L’ho già affermato, qui, che io Instagram non capisco a cosa realmente serva. Ma ce l’ho, una pagina su tale social, che tuttavia per quanto sopra frequento pochissimo e non aggiorno da tempo perché ogni volta lo facevo, la domanda su che senso avesse ciò che stavo facendo diventava via via preponderante rispetto alla convinzione rispetto al fare – cioè all’aggiornare la mia pagina con nuovi contenuti pur facendolo in modo “alternativo”, se così si può dire.
Be’, devo però dire che ogni tanto mi riaffaccio su Instagram, a vedere che ci succede. E trovo veramente “autosorprendente” il fatto che ogni volta ci torno, passano sempre meno secondi da quando apro il social a quando ci esco esclamando(mi): «Ohmammamia che roba inutile!» (ok, ammetto che sovente uso altre più rudi parole, ma non è il caso di citarle qui, tanto le intuite.)
Ecco. Io veramente non ci riesco a capirlo, Instagram. Non riesco a capire l’uso di immagini prive d’alcun valore, di qualsiasi significato e di qualsivoglia reale matrice social(e) che virtualmente offre la quale invece io credo venga sostanzialmente negata, checché ne creda chi lo usa. Non capisco che gusto ci sia a far scorrere immagini che non mi dicono nulla, salvo quelle di utenti che sanno fare fotografie – ma tali loro immagini direbbero molto a prescindere da Instagram! – con le quali così tante persone credono, sono convinte, sono certe di raccontare qualcosa. Ma a me, ribadisco, non raccontano nulla, anzi, contribuiscono a darmi di quelle persone delle immagini (appunto) non così “onorevoli”.
Mi spiace, eh, sia chiaro! Ci riproverò ancora, in futuro, a tornarci e a tentare di capire ovvero di trovare anche per me un senso a Instagram. Per il momento, tuttavia, ne sono sostanzialmente alieno. Già.
Mario Baudino, su “La Stampa” dello scorso 26 novembre, rende conto dell’irritazione dell’Académie Française – equivalente transalpino della nostra Accademia della Crusca, la quale peraltro le è precedente essendo la più antica istituzione linguistica al mondo – riguardo la diffusione sempre maggiore di quello che a Parigi chiamano “franglese”, ovvero un francese sempre più infarcito di termini anglosassoni, cogliendo la buona occasione del black friday onnipresente e globale dei giorni scorsi.
È pure in Italia una questione ormai vecchia ma sempre assai viva, quella della diffusione di parole inglesi quasi senza alcuna “resistenza” linguistica da parte del lessico nazionale e, ancor più, di chi lo parla – ne ho disquisito più volte anche qui sul blog, in passato – con risultati non di rado grotteschi tanto quanto sconcertanti.
Ovvio che la duttilità della lingua inglese, unita all’ormai comune uso su scala mondiale, offra soluzioni linguistiche facili e d’effetto; d’altro canto la traduzione letterale di “black friday” in italiano sarebbe venerdì nero, definizione che evoca (anche nella traduzione letterale francese, peraltro) e viene utilizzata per giornate ben poco allegre e con accezioni solitamente negative quando non tragiche – provate a pensare a quanti “venerdì nero dei trasporti” vi siano stati durante gli ultimi anni!
Se è sempre affascinante constatare come le parole e le varie definizioni del parlato cambino i propri significati per ciascuna lingua nella quale vengano utilizzate, spesso diventando gli uni antitetici agli altri, è anche da denotare che la rapida e facile diffusione di termini di altre lingue – anglosassoni in primis – è segno di una certa mancanza di vitalità del lessico nel quale si “insediano” e non tanto della lingua in sé quanto del rapporto di essa con chi la parla. Da questo punto di vista, seppur in modo ancora prodromico stante la realtà dei fatti, la questione è pure di carattere identitario: si può in effetti sostenere che uno degli elementi che determina l’identità nazionale, ben più che confini o domini politico-amministrativi, sia proprio la lingua condivisa e parlata, capace di generare coesione culturale e sociale tra gli individui meglio che qualsiasi cittadinanza. Una eccesiva introduzione e diffusione di termini “alieni” dacché provenienti da altre lessici, quantunque diffusi un po’ ovunque, potrebbe dunque minare il suddetto carattere identitario della lingua nazionale; come ho sostenuto altre volte, la cosa in sé non sarebbe un grosso problema se avvenisse in un contesto culturale nel quale la conoscenza e la padronanza della propria lingua madre siano a livelli accettabili, altrimenti sì, può essere un problema ovvero può portare ad un sostanziale aggravamento delle conoscenze linguistiche nazionali diffuse e a un (paradossale) disamore, o quanto meno disinteresse, per la propria lingua, che si ripercuote poi a cascata su altri elementi – la lettura, le capacità espressive e cognitive, il livello di alfabetizzazione diffuso e i relativi fenomeni di analfabetismo funzionale, eccetera.
Per cui ben vengano gli “allarmi” delle varie Accademie linguistiche nazionali riguardo tali fenomenologie, fosse solo per una questione di tenere alta l’attenzione su tale argomento rimarcandone l’importanza pratica per chiunque. D’altronde, come si rimarca spesso in merito, la lingua è un elemento vivo ma è e resta così se e quando viene mantenuta vitale dagli individui che la utilizzano, la parlano avendone cura e consapevolezza lessicale, e ne comprendono il prezioso valore culturale. Non esiste idioma pur vivissimo che non rischi di svanire rapidamente senza chi lo parli e lo scriva con adeguata cognizione di causa: non è solo una mera questione di “black friday” o altro del genere, insomma, ma di non svendere a prezzo fin troppo scontato pure la nostra lingua, convinti di aver fatto un grande affare e invece avendo preso una gran brutta fregatura.
Sembra proprio questo il termine più in voga in questo periodo. Non è stato inventato adesso, sia chiaro, l’uso corrente con l’accezione di “prevalere in modo assoluto sul proprio avversario” – la quale, non si può negare, ha una evidente e inquietante carica aggressiva: ne parla approfonditamente l’Accademia della Crusca in questo articolo dello scorso marzo nel quale appunto, si cita la prima o una delle prime apparizioni del termine con quella accezione, nel 1995 su “La Repubblica” – ma ho la viva impressione che tale uso si stia diffondendo sempre più. La parte politica che vince le elezioni asfalta quella avversa (come al solito, da queste parti, se c’è qualsiasi cosa che possa essere usata in modi e accezioni ben poco nobili, la politica la userà per prima!), l’interlocutore che nel pubblico dibattito mette in difficoltà l’altro interlocutore lo asfalta, la squadra di calcio che vince nettamente sull’altra la asfalta, ma pure nel colloquio quotidiano, il tizio che si fa mettere in piedi in testa dal suo capo o che soccombe in una discussione con chicchessia viene asfaltato.
Ecco.
Colgo tutto questo proliferare di asfalto e di asfaltate, un po’ ovunque, e mi chiedo: ma allora perché le strade italiane sono talmente malmesse, piene di crepe, buche, voragini? Non è che l’asfalto necessario a renderle di nuovo accettabili e degne d’un paese civile e avanzato è stato inopinatamente dirottato altrove, ad “asfaltare” tutt’altro?
O forse – visto che la politica la utilizza così tanto, questa terminologia – è solo un sistema per far credere che di asfaltature in Italia se ne facciano tante e ovunque, tacciando così di falsità qualsiasi automobilista che se ne lamenti?
Capisco di essere nella fase della vita in cui la visione del mondo è mediata – o forse è mescolata – tra quella del retaggio giovanile e quella dell’evoluzione senile, quando vedo in giro gente che sta facendo una certa cosa e sempre metà della mia mente formula l’osservazione «Ma che fa quello? Risponde a una telefonata tenendo in quel modo stupido il cellulare?» mentre l’altra intuisce che il tizio sta inviando un “vocale” con Whatsapp – ma solo qualche istante dopo che la prima metà formuli quella considerazione.
Già.
P.S.: devo ammettere che c’è pure una residuale parte della prima metà che di primo acchito suggerisce che quella cosa in cui sembra che parli la gente nelle situazioni suddette sia una calcolatrice, non un moderno smartphone.
E niente, siccome io Instagram continuo a non capire a cosa serva, salvo che alla promozione di luoghi turistici e/o commerciali, ai fotografi bravi e ai personaggi pubblici che vivono della propria immagine (definizione che, per quanto mi riguarda, concerne ben poche figure e certamente nessuno di quegli “influencer” del piffero, che peraltro a me influenzano come un topo vegano influenzerebbe un gatto affamato), alla fine, visto che ci sto e posta tale mia ignoranza o ottusità, ho deciso che lo utilizzerò nel modo in cui non dovrebbe essere utilizzato: scrivendoci molto e pubblicando poche immagini.
Perché è vero che oggi l’immagine conta molto – buona parte della nostra civiltà ormai si basa sulla mera apparenza, non più sulla concreta sostanza – ma è pure vero che qualsiasi pur bella immagine senza un buon contenuto espressivo vale come un palloncino colorato pieno d’aria che svolazza in cielo: carino sì, ma prima o poi inesorabilmente scoppia, e non resta più nulla.