Piero Terracina, 1928-2019

La memoria non è il ricordo; il ricordo si esaurisce con la fine della persona che ricorda il suo vissuto. La memoria è come un filo che lega il passato al presente, è proiettata nel futuro e lo condiziona.

(Piero Terracina, 1928-2019)

È assai significativo che una figura della memoria così importante come Piero Terracina leghi, non solo metaforicamente, il passato con il futuro, facendo di questo una proiezione del primo. Significativo dacché il nostro presente pare voler dimenticare pervicacemente il passato, negandone la memoria o quanto meno ignorandola, così soffocando sul nascere qualsiasi proiezione verso il futuro ovvero qualsiasi programmazione, progettazione, invenzione di un buon futuro. Si vive in un eterno presente come se “ieri” fosse già preistoria e come se “domani” non dovesse mai arrivare: una condizione di smemorato immobilismo culturale, e di conseguenza sociale, politico, antropologico, che alla fine si trasforma in una sostanziale privazione di libertà.

Forse anche per questo che Piero Terracina ha saputo pronunciare parole emblematiche come quelle citate – che ho tratto da qui. La foto è invece tratta da “Moked”: cliccandoci sopra potrete leggere un articolo a ricordo di Terracina tratto dal portale.

Enjoy the silence

Ieri sera, in auto, tornando a casa a tarda sera, sono stato testimone radiofonico di un sacrilegio assoluto.

Ascoltavo una radio, appunto, sulla quale d’un tratto mandano Enjoy the silence dei Depeche Mode, uno dei brani più belli* di una delle band fondamentali della musica contemporanea. Sono un orgoglioso “estremista musicale”, io, ma per i DM ho una venerazione quasi religiosa.

Ebbene: all’improvviso la ricezione non diventa disturbata e, sul segnale della radio che stavo ascoltando, non entra quello di Radio Maria?!

Blasfemia!!!

Radio Maria con le sue scempiaggini integraliste teo(il)logiche che copre Enjoy the silence?!? Un fatto di una empietà sconcertante, la profanazione di un brano celestiale che non è in nessun modo accettabile e che necessiterebbe di un’adeguata “giustizia divina”, sperando in tal caso che possa esistere.
Maledetti!

*: peraltro, proprio tra pochi giorni ricorrono i 30 anni esatti dalla prima esecuzione in pubblico del brano, il 2 dicembre 1989 al Peter’s Pop Show della ZDF, in Germania – clic.

Xe come netarse el cueo co ea merda

Se posso dire, quello dell’acqua alta a Venezia è un danno doppio, a mio parere: perché distrugge un luogo unico al mondo, patrimonio dell’umanità intera, e perché le sue ondate non si portano via tutti i maledetti politici – ribadisco, tutti i maledetti politici – che Venezia la stanno distruggendo ben più delle maree: soffocando la sua vitalità, banalizzandola turisticamente, sbattendosene della sua cultura, della sua socialità (che è cultura a sua volta), della sua gente, del suo futuro. E che intanto parlano parlano parlano, dichiarano, promettono, assicurano (le grandi navi non passano più da San Marco, vero?), danno colpe sempre ad altri come se fossero appena atterrati da un altro mondo, si mettono in posa davanti alle telecamere e ai fotografi, fanno finta di far la faccia affranta ma – osservate bene – hanno gli occhi che ridono. Ridono, sì. Perché sanno di essere pressoché intoccabili e invincibili, nell’Italia di oggi.

Come ha scritto un amico veneto su Twitter, far governare il paese a questi signori xe come netarse el cueo co ea merda. Non c’è bisogno di traduzione, vero?

Tempus semper fugit!

Si parla tanto di velocità, di andare sempre più veloci, di costruire treni ad alta velocità e aerei ipersonici, di ogni limite che al riguardo deve essere superato da nuovi record, di ipotizzate future astronavi che un giorno, chissà, viaggeranno alla velocità della luce… ma, alla fine e ineluttabilmente, c’è una cosa che va veloce come nessun altra al punto da risultare sempre c comunque insuperabile: il tempo.

Che non esiste per come noi lo crediamo perché in verità è una rappresentazione del moto tra le cose, come spiega la fisica, ma che, se lo intendiamo nel modo più comune, come ore giorni mesi e anni che passano (il che in effetti è un moto, no?), è realmente qualcosa che sfugge via in modo inopinato e irrefrenabile. Sed fugit interea fugit irreparabile tempus, “Ma fugge intanto, fugge irreparabilmente il tempo” scriveva già più di due millenni fa Virgilio, e per questo, allora come oggi e come sempre, sprecare il tempo è una delle cose in assoluto più cretine che si possano fare. È un po’ come avere a disposizione – per tornare all’esempio utilizzato in principio di post – un mezzo di trasporto iperveloce, tecnologico e preziosissimo, e andarci a passo di lumaca, ma con una differenza fondamentale: che quel mezzo iperveloce, se pure andasse alla sua massima velocità, lo si potrebbe comunque frenare e controllare, il tempo invece no. Continuerà a correre, a superare, a staccare chiunque lo sprechi non rendendosi conto della sua inesorabile e velocissima sfuggevolezza. Che non esiste come non esiste il tempo, appunto, ma che anche per questo nessuno può raggiungere: bisogna solo adeguarcisi e sfruttarlo al meglio nel modo più proficuo possibile. Altrimenti si resta indietro, immoti e abbandonati in un’esistenza del tutto sprecata.

Tempo non c’è tempo, sempre più in affanno
Inseguo il nostro tempo, vuoto di senso, senso di vuoto.

Sui brutti “filmoni” di oggi

(Image credit: https://www.flickr.com/photos/laruloteca Rulo [CC BY-SA 2.0 – https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0%5D)
Ogni qualvolta sento per radio le rubriche di anteprima dei film in uscita, le quali ovviamente presentano le pellicole mainstream, quella da record al botteghino e probabili blockbuster, mi dico che no, a sentir quei trailer radiofonici non mi viene proprio voglia ne di andare al cinema, ne di pensare a una successiva visione casalinga. Ammetto di non essere un gran cinefilo e tendo a dare la colpa di ciò alla mia gran passione per la lettura dei (buoni) libri, la quale dai testi letti mi suscita visioni mentali e relativi moti d’animo che difficilmente riscontro nella visione di tanti film. Inutile dire che ciò vale per me, è un’impressione assolutamente personale.

Tuttavia, leggere cosa pensa il grande Martin Scorsese del cinema moderno per certi versi – se così posso dire – mi “rincuora”, perché quanto affermato da Scorsese (qui ne parla “Il Post”) è assai attinente al mio pensiero al riguardo. Questa una delle sue osservazioni:

Non li guardo. Ci ho provato, sai? Ma non sono cinema. Sinceramente, la cosa a cui mi fanno pensare – pur ammettendo quanto bene sono fatti e come gli attori riescano comunque a tirarne fuori il meglio possibile – sono i parchi a tema. Quei film non sono un cinema fatto da esseri umani che provano a trasmettere emozioni ed esperienze psicologiche ad altri esseri umani.

Ecco. Proprio così. Se la cinematografia è un’arte, come lo è pienamente, molti dei filmoni moderni non sono arte ma mero intrattenimento commerciale se non consumista. Fatto benissimo, spettacolare, avvincente, ma non è arte cinematografica. Il paragone di Scorsese dei parchi a tema calza a pennello: un po’ come mettere a confronto un castello storico (qui, per dire, c’è un elenco di 20 dei più bei castelli italiani) con il castello di Disneyland: spettacolare ed emozionante ma, sotto ogni punto di vista, non è un vero castello e sfido chiunque a dire che non sia così.

Di contro, continuando a preferire di gran lunga di spendere il mio tempo libero nella lettura dei libri piuttosto che in altre attività, scelgo semmai di vedere qualche film di qualità del passato oppure qualche pellicola italiana – una cinematografia, quella nostrana, che annovera cose pessime ma pure opere notevoli e di ottimo livello, che usualmente non godono quasi mai di grande attenzione dai media e dal pubblico.

Chiudo questa mia riflessione come chiude l’articolo de “Il Post” e come, suppongo, chiosa amaramente lo stesso Scorsese:

Per chiunque sogni di fare film o stia appena iniziando a farli, il contesto è crudele e desolato. E anche solo scrivere queste parole mi riempie di tremenda tristezza.