Se 150 anni fa c’era più cultura del paesaggio di oggi: quando a Milano le montagne si potevano ammirare “per legge”…

Non amo affatto il passatismo, e non penso proprio – come fanno tanti per mera convenzione e moda – che “si stava meglio quando si stava peggio”. Tuttavia resto a volte stupito – in senso negativo – per come nel passato vi fossero (e rappresentassero la norma, nella forma e nella sostanza) esempi sublimi di cultura e di senso civico-estetico che oggi abbiamo totalmente dimenticato, e non sempre per inevitabile forzatura generata dall’avanzare del tempo.
Ne ho scoperto di recente uno di questi esempi, che mi ha colpito particolarmente in quanto riferito a zone e paesaggi che conosco molto bene: a Milano, nel XIX secolo, c’era una saggia disposizione edilizia denominata Servitù del Resegone. In sostanza era un vincolo normativo comunale che imponeva agli edifici a nord dei bastioni di Porta Venezia di non superare l’altezza di 2-3 piani, in modo da permettere di ammirare il suggestivo panorama offerto dalle Prealpi lombarde.
Sui bastioni e in corso Buenos Aires, allora chiamato Stradone di Loreto, c’era un notevole passaggio di carrozze: i signori venivano a fare la passeggiata per respirare aria fresca e, nelle giornate terse, per ammirare lo spettacolo delle Grigne e del Resegone (tra le più note montagne delle Prealpi in questione), con la particolare geomorfologia a denti di sega di quest’ultimo – immortalata da Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi – che finì per dare il nome a quella norma edilizia.
Praticamente nella Milano di 150 anni fa e più già era riconosciuto, e sancito per legge, il valore estetico (in senso filosofico) e sociologico del paesaggio: un qualcosa del quale ai giorni nostri si è ottenuto un analogo riconoscimento solo con la legge 9 gennaio 2006 n. 14, che ha ratificato la Convenzione Europea del Paesaggio e che, dopo decenni d’incertezza, ha affermato in modo chiaro che il paesaggio è costituito essenzialmente dalla percezione del territorio che ha chi ci vive o lo frequenta a vario titolo e viene altresì detto che le persone hanno il diritto di vivere in un paesaggio che risulti loro gradevole. E la meravigliosa veduta delle Prealpi Lombarde – soprattutto d’inverno, luccicanti di neve – dal centro di una metropoli come Milano era senza alcun dubbio (e sarebbe ancora oggi, assolutamente) qualcosa di più che gradevole!

Milano_1840(Milano intorno al 1840. Sullo sfondo le vette delle Grigne e del Resegone.)

Per la cronaca, il primo palazzo che infranse questo vincolo fu Palazzo Luraschi, così chiamato dal nome del suo costruttore. Era un imponente palazzo di 8 piani, costruito nel 1887 sull’area dell’ex Lazzaretto, tuttora presente in corso Buenos Aires e per la cui costruzione, novità quasi assoluta per l’Italia, fu utilizzato il cemento armato. Ma bisogna anche ricordare che l’ingegner Luraschi, quasi a scusarsi con i milanesi di aver nascosto il Resegone, una montagna molto cara ai suoi concittadini perché legata indissolubilmente alle celeberrime vicende letterarie manzoniane, nel cortile interno sopra le colonne recuperate dal vecchio Lazzaretto fece mettere 12 busti che ricordano i più famosi personaggi de I Promessi Sposi.
Inutile dire che oggi la skyline di Milano ormai s’è fatta un gran baffo di quella Servitù del Resegone. Inevitabilmente, come detto, per certi aspetti; e tuttavia è altrettanto inutile rimarcare che ormai da tempo abbiamo perso – o, se preferite, ci hanno fatto perdere – un buon legame con il paesaggio che abbiamo intorno e nel quale viviamo. Paesaggio che è primario elemento culturale, sia chiaro, per come formi il nostro sguardo, la nostra percezione dello spazio vissuto, per come ne determini il valore estetico e dunque, per tutto ciò, per come partecipi a generare la nostra stessa identità di individui in interazione con esso. E il risultato dello smarrimento del suddetto legame tra di noi e il nostro paesaggio è sotto i nostri stessi occhi, in forma di sfregi, disastri, dissesti ambientali, ma è pure dentro di noi – anzi, non lo è, ovvero lo è in forma di assenza del suo fondamentale valore estetico e sociologico/antropologico, appunto – noi privati della sua bellezza, del poterlo ammirare, e di quanto bene potrebbe fare al nostro animo tale ammirazione.
Dunque ben vengano i grattacieli e le opere d’arte architettonica delle archistar, ma la grande, infinita nostalgia per quella vecchia Servitù del Resegone – e per tutte le situazioni analoghe, ovunque siano – da nulla potrà essere dissolta.

INTERVALLO – Sarajevo (Bosnia Erzegovina), Biblioteca Nazionale


Inevitabile dedicare un articolo di questa sezione denominata Intervallo alla Biblioteca Nazionale di Sarajevo e alla sua recente riapertura (è stata inaugurata lo scorso 9 Maggio 2014), un evento di altissimo valore simbolico per quanto la biblioteca ha subìto e, di conseguenza, ha rappresentato – suo malgrado – non solo nella storia della Guerra di Jugoslavia ma, lo si può ben dire, per l’intera vicenda culturale europea moderna.
Cliccate sull’immagine per saperne di più, oppure QUI per leggere un interessante articolo di approfondimento sulla storia della biblioteca, dal sito balcanicaucaso.org.

1914-2014, centenario della Grande Guerra: a cosa serve commemorarlo?

Come certamente saprete, in questo 2014 si commemora il centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, un evento che ha cambiato in modo fondamentale le fattezze geopolitiche del Vecchio Continente – anche più del secondo conflitto mondiale – e che in Italia ha contributo, nel “bene” (se mai se ne può trovare, in una guerra!) e nel male, a formare un considerabile concetto di nazione forse per la prima volta dalla proclamazione dello stato unitario, con tutte le conseguenze sociali e sociologiche che ne derivarono.
Inutile dire che, stante i fronti di scontro generatisi durante il conflitto, l’Italia fu uno degli stati più coinvolti, soprattutto nelle regioni settentrionali confinanti con l’Impero Austroungarico, dunque è doveroso augurarsi che il nostro paese commemori l’anniversario nel modo più degno e compiuto possibile, così come già hanno cominciato a fare, istituzionalmente, altri stati europei. Ancor più tale augurio è doveroso se constatiamo quanto purtroppo poco attiva, dalle nostre parti, sia la memoria riguardo la storia nazionale: ne conserviamo poca per fatti recenti, figuriamoci per eventi vecchi di 100 anni, periodo che nel corso della storia rappresenta un nulla ma che alla considerazione pubblica contemporanea appare come qualcosa di arcaico e lontanissimo. Ciò genera anche un potenziale disinteresse verso tali anniversari, circa i quali molti si chiedono il senso del commemorarli, del dover a tutti i costi onorarne la storia quand’essa sia inequivocabilmente passata e ormai apparentemente priva di effetto, per noi cittadini del ventunesimo secolo. Insomma: perché commemorare fatti di cent’anni fa? A cosa serve?
Tali domande, che non di rado colgo in giro e che rappresentano il fulcro della questione che vi sto sottoponendo, in verità palesano esse per prime quella condizione di disinteresse nei confronti della nostra storia che indubbiamente è tra gli elementi provocanti il degrado – per usare un termine molto in uso su tali temi – della società in cui viviamo e dei suoi valori – altro termine strausato e super abusato. Indotti dai modus vivendi in voga oggi a vivere costantemente alla giornata, ignorando il passato e trascurando il futuro, e a considerare la storia al pari di una zavorra che ci appesantisca l’esistenza quotidiana come un professore barboso e cattedratico appesantisce una lezione a scuola, non ci rendiamo conto di una cosa banalissima tanto quanto fondamentale: noi tutti veniamo dal passato, con esso abbiamo costruito il presente e dovremmo programmare il futuro, possibilmente meglio rispetto a certi errori nel passato commessi e che proprio la storia ci riporta alla memoria. In altre parole, si potrebbe dire che la consapevolezza storica del nostro passato è il primo elemento di costruzione della nostra identità; ergo, la trascuratezza ovvero l’ignoranza di esso è altrettanti primo elemento di indebolimento e di sfaldamento dell’identità stessa.
Come ha detto di recente Giorgio Agamben, senza dubbio uno dei filosofi contemporanei più attenti all’analisi delle dinamiche sociali in chiave storica del nostro paese, “Gli europei incontrano sempre la verità nel dialogo con il proprio passato. Per noi il passato non significa solo un’eredità o una tradizione culturale, ma una condizione antropologica di fondo. Se ignorassimo la nostra storia potremmo solo penetrare nel nostro passato in maniera archeologica. Il passato diventerebbe per noi una forma di vita distinta. In questo consiste l’Europa. E in questo risiede la sua sopravvivenza.” (La crisi perpetua come strumento di potere. Conversazione con Giorgio Agamben, “Il lavoro culturale”, 2 ottobre 2013). Ovvero, ricordare un anniversario come quello relativo ai 100 anni dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, non è soltanto un rendere onore alla storia in sé e a chi ne fu protagonista, ma significa in qualche modo ricordare cosa noi siamo e perché lo siamo. Significa rimarcare in modo giammai superficiale e demagogico bensì storicamente determinato e paradigmatico la nostra identità, e in senso antropologico in primis, non certo con altre accezioni più banali e retoriche (che in tali casi finiscono troppo spesso per sfociare in uno sciovinismo vacuo e abbastanza ridicolo).
Per questo mi viene di rispondere a quelle domande poste poco sopra in tal modo: è doveroso commemorare eventi storici come il centenario della Grande Guerra perché attraverso di essi ricordiamo chi siamo. La forma di tale commemorazione sarà poi scelta e volontà individuale, e io credo che già un ottimo modo di commemorare sia dato dalla conoscenza e dalla consapevolezza di quella storia. Non sono certo i monumenti e i mausolei a dover ricordare, semmai essi sono suggestivo e necessario stimolo per non dimenticarci di ricordare, ecco.
Dunque, lo ribadisco di nuovo, mi auguro che l’Italia non si dimentichi di ricordare come si deve questo anniversario: come si è visto, è un dovere non tanto verso il proprio passato ma ben più per il presente e il futuro della sua società, e di tutti noi.

P.S.: nell’immagine in testa al post, una carta geografica a soggetto politico dell’Europa con note di Walter Emanuel, disegnata e stampata da Johnson, Riddle & Co. a Londra e pubblicata nel 1914 ca da G. W. Bacon. Descrive e raffigura le tensioni politiche in Europa all’inizio della Prima Guerra Mondiale definendo gli stati attraverso rappresentazioni canine. Per ulteriori info cliccate qui.

P.S.2: da par mio, sto dedicando alcune puntate del mio programma radiofonico Radio Thule al tema della Grande Guerra e del centenario. Come al solito, trovate il podcast di esse nella pagina dedicata al programma.

Se il gergo non fa altro che istupidire la gente (Tom Robbins dixit #2)

Tra gli uomini, l’incapacità di percepire correttamente la realtà è spesso responsabile di comportamenti anomali. Ogni volta che alla parola capace di descrivere accuratamente un’emozione o una situazione si sostituisce un termine gergale, sciatto e multiuso, si pregiudica il proprio orientamento nella realtà e ci si spinge sempre più lontano dalla riva sulle acque caliginose dell’alienazione e della confusione.
La parola “forte”, per esempio, ha una connotazione ben precisa. “Forte” significa “gagliardo, robusto, resistente”. Come parola, è uno strumento prezioso per descrivere una persona, un attrezzo, un tessuto. Quando però viene applicata in modo generico e inappropriato, come nell’uso gergale, non fa che oscurare la vera natura della cosa o della sensazione che dovrebbe rappresentare. Si trasforma in una parola-spugna, dalla quale si possono strizzare significati a secchiate, senza mai sapere quali sono quelli giusti. Quando una persona dice che un film è “forte”, non ti dà il minimo elemento per capire se la storia è divertente, tragica, avvincente o romantica; se la fotografia è splendida, la recitazione sentita, la sceneggiatura intelligente, la regia magistrale, o se piuttosto la protagonista aveva una scollatura per la quale varrebbe la pena di morire. Il gergo possiede un’economia e un’immediatezza che possono senz’altro avere le loro attrattive, ma svalutano l’esperienza standardizzandola e offuscandola, frapponendosi tra l’umanità e il mondo reale come un… un velo. Il gergo non fa altro che istupidire la gente, punto e basta, e la stupidità alla fine genera la follia.

(Tom Robbins, Coscine di Pollo, B.C.Dalai Editore 2010, traduzione di Bernardo Draghi, pag.82-83.)

Una piccola ma intensa lezioncina di semantica in perfetto Tom Robbins style. Che mi trova perfettamente concorde, dacché la generale scarsa attenzione al senso e al significato delle parole, e la conseguente perdita di ricchezza linguistica, è un’altra deleteria sconfitta della nostra società contemporanea.
E a breve, qui nel blog, la recensione del romanzo sopra citato.

Libro vs ebook: ne resterà soltanto uno? Macché, nient’affatto!

e-finita-libro-sei-una-tecnologia-inferiore
L’avrete forse già vista in giro, questa divertente e sagace vignetta, la quale nella sua ironia cela probabilmente il senso del destino dei due oggetti che ad oggi sono LA letteratura – il libro di carta, dal passato ai giorni nostri, l’ebook dai giorni nostri fino ad un futuro più meno prossimo/anteriore/lontano. Ed è un po’ lo stesso destino – mi viene da pensare – che caratterizza il videogioco per il bambino contemporaneo, per il quale quello è il gioco, appunto, l’oggetto che direttamente e indubitabilmente lo rappresenta e lo offre, finché lo stesso bambino si ritrova di fronte una scatola di Lego, od altro di simile “antico” genere, e resta sconcertato di come quelle costruzioni all’apparenza rozze e primitive possano invece regalare un divertimento pari, se non superiore, a quello dell’amata consolle.
Ad oggi non è ancora nata la generazione per la quale il termine “libro” viene direttamente associato ad un lettore digitale e ad un relativo file; il libro è ancora quell’oggetto di carta con la copertina più o meno colorata, le pagine scritte ed eventualmente le figure. Credo dovranno passare ancora un paio di generazioni, almeno, affinché si realizzi quel cambiamento, ma la strada è segnata, e contrastarla credo sia un esercizio di futile ottusità. Tuttavia, sono ugualmente convinto che il libro di carta non ha affatto il destino segnato, anzi, che la diffusione sempre crescente dell’ebook potrebbe nuovamente illuminarne l’infinito e immortale fascino, e soprattutto a chi, tra qualche tempo, lo osserverà più come un oggetto vintage.
Eppoi, proprio come illustra così bene quella vignetta e al di là della banalità (pragmatica, però!) della cosa, persino tra 100 o 1.000 anni un ebook che voli da balcone di casa si frantumerà, mentre il libro di carta tutt’al più si sgualcirà un poco. Insomma, la sua bella (se pur piccola) dose di immortalità al libro nessuno mai gliela toglierà!

P.S.: E se a un bambino contemporaneo non piacessero i Lego o altri giochi del genere, beh, mi preoccuperei seriamente per lui!