) – “il cui aspetto o carattere derivano dalle azioni di fattori naturali e/o culturali (antropici)” – appunto. Non solo, dacché nel paesaggio è evidente anche il valore estetico, suscitante reazioni emozionali né più ne meno simili a quelle generate dalle opere d’arte: è inutile dire che è proprio il paesaggio uno degli elementi che più facilmente le persone assimilano al concetto di “bellezza”, dunque a quel valore estetico-emozionale che, come detto, rimanda direttamente all’espressività artistica. Che è, però, attività umana: ma qual è lo “strumento” primario a disposizione dell’uomo per correlarsi all’elemento culturale e “artistico” che è il paesaggio? Risposta semplicissima: il camminare. Attività “ovvia” dell’essere umano eppure fondamentale forse come nessun altra per l’evoluzione della nostra civiltà e, nella notte dei tempi come oggi, pratica insostituibile per la conoscenza, l’esplorazione, la lettura, la comprensione e l’approfondimento culturale del paesaggio, ovvero del territorio in cui ci si ritrova a muoversi. Per questo il camminare può e deve (anche) essere considerata una pratica esteticaFrancesco Careri ha scritto un bellissimo volume sul tema, nel quale peraltro racconta come effettivamente diversi movimenti artistici (e relativi esponenti) del Novecento hanno considerato il cammino come una forma artistica, dal Dada ai Lettristi fino alla contemporanea Land Art – e, per lo stesso motivo ovvero per conseguenza, tornando a quanto asserito poco fa: ebbene sì, una carta di sentieri, in quanto primario strumento d’invito al camminare nel territorio naturale e di cognizione non solo geografica di tale pratica, può essere ben considerata anche un testo didattico d’arte. Assolutamente.

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Se sarete in zona, dunque, vi invito alla suddetta presentazione di martedì 5 luglio a Carenno. Ne uscirete con una considerazione ben più ricca e approfondita d’un gesto così elementare e ugualmente trascurato come il camminare. In fondo, come spesso accade, è nelle piccole cose che si generano le più grandi e importanti verità, così come dai minimi gesti individuali possono scaturire le più grandi e virtuose rivoluzioni…

I soliti ridicoli capricci, nell’asilo dell’arte contemporanea…

SGARBERIOMagari su The Floating Piers, l’installazione galleggiante di Christo sul Lago d’Iseo, avranno pure ragione Philippe DaverioUna baracconata!»), Vittorio SgarbiOperazione masturbatoria!») e quelli che la pensano come loro. Però, in tutta franchezza, tale frequente comportamento da spocchiosi bambini dell’asilo dei “grandi” critici e curatori d’arte (celebri, celebrati ma a volte, pare, un po’ deceRebrati!), pronti a esaltare i propri artisti (anche quando siano delle palesi nullità) e di contro a disprezzare quelli degli altri (anche quando siano dei palesi talenti) è a mio parere tanto sconcertante quanto irritante.
Per intenderci: da chi è curata The Floating Piers? Da Germano Celant, appunto uno (cioè, un altro) dei più importanti curatori italiani. Guarda caso ancora abbastanza fresco di acidissima polemica (un paio d’anni fa, vedi qui) con Daverio, nonché da sempre rivale di Achille Bonito Oliva fin dai tempi della “contrapposizione” (ovviamente più strumentale che tecnica) tra Arte Povera e Transavanguardia – al quale Bonito Oliva sta sulle scatole Francesco Bonami, che più volte ha polemizzato con il citato Daverio ma pure con Sgarbi, che non sopporta il suddetto Bonito Oliva e tanto meno Celant… eccetera, eccetera, eccetera.
Di polemicucce infantili come queste l’arte contemporanea degli ultimi decenni abbonda e, senza alcun dubbio, se ne insozza non poco, dacché sono cose tremendamente patetiche, quando non ridicole. Ciance con cui personaggi altrimenti di grande prestigio e meritorio apprezzamento si riducono a fare le acide e spocchiose primedonne per qualche riga di visibilità in più sui giornali o qualche manciata di secondi nei servizi dei TG, dimenticandosi peraltro che essi, del mondo dell’arte in generale e di quella contemporanea in particolare, dovrebbero essere i migliori ambasciatori, non i più i più grotteschi rappresentanti. Nel frattempo, alle spalla e alla faccia di tutti quanti, la mediocrità avanza e conquista il “gusto” comune, anche in campo artistico.
Ricordo sempre, con tutta la sua valenza imperitura, la definizione data dall’amico Cristiano Calori di certi personaggi che battono e infestano l’arte di oggi, critici d’arte a ritenuta d’acconto. Gente che, molto banalmente tanto quanto drammaticamente, parla bene di un artista (a prescindere dalla sua qualità ovvero dalla sua eventuale nullità) se ha un tornaconto da riscuotere, altrimenti, al contrario, ne parla male. Il valore e la qualità dell’arte non interessano più di tanto, appunto, semmai contano la visibilità, l’influenza “politica” sull’ambiente, la polemica strumentale e funzionale alla propria immagine nonché qualche buon tornaconto materiale, come detto.
Beh, forse è il caso che il mondo dell’arte contemporanea impari a fare un po’ a meno di tali personaggi, soprattutto quando sono in modalità “sbruffonaggine”. Anche perché, forse, li sta sopravvalutando fin troppo: in fondo, giusto per citare un altro grande critico – ma americano, stavolta, Jerry Saltz: «I critici d’arte non possono fare o disfare un artista. Credetemi, io ci ho provato…»

Una Space Shuttle in giardino. Petrit Halilaj all’Hangar Bicocca, Milano.

Sovente qui sul blog, disquisendo di arte dal mio punto di vista di scribacchino letterario, propongo opere e artisti che sappiano miscelare al meglio le due espressività artistiche – quella visiva e quella letteraria, appunto.
A volte, poi, ci sono altri artisti che anche senza fare ciò, ovvero restando nel puro campo espressivo visuale e senza alcun uso di testo scritto o altro di simile, riescono a costruire vere e proprie narrazioni, estese, articolate, eloquenti e approfondite. Petrit Halilaj, in mostra all’Hangar Bicocca di Milano con la personale Space Shuttle in the Garden, è uno di questi – anzi, raramente ho potuto constatare così tanta e chiara forza espressiva in una serie pur coordinata di installazioni artistiche.
Così si può leggere nella presentazione dell’esposizione:

La mostra è soprattutto un viaggio nell’universo e nella mitologia dell’artista. A metà tra immaginazione e realtà, le opere di Petrit Halilaj raccontano un mondo familiare e surreale al tempo stesso: sculture, disegni, performance, video e installazioni indagano i cambiamenti della storia e il contesto che ci circonda, in un continuo rimando tra memoria e attualità, realtà e utopia, relativo e assoluto. Ogni opera, pur attingendo a eventi e storie del passato e del presente, è tutta proiettata nel futuro poiché accoglie aspettative e desideri dell’artista, anticipando visioni e sogni che nella realtà devono ancora avverarsi.

Proprio così: quella di Halilaj è una (assai potente) narrazione biografica che scorre sul sottile confine tra realtà – in parte dura, durissima: quella della guerra nel suo paese natale, il Kossovo – e una dimensione metafisica che comprende, ricordi (soprattutto), esperienze, sogni, fantasie, speranze, chimere. Tra le opere esposte si viaggia lungo quel confine ritrovandosi sospesi in un istante temporale che comprende gli ultimi 30 anni di storia – in primis quella personale di Halilaj, che di anni ne ha 29, ma pure una storia nella quale possiamo benissimo riconoscerci tutti quanti, poco o tanto – e in un ambito spaziale che ha “centro” sulla collina ove sorgeva la casa natale dell’artista, distrutta durante la suddetta guerra, ma che poi si spande almeno verso l’intero orizzonte europeo, intendendo con ciò quello nel quale si è sviluppata la nostra peculiare civiltà – nel bene e nel male – alla quale ci si ritrova a riferirsi (dunque pure a noi stessi) nel mentre che l’arte di Halilaj si fa possente fonte di suggestione e di intensa riflessione.
Mostra bellissima e coinvolgente come raramente ho potuto constatare, ribadisco. Ma, se vorrete provare a farvi coinvolgere pure voi da Space Shuttle in the Garden, sappiate che sarà all’Hangar Bicocca solo fino al 13 marzo. Epperò merita che abbiate fretta di visitarla in tempo: fidatevi, ancor più se la scoprirete con una delle visite guidate tenute dall’ottimo staff dell’Hangar.
Cliccate QUI per visitare il sito web dell’Hangar Bicocca e conoscere ogni utile dettaglio sulla mostra.

La politica è un’arte. Edi Rama e l’Albania, quando un paese è governato da un artista (e si vede!)

8 agosto 1991, la nave "Vlora" attracca a Bari.
8 agosto 1991, la nave “Vlora” attracca a Bari.
Molti di voi ricorderanno (vedi sopra) le navi stracariche di albanesi che, vent’anni fa, giungevano sulle coste dell’Adriatico fuggendo dal collasso politico e sociale del paese balcanico, ridotto allo stremo da mezzo secolo di dittatura comunista isolazionista.
Dopo due decenni l’Albania non è certo diventata la Svizzera e numerose questioni socio-politiche sono ancora aperte, tuttavia, considerando lo stato in cui era, si può pure affermare che sotto molti aspetti abbia fatto passi da gigante nel proprio processo di modernizzazione – anzi, in certi casi il paese si sta dimostrando vivace e avanguardista come le più avanzate nazioni europee.
Credo che una buona parte del merito di questo rapido procedere verso il presente e il futuro dell’Albania possa essere imputato a Edi Rama, attuale premier e, dal 2000 al 2011 sindaco della capitale Tirana nonché – anzi, soprattutto – artista. E in quanto tale, dunque da non politico ovvero da persona intendente il mondo attraverso filtri e visioni differenti rispetto a qualsiasi esponente della politica “classica”, ha saputo fare cose per la propria città a dir poco eccezionali, nella sostanza e ancor più nella forma cioè nel concetto che vi ha posto alla base.

Edi Rama.
Edi Rama.
Tanto per dire, così Rama ha descritto il proprio incarico amministrativo:

“È il lavoro più eccitante del mondo, perché bisogna inventare qualcosa e lottare per una buona causa tutti i giorni. Essere il sindaco di Tirana è la più alta forma di conceptual art. È arte allo stato puro.”

Beh, voglio dire: parole che mai potremo sentire da qualsivoglia politico “ordinario” – e non voglio riferirmi a quelli nostrani, anche se per non farlo devo mettercela tutta.
Una delle iniziative più particolari messe in atto da Rama durante il suo mandato di sindaco, e alla fine più genialmente efficaci, è stata la cromatizzazione della città. Dopo anni di caos edilizio, dovuto alla troppo veloce urbanizzazione della capitale, Rama ha avviato un processo di regolazione urbanistica di Tirana legato a concetti prettamente artistici. Così, nonostante il passato dittatoriale e la povertà incombente di quei primi anni Duemila, il sindaco ha saputo ridare luce al grigiore cittadino con l‘introduzione del “Piano Colore”: le facciate di grigio cemento dei tetri palazzoni comunisti sono state trasformate in una tavolozza di brillanti colori e, nel loro complesso, in una passeggiata multicolore, in grado di creare una sorta di nuovo paesaggio e di camuffare le forme opprimenti dei casermoni dell’epoca stalinista.

edi-rama-colors-resizedIn questo modo Tirana è diventata un esempio concreto di come si possa affrontare il problema degli insediamenti informali e socialmente degradanti – presenti un po’ ovunque e non solo in Albania, inutile denotarlo – migliorando la città, l’intero ambiente urbano nonché, inevitabilmente, la qualità di vita diffusa. Inoltre, altrettanto inevitabilmente, l’azione di Rama ha avviato un circolo virtuoso grazie al quale negli anni successivi sono sorti numerosi nuovi palazzi con vetrate e ampie terrazze e si sono aperti locali trendy, caffè e negozi di lusso. La rinascita è tutt’ora in atto ed è evidente a tutti: una rinascita sospesa tra modernità e tradizione, tra caos e ordine, tra colore e monocromia, che non può nascondere i problemi ancora presenti ma che può fare tantissimo per agevolarne la soluzione (e questo ottimo libro di Andrea Bulleri racconta proprio la rinascita di Tirana attraverso le numerose nuove architetture, sovente d’avanguardia, costruite o di prossima realizzazione – vedi qui sotto qualche esempio.)

134-camext2-v2-copia134-camint2-v2centro-islamico-Bjarke-IngelsTutto ciò per dire, insomma, che Edi Rama non solo ci ha dimostrato – e ci dimostra – cosa debba fare un buon politico – ovvero amministratore della cosa pubblica, senso fondamentale tanto quanto pressoché dimenticato (per dolo) da tanti politicanti – ma pure, a mio modo di vedere, come la politica contemporanea, troppo spesso impantanata in biechi giochi di potere, mire ed interessi truffaldini, presunzioni sovente ben poco lecite e malaffari vari e assortiti, abbia forse una possibilità di salvezza – e di salvare pure ciò che amministra, cose e persone incluse – attraverso una rinnovata concezione di essa che prenda spunto da ideali e basi totalmente diverse e miri a obiettivi stra-ordinari. Una politica dotata d’una base culturale magari pure apparentemente avulsa dalla relativa pratica ordinaria, appunto, ma – probabilmente se non sicuramente – ben più virtuosa, efficace, illuminante, innovante. E appunto ci dimostra pure, Edi Rama, che a usare la cultura si possono fare cose così grandi che mai nessuna pratica politica saprà ugualmente realizzare.
Non è cosa da poco, converrete. Ed è significativo che un tale “insegnamento” ci arrivi da quell’altra sponda dell’Adriatico che, solo qualche lustro fa, ci pareva un Vaso di Pandora spalancato verso di noi dal quale scaturivano soltanto miseria, disgrazie e calamità.

P.S.: le immagini sopra pubblicate sono tratte da questo articolo sul tema di Artribune. Per saperne di più cliccateci sopra.