Passeggiare nelle leggende – delle Dolomiti e non solo

[Foto di Francesco Cirelli da Pixabay]

Provate a immaginare una serie di racconti in stile “fantasy”, una serie di narrazioni con tanto di nani, streghe, belle ondine e silfidi, creature mostruose e antropomorfe. Aggiungete a questi racconti i veri nomi delle cime dolomitiche, i toponimi di boschi, prati e sorgenti che potete visitare concretamente, e otterrete un’idea abbastanza seducente delle leggende delle Dolomiti. A differenza di altri corpi mitologici o dei racconti fantastici, le leggende delle Dolomiti non riducono la loro offerta di suggestione e incanto al solo approccio intellettuale. Una passeggiata in un bosco diventa infatti più affascinante se possiamo riconoscere in una radura il luogo di un’antica battaglia di cavalieri o la dimora di una strega; ed è viceversa più coinvolgente conoscere una leggenda quando in essa sono racchiuse le descrizioni di paesaggi, luoghi e situazioni che ricordiamo e di cui possiamo progettare una viva esperienza.

[Giovanni CenacchiDolomiti cuore d’Europa, Hoepli Editore, 2021, postfazione e cura di Giuseppe Mendicino, pag.56. La mia “recensione” dei libro è qui.]

Proprio come scrive Cenacchi per le Dolomiti – ambito montano particolarmente vocato alla manifestazione del “leggendario”, stante la loro peculiare, affascinante bellezza – tutte le montagne sono ricche di racconti fantastici, e la loro sussistenza nella nostra epoca “iper razionale” (invero spesso tale in modo parecchio presunto e alquanto irrazionale, paradossalmente), che da molti è intesa con superficialità, quasi che si trattasse solo di favolette per bambini, è invece fondamentale per la stessa sussistenza del valore culturale delle montagne, soprattutto se considerato dal punto di vista antropologico. Tanto più che quasi sempre nelle leggende sono cristallizzate storie, memorie, credenze e saperi ancestrali sui quali si fonda l’essenza più profonda dei luoghi montani in questione e che rappresentano la “voce” del Genius Loci: sottovalutarle superficialmente, ignorarle o dimenticarle è la prima banalizzazione che si rischia di imporre alla montagna e l’atteggiamento meno consono a cogliere e godere di tutto il suo fascino. Il quale va ben oltre la mera razionalità intellettuale, che semmai può e deve essere strumento per percepire cosa c’è oltre: ed è moltissimo, ben più di quanto si possa immaginare o, per meglio dire, fantasticare, ecco.

Una cartolina dalla Val Poschiavo

«C’era in cima al pendio che declina in boschi e prati dal Sassalbo verso il lago di Poschiavo, un’alpe; la quale, fossero i sassi di cui una volta era ingombro, fossero le belle rocce del Sassalbo che vi risplendevano sopra, si chiamava (e ancora si chiama) Sassiglione. Lassù s’erano raccolti un bel giorno i pastori a fare il burro. Mentre se ne stavano a lavorar di lena, chi ad affaticarsi presso la zangola, chi a sbracciare ne’ tini dentro la bella pasta del burro che ben si rappigliasse, ecco arrivare una frotta di quei selvaggi. Come se fosse apparso il diavolo! I poveri restarono tutti senza fiato a guardare i musi d’orso dei sopraggiunti. Costoro invece come se fossero gente di casa, dan mano al latte, lo versano nelle zangole e in men che non si dica ne cavano il più bel burro biondiccio e compatto da far gola anche a un morto. Eppoi addosso al siero del latte, lo riversano nelle caldane, fanno fuoco, soffiano, mestolano e alla fine davanti agli occhi dei pastori intontiti ne vuotano gran copia di bella cera profumata e limpida. E cociando allegramente ripartano via all’improvviso come erano venuti. E gli uomini tant’erano spaventati e stupiti, nemmeno seppero ricordarsi dello strano gioco e, prova e riprova, essi non riuscirono mai a cavar dal siero del latte la preziosa cera delle api.»

Questa è una delle più suggestive leggende sul tema dell’Uomo Selvatico, che da qualche tempo sto indagando e studiando per il suo notevole valore emblematico rispetto all’ambito culturale montano. Uno dei tratti comuni di queste narrazioni vernacolari è la testimonianza della sapienza ancestrale posseduta dai selvatici, in particolare circa l’arte casearia, che trasmettono agli umani i quali si dimostrino amichevoli; la leggenda poschiavina offre una curiosa variante a tale narrazione.

La montagna dalle rocce chiare ritratta nella cartolina (la cui immagine viene da qui), è proprio il Sassalbo citato nella leggenda – oronimo che significa giustappunto “sasso bianco” – la cui mole domina buona parte della Val Poschiavo, uno dei territori della Svizzera italiana posti sul lato meridionale dello spartiacque alpino. La posizione della valle, sorta di ponte geografico, storico e culturale tra la regione culturale italiana e quella elvetico-germanica, ha probabilmente agevolato la generazione di narrazioni di matrice mitico-leggendaria con protagonisti streghe, santi, salvanchi (così vengono chiamati in zona i selvatici) e creature variamente fantastiche, delle quali la zona è oltre modo ricca. Se ne volete sapere di più, al riguardo, qui trovate un bel volume che tratta l’argomento.

Viva Halloween!

[Foto di David Menidrey da Unsplash.]
Sinceramente, fatemi dire: ebbbasta con questo solito blaterare su Halloween, che “non è una nostra festa”, che è “un’americanata”, che va “abolita” (?) e compagnia cianciante! Uff!

Al di là del fatto che la sua storia la si deve considerare determinata o indeterminata esattamente come quella di tante altre ricorrenze la cui origine si perde e sfuma nei secoli, e che criticarne così sguaiatamente la “celebrazione” dimostra un’alienazione non indifferente e parecchio molesta, io ascolto divertito mia madre ottantenne che ricorda e mi racconta di quando era bambina e il nonno – il mio bisnonno – nella notte di Ognissanti metteva al portone del cortile di casa una zucca con un lumino acceso dentro «per tenere lontani i diavoli che in quella notte vagano liberamente». Una tradizione assai diffusa un po’ ovunque, in Italia, insieme a tante altre di simile e antica natura che si rinnovavano in queste notti e poi forzatamente cristianizzate, ma senza che ciò abbia cancellato le loro arcaiche origini pagane.

In fondo, come ha scritto Stephen King (uno assai titolato a parlare di questi temi, almeno letterariamente!), Halloween

È il giorno in cui ci si ricorda che viviamo in un piccolo angolo di luce circondati dall’oscurità di ciò che non conosciamo. Un piccolo giro al di fuori della percezione abituata a vedere solo un certo percorso, una piccola occhiata verso quell’oscurità.

(L’orrore secondo Stephen King, a cura di Tim Underwood e Chuck Miller, traduzione di Luca Guerneri, Arnoldo Mondadori, Editore, 1999, pag.60.)

Incantesimi e anatemi

Quando ho letto sul web la notizia a cui l’immagine fa riferimento (la potete leggere anche qui, direttamente dal sito de “Il Corriere”) io, che non sono un lettore dei volumi della saga creata da J. K. Rowling (ma non per dispregio, anzi, semplicemente non sono il mio genere letterario preferito), ho subito pensato: caspita, ora vado in libreria, acquisto uno dei libri di Harry Potter, leggo uno degli incantesimi e lo lancio contro quel reverendo e tutti quelli come lui. Metti caso che abbia veramente ragione, e il tizio coi suoi sodali sparisca nel nulla o si trasformino, che so, in grufolanti maiali!
Se invece non avesse ragione, be’, ne uscirebbe comunque perdente. In fondo come sempre accade a tutti quelli che la pensano in questo modo, su questa vicenda e su ogni altra. Amen!