Ma la Storia serve a qualcosa?

makehistory.1P.S. (Pre Scriptum): questo pezzo l’ho scritto solo qualche ora prima che a Parigi, lo scorso 13 novembre, si scatenasse la barbarie terroristica di cui ben sappiamo. Ho dovuto constatare per l’ennesima volta che la realtà ordinaria del nostro mondo è sempre un passo oltre qualsiasi meditazione teorica, e soprattutto nel male più che nel bene; ugualmente, ho temuto che quanto avessi scritto potesse essere stato sostanzialmente superato dagli accadimenti poi avvenuti da quelle ore e nelle settimane seguenti. Per questo lo pubblico solo ora, in fondo convinto che le considerazioni in esso espresse valgano sempre e comunque se non, dopo la cronaca (generale) degli ultimi tempi, ancora di più.

Historia magistra vitae: penso da sempre che la celeberrima citazione di Cicerone sia una di quelle assolutamente fondamentali per chiunque e al fine di vivere nel modo più consapevole e virtuoso possibile, per sé stessi e per il mondo in cui si vive.
Posto ciò, osservando quello stesso mondo e tanta gente che lo vive, mi ritrovo di frequente a pormi una domanda: ma la storia serve a qualcosa? Lo so benissimo, è una domanda paradossale. In teoria non si può parlare di una utilità della storia: non è che essa serva o meno, la storia è, punto. Poi, di sicuro, si può discutere sull’utilità della conoscenza esperienziale della storia: che possa e debba servire per capire e governare meglio il presente e dunque per costruire un futuro migliore è tanto ovvio quanto ahinoi ignorato, e i risultati si vedono. La storia contiene già molto di quello che il presente e il futuro potenziale ci riservano, ma l’uomo, creatura inopinatamente dotata di memoria corta se non cortissima, continua a non tenere conto di ciò, così commettendo inesorabilmente molti degli errori già commessi nel passato, con conseguenze spesso tragiche.
Tuttavia, quella mia domanda va ancora un po’ oltre queste considerazioni, giungendo fino in ambiti paradossali, appunto – d’un paradosso che però il tempo presente, così spesso bizzarro e irrazionale, rende norma. Se la nostra società, per la sua gran parte, non possiede più memoria storica; se anche la memoria individuale tende ad essere “soffocata” dal modus vivendi contemporaneo totalmente incentrato e concentrato sul presente – anzi, ancor più: sull’attimo – vivendolo al momento, dunque senza alcuna altra elaborazione intellettuale che si basi sull’esperienza passata o sulla prospettiva futura; se persino quell’attimo presente diviene sempre più vissuto in modo virtuale, attraverso modalità quotidiane che relegano al di fuori dell’individuo (e del suo controllo) la sostanza di esso, al punto che il presente trascorso e divenuto passato non si storicizza, per così dire, ma sfuma e svanisce in un rapido e ineluttabile oblio temporale… Insomma, poste tutte queste condizioni che oggi si possono facilmente constatare, se i fatti del presente, largamente privati di visione etica per i motivi suddetti, non convengono più a formare quel corpus narrativo sistematico che fornisce il senso fondamentale alla storia e ne permettono la peculiare funzione di ricerca (il termine “storia” ha origine dal greco ἱστορία (istoría), che significa proprio “ricerca”), la storia stessa viene come svuotata della sua utilità e del suo valore etico, appunto. E’ come – sintetizzando in modo brutale la teoria appena espressa – se fosse sostanzialmente inutile vivere, dato che poi le azioni compiute dagli uomini in vita non diventano fatti storici o lo diventano soltanto in linea teorica, come pura percezione incapace di diventare cognizione.
Purtroppo, ribadisco, ci ritroviamo sempre più a vivere – volenti o nolenti – in un ambito temporale monodimensionale: conta l’ora, il momento, l’istante. Non si considera che ogni istante presente è effetto degli istanti passati e causa di quelli futuri: si superficializza il tutto e lo si semplifica in modo estremo (o estremistico) per mera comodità del momento, appunto, o perché considerare il passato così come riflettere sul futuro diventa cosa troppo lunga, troppo macchinosa e difficile se non noiosa. Con tali condizioni, purtroppo esasperate da un uso sovente ottuso delle tecnologie a nostra disposizione oggi, quando invece esse potrebbero risultare virtuose e fruttuose in senso opposto – se solo lo si capisse! – ho veramente il dubbio che la storia non serva a nulla. Affermare come ho fatto provocatoriamente poco fa che sia inutile vivere non toglie che si viva, che si debba vivere, che noi si sia a questo mondo per tale motivo: ma vivere in quella monodimensione temporale ignorando e trascurando la storicizzazione dei nostri atti vitali in fatti, ripeto, svuota la storia in quanto narrazione e ricerca dei/sui fatti stessi, la rende praticamente superflua, non necessaria, inutile. Diventa “Una burla che i vivi giuocano ai morti”, come scrisse Voltaire. Una burla che oggi siamo diventati così capaci di realizzare da metterci sempre di più sullo stesso piano di quei soggetti a cui la giochiamo. Sì, dei morti, intendo.
Per chiudere: Historia magistra vitae. Torno qui, a questa semplicissima verità che è cognizione e soluzione – anzi, è una meta-rivoluzione. Ovvero lo stato normale verso cui dovrebbe tornare l’involuzione storica la cui personale percezione qui ho cercato di esporvi e che, io credo, dobbiamo risolvere al più presto.

H

H hSi, è la lettera “H quella lì sopra, maiuscola e minuscola.
Vi chiedo di partecipare con me a un grande esercizio di… ehm, civiltà, ecco. Copiate quella lettera e condividetela ovunque notiate che ve ne sia bisogno – e sono certo che troverete innumerevoli occasioni per poterla, anzi, doverla condividere. Su svariati siti web, sui social (un sacco, qui), nelle mail che riceverete – persino, come è capitato a me, nei comunicati stampa relativi a concorsi letterari (!!!)
Veramente c’è in giro un sacco di gente – non conta poi quanta sia: è sempre e comunque troppa – che evidentemente non la conosce o s’è scordata della sua esistenza, e non si rende conto di quanto fondamentale sia conoscerla, quella lettera, e usarla nel modo corretto. Veramente ‘sta gente non si rende conto che, al contrario, darà sempre di sé un’immagine parecchio brutta, indegna quasi – dacché è facile la considerazione, quantunque gratuita, che se uno non la usa o la usa male, l’H, chissà quante altre cose non saprà usare (mi vien da dire la testa in primis, ma non voglio sarcasmeggiare troppo!)
Ergo, ribadisco: copiate e condividete il più possibile. Aiutiamola, questa gente: magari non lo merita – in effetti è irritante constatare che non ci arrivino da soli, a risolvere tale mancanza – e per di più il nostro aiuto sarà di natura totalmente gratuita (magnanimità assoluta, già). Certo, potreste pensare che viceversa bisognerebbe fargliela pagare – sempre in senso linguistico-metaforico, eh! – ma vorrei di nuovo rimarcare la matrice civica di una tale donazione. Un civismo grammatico contro un drammatico stato di fatto, ecco.  Il quale civismo, poi, inevitabilmente ha e avrà ricadute positive su chiunque e qualsiasi cosa, statene certi – sui miei nervi in primis, senza dubbio!
Ah, ci sarebbe pure uno slogan bell’e pronto, per quanto sopra: “Usatela e correttamente, l’H, non mandate l’italiano in vacca!” Potreste scriverlo nel biglietto d’auguri per un bel dono natalizio di “H”, ecco. Forse chi riceverà il regalo non capirà cosa sia e a cosa serva, ma c’è da sperare che col tempo saprà rendersi conto di che dono assolutamente prezioso gli avrete fatto – e avrete fatto, ancor più, a chiunque leggerà le sue cose scritte.
Se invece in risposta al suddetto dono vi dirà qualcosa del genere “grazie, ma non o capito che regalo è”, beh, allora… passate pure alle vie di fatto. Per quanto mi riguarda, non avrò visto e sentito nulla.

Parlate in italiano, please!

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(P.S. (PRE Scriptum!): il titolo dell’articolo è ironico, eh!)

La questione dell’invadenza di terminologie straniere (soprattutto, se non unicamente, di derivazione anglosassone) nella lingua italiana è annosa, e solitamente divide i contendenti in due fazioni piuttosto nette: quelli che sono assolutamente favorevoli (e vengono accusati di essere dei traditori della cultura propria e nazionale) e quelli che invece si oppongono fermamente (e vengono accusati di essere dei conservatori retrogradi e lontani dalla realtà).
Ultimamente, la questione è tornata a farsi animata, soprattutto grazie a certe prese di posizione contrarie all’eccessivo uso di lemmi stranieri e di anglicismi in particolare, e ancor più per un’iniziativa di qualche giorno fa dell’Accademia della Crusca, la quale ha organizzato a Firenze il convegno La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi. Così recitava la presentazione dell’evento:

Possiamo, o non possiamo, dirlo in italiano? Uno degli obiettivi principali dell’Accademia è restituire agli italiani la piena fiducia nella loro lingua in tutti gli usi, compresi quelli scientifici e commerciali, senza combattere battaglie di retroguardia contro l’inglese e consapevoli che il lessico è di per sé la parte più sensibile al mutamento e alle innovazioni di ogni lingua. Questo convegno cercherà di fare il punto sulla diffusione dei neologismi e soprattutto degli anglicismi, anche in riferimento alla situazione degli altri paesi europei di lingua romanza. Ci si chiederà se la reazione delle diverse lingue di fronte al forestierismo sia analoga, o se ci siano differenze da nazione a nazione, da idioma a idioma.

Per quanto mi riguarda, il pensiero che formulo sulla questione è molto semplice e lineare – pure banale, direi: ogni nuovo termine che una lingua può acquisire è benvenuto e prezioso, a patto che per utilizzarlo non se ne eliminino di originali, anche d’altro significato. Ovvero: poniamo che – semplifico numericamente la cosa – l’italiano sia fatto di 1.000 parole e ne arrivassero 200 nuove dall’inglese. Se per questo l’italiano disporrà di un bagaglio aggiornato di 1.200 parole, sarebbe ottima e auspicabile cosa. Se invece la lingua diventasse di 800 termini originali, oltre a quelli nuovi, se non ancora meno dacché le nuove parole potrebbero fare le veci di più d’una originale, allora sarebbe una sostanziale sciagura, culturale e non solo. Insomma, il problema non è l’intrusione di termini stranieri, è la perdita di quelli italiani – perdita causata dagli stessi parlanti la lingua italiana per mera, scarsa consapevolezza del valore della propria lingua. Non c’è alcun problema nel fatto che oggi si usi dire, ad esempio, low cost oppure outlet, termini che rapidamente identificano certe determinate cose, il problema nasce quando la gente non sappia più (ri)tradurre in italiano questi termini, perché ne ha dimenticato l’origine e l’accezione primaria.
In ogni caso, al di là delle valutazioni “istituzionali” della Crusca o di altre realtà preposte a ciò, si possono trovare sul web pure altre iniziative a difesa della lingua italica. Una di quelle più interessanti (e interattive) l’ho trovata su nuovoeutile.it, che con l’aiuto della rete ha stilato una lista di 300 termini inglesi che si potrebbero (e dovrebbero) usare nella loro versione italiana, dotata di pari valore espressivo, quando non superiore. Come denota Annamaria Testa, “curatrice” della lista, “l’idea è trovare alternative italiane realistiche ai forestierismi superflui. E suggerire che qualche volta si può, senza far troppa fatica, dire in italiano quel che, magari per abitudine o pigrizia, si dice in inglese, e dare così un taglio allo stucchevole, provincialissimo itanglese.
Ve la propongo, ribadendo che, sia quel che sia, la questione è valida e importante, dacché se oltre a tutto il resto dovessimo finire per impoverirci pure linguisticamente, beh… Non oso immaginare le conseguenze che subiremmo.
Ovviamente, cliccate sopra l’immagine per leggere la lista in tutta la sua interezza.
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Ma cosa acquistiamo veramente quando compriamo un e-book?

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La recente parificazione di legge dell’IVA tra libri cartacei e e-book ha rimesso in luce – seppur indirettamente, per così dire – la differenza di genere che inevitabilmente esiste tra l’una e l’altra foggia libraria. No, non intendo banalmente che l’una sia fatta di carta l’altra sia in forma digitale; in verità c’è di più, ed è un aspetto che viene pressoché ignorato, sul merito. Ah, faccio subito presente che non esprimo giudizi sulla questione, di alcun genere. La presento per come sostanzialmente è, stop.
Dunque: cosa acquistate veramente quando comprate un e-book sul web? Un libro? No, certo. Un’opera editoriale in formato digitale? Sì, ma in verità no. Comprate – compriamo un servizio o, per meglio dire, un diritto d’uso limitato. Come riporta Dario Bonacina – esperto di tematiche relative al mondo digitale – sul suo blog, “”acquistare un e-book” significa in realtà ottenere una licenza per leggerlo. Non si acquista un libro, ma un diritto, tra l’altro anche piuttosto limitato: l’utente non ha infatti alcun diritto di proprietà sull’e-book, bensì il diritto ad utilizzarlo a vita, senza però poterlo cedere o prestare. E, a dire il vero, anche quel “a vita” è improprio, perché non corrisponde alla vita dell’utente, ma alla vita dell’account.
Niente di segreto, peraltro: è tutto indicato, ad esempio, su Amazon, nelle Condizioni d’uso Amazon Kindle Store:
“Con il download del Contenuto Kindle e con il pagamento dei relativi corrispettivi (comprese le tasse applicabili), il Fornitore di Contenuti ti concede il diritto non esclusivo di vedere, usare e visualizzare tale Contenuto Kindle per un illimitato numero di volte, esclusivamente sul dispositivo Kindle o sull’Applicazione di Lettura, oppure con le diverse modalità previste per il tipo di Servizio, unicamente sul numero di dispositivi Kindle o di Dispositivi Supportati specificati nel Kindle Store ed esclusivamente per tuo uso personale e non commerciale. Il Contenuto Kindle ti viene concesso in licenza d’uso e non è venduto dal Fornitore di Contenuti.”
La cosa è pressoché identica anche per gli altri rivenditori, sia chiaro.
Dunque, comunque andrà a finire la questione IVA – e al di là del fatto che non è certamente un’aliquota fiscale differente a sancire la natura di un media letterario – la stessa rappresenta in ogni caso la prova di una discriminazione più che formale tra ebook e libro cartaceo che per l’utente comporta, oltre ad un eventuale esborso superiore, anche l’impossibilità di esercitare quei diritti che derivano dal possesso di un libro cartaceo (proprietà, possibilità di cessione, prestito, successione, eccetera). Semplicemente perché, con l’acquisto di un ebook, non si acquista un libro. Si compra altro, ma non un libro.
Ribadisco: su tali evidenze non voglio trarre alcun giudizio. Semplicemente credo sia qualcosa che, da consumatori/fruitori di libri digitali, è opportuno conoscere, lasciando il tutto alla vostra considerazione e riflessione.

P.S.: articolo pubblicato anche su CULTORA, qui.