Steikolders! Steikolders! Steikolders!

Ormai l’ho ben capito da tempo: qualsiasi progetto in ambito culturale – non solo, ma lì parecchio – che non contenga nel proprio testo la parola “stakeholder”, non vale una cippa. Cioè: in realtà magari vale tantissimo, ma è come un genio vestito in modo ordinario tra persone ordinarie ma vestite all’ultima moda. Passa per un tizio modesto e dimesso, ecco.

Ormai termini come abstract, location, brand o contest sono roba da dilettanti pivelli; qui la “competizione” a chi la scrive più anglofona si fa sempre più dura. D’altro canto, vista la notevole diffusione di quella prima parola citata, mi viene pure da dire al riguardo che oggi son tutti buoni a fare gli stakeholders con i money degli altri! Eh!

P.S.: volete essere troppo avanti? Usate la definzione stakeholder engagement. La usano ancora in pochissimi, quindi ci fate un figurone. Garantito.

Il cretino grammaticale

[…] Non sono del resto gli incolti a spingere le lingue verso il futuro. È chi è sensibile all’andazzo. Chi sta sulla cresta dell’onda e fa da modello di comportamento sociale.
Robert Musil diede una definizione del tipo umano in questione. In una conferenza sulla stupidità tenuta a Vienna nel 1937 (quindi, sull’orlo dell’abisso), lo differenziò anzitutto dallo stupido predisposto alla devianza, com’è l’ignorante autentico. Stupido anch’esso, definì il tipo che invece ingrossa le mode, ma per eccesso d’adesione al mondo. Campione di un morbo incurabile della cultura: il conformismo. Per paradosso, stupido proprio in quanto di successo e socialmente tenuto per intelligente. “La prevalenza del cretino” di Fruttero e Lucentini illustrò i modi di tale successo, decenni dopo.
Nei mutamenti linguistici, va dunque riconosciuto un ruolo al cretino. Lo si può, anzi lo si deve fare senza spregio, con modi conoscitivi e estendendo anche alla diacronia linguistica, che rischia di essere in proposito esemplare, lo spirito del programma assegnatosi nel 1981 da Raymond Aron con queste parole (qui recate in italiano): “E dico spesso che l’ultimo libro che vorrei scrivere dovrebbe trattare, sul finire, del ruolo della stupidità nella Storia”. Intento cui lo studioso francese non fece in tempo a dare séguito e che, per vastità e profondità della materia implicata, più che ambizioso, può definirsi temerario. […]

(Da un bell’articolo di Nunzio La Fauci su Doppiozero circa l’uso della perifrasi nell’italiano parlato e scritto contemporanei, intitolato Mutamento e prevalenza del cretino e che potete leggere nella sua interezza qui. Cioè, che dovete leggere, dacché assai illuminante e non solo dal punto di vista linguistico-grammaticale.)

Aiuto, ci invadono i barbari(smi)!

Sto navigando sul web in alcuni siti di informazione e capito su un articolo dedicato alle nuove tendenze della moda.
Leggo (e qui riporto le prime righe dell’articolo):

Mai più senza persino in Italia dove l’abbigliamento sportivo in città fino a qualche tempo fa era look da weekend. Oggi, sia che siamo neo sportivi e sempre più attenti al fitness e al wellness, sia per obiettiva comodità, abbiamo individuato nello streetwear una nuova religione nel vestire. Non a caso le sneaker e le felpe, in particolare quelle firmate da brand di lusso, sono protagoniste dell’ecommerce e hanno rilanciato anche negozi fisici e outlet.

Mmm… no, suona in modo proprio bislacco, questo testo. Sembra ci sia quasi una ricerca forzata dell’anglicismo al fine di rendere l’articolo “conforme”, per così dire, a ciò di cui disserta e all’immaginario lessicale relativo. Per renderlo “alla moda”, ecco. È formato da 75 parole in tutto, di cui ben 9 in lingua inglese: il 12% del testo. Eh, va bene tutto, ma forse qui si sta un po’ esagerando, tenendo poi conto che il tema dissertato non implica affatto una tale profusione di anglicismi per trasmettere il messaggio implicito: non è un testo che disquisisce di informatica o di nuove tecnologie, per essere chiari, tematiche nelle quali le parole straniere sono spesso inevitabili, ma di vestiti. Semplice abbigliamento.

Vediamo invece come va, così:

Mai più senza persino in Italia dove l’abbigliamento sportivo in città fino a qualche tempo fa era stile da fine settimana. Oggi, sia che siamo neo sportivi e sempre più attenti alla forma fisica e al benessere generale, sia per obiettiva comodità, abbiamo individuato nell’abbigliamento informale una nuova religione nel vestire. Non a caso le calzature sportive e le felpe, in particolare quelle firmate da marchi di lusso, sono protagoniste del commercio sulla rete e hanno rilanciato anche negozi fisici e spacci plurimarca.

Secondo me funziona perfettamente lo stesso. Anzi, pure di più. “Spacci” non è forse un termine bellissimo da sentire – si potrebbe usare rivendite o empori, ad esempio – ma per il resto direi che si legge ugualmente bene, e senza perdere nulla del suo senso e del fine originari.

Sia chiaro: come ho sostenuto altre volte, anche qui nel blog, non sono affatto contrario all’uso di lemmi stranieri nella lingua comune parlata e scritta, anzi, spesso la loro presenza rende la dissertazione più varia, ricca di senso e divertente da seguire. A patto, però, che l’uso dei termini stranieri (inglesi, in particolare) non finisca per svilire la nostra lingua o, addirittura, per renderla persino ridicola. In numerosi casi il loro uso è ormai diventato comune e del tutto accettabile (weekend, ad esempio, che peraltro è la paritetica forma inglese di “fine settimana”, oppure web o blog, che ho usato in questo mio articolo e che viene difficile riportare con simile sinteticità in italiano, ma passino pure parole come sexy, relax, okay, hotel, smog, marketing, social network, e così via), in altri casi non è solo tranquillamente evitabile, ma il forzato inserimento nel discorso assume toni veramente farseschi. Come fosse poi che tanta gente sapesse padroneggiare così bene l’inglese da permettersi di fonderla con la propria lingua madre! Ma quando mai?!

Ribadisco: ogni “nuova” parola straniera, quando inserita in una lingua peraltro di così alto valore storico come quella italiana, è la benvenuta se sa arricchirne il bagaglio lessicale, se aggiunge e affina e non toglie o surclassa. Altrimenti il suo uso diventa un effettivo impoverimento della lingua quando non una vera e propria minaccia alla sua esistenza e all’espressività che possiede. E un “popolo” che non sa salvaguardare e padroneggiare al meglio la propria lingua (per giunta finendo a “scopiazzare” quelle altrui), semplicemente non è un popolo. That’s it!

Parole di guerra – o guerra di parole

Il Post – per inciso, a mio parere uno di quegli organi d’informazione di qualità i quali, complessivamente, in Italia si possono contare sulle dita di una mano, si veda il mio articolo precedente (e si veda non solo per tale questione) – stamattina sulla propria pagina facebook ha dedicato un post (gioco di parole inevitabile!) all’uso di certe parole da parte di altri media d’informazione, in relazione alla situazione politica in essere tra Spagna e Catalogna:

Ci risiamo, insomma. Ovvero si torna esattamente a quanto già scrivevo tempo fa in tema, in questo articolo: l’uso di parole dal senso e dal valore pesantissimi tanto quanto sostanzialmente travisati o incompresi, con la più ingiustificata e sconcertante leggerezza. Oltre che la totale devianza imposta al valore e all’importanza del linguaggio, verbale tanto quanto scritto, e ai suoi fondamentali fini di comunicazione e relazione sociale, civica, politica (nel senso nobile del termine, pressoché estinto nell’omonimo ambito istituzionale).

È un altro grave segno del degrado culturale nel quale sta sprofondando la nostra società, spinta in tale baratro da vigorose spinte ormai quotidiane arrecate, il più delle volte, da quei soggetti che invece dovrebbero preservarla dallo stesso pericolo.
Così almeno la penso, io.

Le parole sono macigni e noi stiamo nel mezzo d’una sassaiola

Ormai, ogni volta che nel mondo succede qualcosa di spiacevole, sui media si ripete la solita storia: l’uso di parole dal senso e dal valore pesantissimi tanto quanto sostanzialmente travisati o incompresi, con la più ingiustificata e sconcertante leggerezza. Che non serve affatto a descrivere meglio quanto accaduto ovvero ad agevolare la comprensione di quelle parole e dei fatti a cui vengono riferite, tutt’altro: da un lato serve in primis – lo sappiamo tutti bene – per accaparrarsi attenzione superficiale e dunque audience, dall’altro è funzionale a una crescente confusione, a sua volta propedeutica ad un stato di costante paura e insicurezza.
Poco più di un anno fa pubblicavo qui sul blog un articolo dal titolo “Se parole pesanti come macigni divengono leggere come l’aria…”: ecco, ve lo ripropongo, perché la sua validità di senso e sostanza è ad oggi immutata, se non accresciuta. Il che non è affatto un buon segno, per lo stato della società in cui viviamo: ci vengono scagliate addosso parole pesanti come macigni in una sassaiola ormai costante le quali, al posto di fornirci una qualche “nozione” del peso che hanno, finiscono per farci soltanto del gran male.
Buona ri-lettura.

Io farei un libro di pietra che pesa 20 kg perché le parole devono tornare ad avere un peso.

Ha mille ragioni Gian Paolo Serino a sostenere (in un’intervista per la Write and Roll Society) quanto sopra. In effetti trovo parecchio sconcertante come a certe parole parecchio usate e abusate oggi, nel quotidiano contesto politico, sociale e culturale, venga stravolto – spesso totalmente – il peso originario ovvero il senso, il valore il significato fondamentale, per appesantirlo di zavorre tremende come anche per alleggerirlo a furia di escavazioni semantiche. Fenomeno che diventa ancora più evidente quando il presente risulti più turbolento dell’ordinario (o più di quanto non lo fosse già prima, visto come vanno le cose!)
Vi cito qualche esempio – tra i più facili e banali – dei tantissimi che si potrebbero fare sul tema.
La parola crisi è forse la più emblematica di tale processo “contro-semantico” – oltre ad essere forse quella in assoluto maggiormente abusata dai media, dal 2008 a questa parte. Se la sua etimologia originaria rimanda al verbo greco krino, “separare”, “cernere”, in senso più lato discernere, giudicare, valutare, denotando dunque un’accezione positiva, di impulso al cambiamento, al rinnovamento, oggi è stata negativizzata in maniera pressoché parossistica, così che infilarla in un qualsiasi discorso significa macchiarlo di tinte fosche e spedire il suo soggetto verso una fine quasi certamente cupa. Di contro il termine guerra, molto in voga nei giorni in cui scrivo questo articolo, viene da un lato sovraccaricato di paure popolari (o popolane) sovente indotte e usato come attrezzo politico-mediatico parecchio convincente, ma indubbiamente è dall’altro lato scavato di senso autentico e assai superficializzato. Mi viene da pensare che l’uso tanto facile e leggero del termine da parte dei politici contemporanei e dei media è dovuto probabilmente al fatto che buona parte di noi – ovvero tutti quelli che hanno meno di 75 anni – ha avuto la fortuna di non vivere una guerra vera, e di non sapere quindi cosa realmente sia. Motivo peraltro, questo, che in verità giustificherebbe un atteggiamento contrario a quanto invece avviene.
Ci sono poi termini molto “quotidiani” come libertà e democrazia i quali il proprio buon senso autentico lo conserverebbero e pure sostanzialmente intatto, anzi, forse col tempo ancor più determinato, ma che vengono utilizzati con così tanta superficialità e ingenuità, quando non con ipocrisia, da deformarsi e svaporare sempre più nell’intendimento comune. In tal caso è il loro senso a perdere senso, per così dire, ovvero ad acquisire accezioni diverse, credute (e imposte) come conformi a quelle originali e invece del tutto discoste, se non in certi casi antitetiche, sicché l’uso di tali termini risulta il più delle volte francamente fuori luogo. A tal proposito si può denotare che, in questa “categoria” di parole, ve ne sono legate all’ambito religioso che risultano tra le più abusate e distorte, partendo da Dio e finendo a fede – o la stessa parola religione, a ben vedere. D’altronde l’ambito laico ripristina rapidamente la par condicio sul tema: si pensi solo a termini come patria e nazione.
Anche popolo, con le sue varie derivazioni, è un termine di frequente e alternativamente sovraccaricato di significati ovvero sgravato da essi, con ciò assumendo connotazioni sia positive che negative. Bizzarro constatare che, in certi casi, l’accezione positiva serve giustificare un certo vantaggio non al soggetto collettivo stesso identificato dal termine ma ad uno o pochi singoli (“il popolo ha liberamente scelto i propri governanti”) mentre quella negativa a scaricarvi addosso oneri, responsabilità e colpe (“ogni popolo ha i governanti che si merita”.)
A proposito: e politica? Chi si ricorda e considera che la sua etimologia greca originaria – politikḗ (tékhnē), da polis/polítēs, rispettivamente “città” e “cittadino” – ci riporta al significato di “arte di governare la città” ovvero gli stati? Cosa è invece considerata, oggi, se non la mera attività dei partiti “politici” i quali, inutile dirlo, ben poco hanno a che vedere non solo con qualsivoglia arte  – e sottolineo arte! – di governo ma pure con il concetto democratico di comunità ovvero del “governo collettivo della cosa comune”? Niente di più lontano oggi, converrete, nella realtà come nel “senso” contemporaneo del termine che la indica.
Potrei continuare ancora a lungo, come detto, ma a prescindere dalla (relativa) ovvietà degli esempi citati, non la faccio più lunga del dovuto e per concludere questa mia dissertazione voglio citare due ultimi sintomatici termini dal senso e dalle accezioni tirate, anzi, storpiate a destra e a manca ad ogni buona (o cattiva) occasione: realtà e verità. Due parole dal significato pressoché “matematico” cioè impossibile da ridursi a mera opinione. Eppure è ciò che (inopinatamente) accade spessissimo, lo avrete notato chissà quante volte, con modalità che la dicono lunga su come funziona (o come non funziona) il nostro mondo contemporaneo nonché, di contro, di come il bisogno di tornare a fissare certi punti fermi fondamentali (come quelli legati alla lingua che parliamo, appunto, dunque alla nostra reciproca possibilità di comunicazione) al fine di non smarrirci dentro quello stesso nostro mondo e nel tempo in cui stiamo vivendo sia sempre più indispensabile. Anzi, ineludibile.