Anche la montagna è una “merce” che si può vendere?

[Immagine tratta dal sito web di Stefano Ardito, che offre una bella riflessione sul tema dei nuovi rifugi alpini.]

I luoghi a evoluzione parzialmente naturale, che conservano ancora una ricchezza biologica diversificata e protetta, sono rimasti pochi. Se anche questi territori, rimasti fuori dallo sfruttamento intensivo dell’ultimo secolo, vengono intesi come merci da “mettere a valore” si trasformano automaticamente in oggetti di pregio come ogni bene sparso sui mercati internazionali. Lo ha ampiamente dimostrato anche il periodo post-Covid, nel quale i viaggi internazionali sono stati in parte interdetti e molti turisti si sono rivolti alle risorse territoriali raggiungibili in loco, invadendo le località turistiche di montagna. Di fronte a questa crescita della domanda di servizi turistici anche una parte dei gestori di rifugi alpini sembra aver perso di vista qual è la loro funzione originaria, e quale dovrebbe continuare ad essere all’interno di territori fragili e pericolosi. Ma l’incremento dei ricavi e dei profitti sembra attirare molto di più di ogni impegno etico per mantenere territori di grande pregio naturale così come sono e lasciarli in eredità ai posteri. […] Una cosa è certa: quando i luoghi dell’anima, dove gli individui entrano in contatto con la propria natura biologica e spirituale, saranno ridotti a merci qualcuno si arricchirà ma tutti noi saremo più poveri.

[Da Montagna per tutti, montagna di pochi, di Diego Cason, pubblicato il 4 maggio 2023 su Rivistailmulino.it. Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere l’articolo nella sua interezza.]

Si può considerare uno spazio di grande pregio naturale non antropizzato posto in montagna, magari oltre i 2000 m di quota, “vendibile” come qualsiasi altro, dunque come fosse una “merce”? Ma se il valore di una merce è determinato anche, se non soprattutto, dalla sua riproducibilità e della conseguente disponibilità, e se un certo spazio naturale non può essere riprodotto in quanto reso unico dalle proprie peculiarità – tanto più nella geografia montana, con le sue morfologie sempre differenti che determinano differenti caratteristiche locali, non solo paesaggisticamente – come si può dare un valore a uno spazio in montagna al punto che possa essere venduto e comprato? Come si può rendere “stimabile” ciò che a tutti gli effetti è inestimabile?

P.S.: su tematiche simili e correlate all’articolo qui citato ne ho scritto qualche mese fa qui.

Montagne che così nemmeno in Norvegia ce ne sono

[Immagine tratta da www.avventurosamente.it.]

Sono persuaso che una simile zona sciistica non esiste nell’Europa Centrale e che nemmeno quella della Norvegia più decantata, un Finse ad esempio, non abbia la varietà di pendii e di tinte di questo Campo Imperatore, illuminato da quel caldo sole d’Italia che i nostri amici di lassù mai avranno.

[Aldo Bonacossa, Gran Sasso d’Italia, paradiso dello sci, ”Rivista Mensile del CAI”, 1923; citato in Stefano Ardito, “Più bella del Nuvolau di Cortina”, su “La Rivista del Club Alpino Italiano” nr°1, marzo 2023. Nelle immagini, due visioni panoramiche invernali e estive dell’altopiano di Campo Imperatore.]

Stefano Ardito, nell’articolo qui sopra menzionato, racconta dell’esplorazione sciistica del Gran Sasso d’Italia da parte del leggendario conte Aldo Bonacossa, figura imprescindibile nell’alpinismo del Novecento e per la conoscenza delle montagne italiane. D’altro canto, indirettamente (ma nemmeno troppo) Ardito rimette in luce la bellezza peculiare e per molti versi straordinaria di quella parte d’Appennino, dal fascino intenso e potente, il quale realmente ricorda regioni lontane e più “esotiche”: l’Europa Centrale o la Norvegia secondo Bonacossa, mentre a me vengono in mente certi altopiani dell’Asia centrale – con le dovute proporzioni ovviamente.

[Foto di Lilloleonardo, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
D’altro canto tutti gli Appennini sono monti fantastici, che da lontano – cioè da quassù dove sto io, sulle Alpi – mi pare di percepire ancora (al netto dei locali) troppo poco considerati, poco apprezzati, dall’anima montana potente eppure scarsamente intesa. Come se soffrissero d’una sorta di soggezione nazionale nei confronti delle più imponenti Alpi, quando invece gli Appennini e la catena alpina hanno in fondo una sola cosa in “comune”: la Bocchetta di Altare, ove le due dorsali si originano. Per il resto gli Appennini sono un mondo montano peculiare, una catena “mediterranea” dalle cui sommità è quasi sempre visibile il mare – o più d’uno – con paesaggi di eccezionale bellezza e interesse generati anche da una relazione dell’uomo con i territori per molti aspetti più articolata e profonda di quanto accaduto per le Alpi. D’altronde, se in Italia di wilderness si volesse parlare, anche empiricamente, verrebbero in mente certi angoli appenninici più che altri alpini: territori che conservano un’anima naturale ancestrale entro la quale spesso la civiltà umana sembra lontanissima, a volte anche del tutto assente.

Insomma, c’è assolutamente da ritornare sui passi del conte Bonacossa, lombardo doc (di famiglia pavese) che dalle “sue” Alpi scese spesso a esplorare gli Appennini trovandovi sempre cose notevolissime, e lo dico innanzi tutto a me stesso. Offrono spazi e paesaggi ineluttabili, nei quali spero di vagabondare presto.

L’Italia è tutta un monte (ma la politica non lo sa)

Di frequente, quando ci si ritrova a discutere delle problematiche delle montagne italiane, tocca constatare la scarsa attenzione ormai cronica della politica verso i territori montani, considerati da troppo tempo mere “aree marginali”, fatti oggetto di interventi di natura emergenziale ovvero decontestuale e comunque verso i quali non vengono dedicate autentiche progettualità di sviluppo strutturate nel tempo che sappiano valorizzare le loro infinite potenzialità in termini economici, sociali, culturali, ambientali. Parimenti si denota come nei decenni la gestione politica (nel senso virtuoso del termine) dei territori montani sia stata via via tolta alle comunità residenti per essere accentrata nei luoghi del potere politico-istituzionale, spesso idealmente “lontani” dai monti e pressoché ignari delle loro realtà, delle necessità, dei bisogni, delle opportunità e dei rischi lassù presenti.

Eppure basta guardare un’ordinaria carta geografica dell’Italia per comprendere che le terre emerse del paese sono quasi del tutto “montagna”, che inizia ovunque appena oltre i litorali e resta ben presente anche nelle principali zone pianeggianti – la Pianura Padana non è altro che una valle fluviale particolarmente ampia tra due catene montuose, in fondo. Addirittura, basta un buon teleobiettivo per considerare che pure Roma, la capitale politica del paese che spesso viene additata come il simbolo massimo della centralizzazione del potere a scapito delle comunità locali, è una città coi monti poco distanti e ben visibili dietro i suoi monumenti: lo dimostra bene la sublime immagine sopra pubblicata (presa da qui) di Stefano Ardito, figura di primaria importanza della cultura di montagna italiana, nella quale dietro la Torre delle Milizie, l’Altare della Patria e Santa Maria in Aracoeli si vedono perfettamente le vette del massiccio del Sirente-Velino (distanti circa 81 km in linea d’aria dal Gianicolo, misurati su Google Earth). E questo proprio perché le montagne in Italia sono ovunque e vicine a ogni cosa: probabilmente in nessun punto del paese si può scattare un’immagine fotografica nella quale una qualche sommità montuosa non sia visibile, ovvero nella quale non sia presente e dunque rilevabile, valutabile, considerabile la realtà delle montagne italiane con tutto ciò che la compone – e che ne deriva in termini di governo e gestione, appunto. Restarne “lontani”, dunque, non è solo un atto di trascuratezza politica ma pure di dissennatezza civica che uno stato il quale si consideri “progredito” non può permettersi in nessun modo.

Anche per tali motivi la scarsa attenzione della politica istituzionale italiana nei confronti dei territori di montagna è assolutamente deprecabile, e lo diventa in modo sempre maggiore con il passare del tempo e con l’acuirsi di molte delle problematiche di cui la montagna italiana soffre – problemi che tali risultano spesso proprio perché mal gestiti o trascurati da decenni, di frequente per lasciare spazio a interventi del tutto fuori contesto, irrazionali e degradanti. Possiamo sperare che questa situazione cambi, d’ora in poi? Be’, dal mio punto di vista dobbiamo sperarlo, anzi, dobbiamo pretenderlo: perché come ha scritto di recente Luca Calzolari in questo articolo, se la montagna soffre soffriamo tutti. Anche se non soprattutto in città, già.

Sul rifacimento del Rifugio Petrarca in Val Passiria

A volte si possono riscontrare in circolazione notizie e immagini relative alla ristrutturazione di rifugi di montagna che destano parecchi dubbi, soprattutto in merito all’integrazione – non solo dal punto di vista estetico – degli edifici rinnovati con l’orografia, l’ambiente e il paesaggio circostanti. Non serve rimarcare che il rifugio di montagna non è un edificio come un altro, e qualsiasi intervento edile, architettonico o strutturale deve innanzi tutto fondarsi su una compiuta e consapevole sensibilità nei confronti del luogo in cui si trova, per il quale deve necessariamente rappresentare un elemento armonico, contestuale, dialogante con tutto quanto abbia intorno, sia di materiale e sia di immateriale – la storia del luogo, ad esempio.

Per citare un caso recente, ha generato non poco dibattito la costruzione del nuovo Rifugio Santner al Catinaccio (lo vedete qui sotto), criticata da molti e pure io sono tra quelli che la trova brutta e esteticamente decontestuale rispetto al luogo nel quale è stata edificata oltre che pensata per una fruizione decisamente poco “alpina” e molto “urbana” della montagna.

[Immagine tratta dal sito web di Stefano Ardito, che offre una bella riflessione sul tema dei nuovi rifugi alpini.]
Negli stessi giorni in cui veniva inaugurato il nuovo Rifugio Santner, è stato aperto anche il ricostruito Rifugio Petrarca / Stettiner Hütte (nelle immagini in testa al post e qui sotto), posto a 2875 m nel cuore del Parco naturale Gruppo di Tessa, edificato sul posto della precedente struttura distrutta da una valanga. Ecco, questa è una ristrutturazione che invece a me sembra di notevole livello, dotata di numerose interessanti peculiarità e capace di porre in dialogo la struttura, nonostante le sue notevoli dimensioni, con il particolare ambiente di alta montagna circostante (unico dubbio: l’uso del cemento armato prefabbricato per il rivestimento esterno, ma ne comprendo la funzionalità). Un progetto certamente innovativo e esemplare che può rappresentare un modello architettonico interessante tanto per gli addetti ai lavori quanto per qualsiasi fruitore della montagna, al fine di generare un’adeguata consapevolezza nei confronti della qualità (non solo estetica, ribadisco) degli interventi in quota che di rimando serva agli amministratori pubblici e ai soggetti privati da importante indirizzo di condotta per questi lavori.

Ovviamente posso ben capire che non tutti siano d’accordo con queste mie considerazioni e alcuni rimpiangano le vecchie case tradizionali: è comprensibile, d’altro canto, se innovazione ci deve essere e io credo che ci debba essere in ogni attività umana al fine di creare nuove tradizioni – come dice quel noto motteggio – restando al passo con i tempi senza correre più veloce ma senza nemmeno restarne indietro, penso che quello proposto dal nuovo Rifugio Petrarca sia uno dei migliori esempi al riguardo.

Trovate alcuni approfondimenti sul progetto del rifugio in questo articolo tratto da cantieridaltaquota.eu, insieme a considerazioni su altri recenti lavori a rifugi alpini – tra le quali noterete un giudizio sostanzialmente positivo, dal punto di vista progettuale, del nuovo Rifugio Santner, il che dimostra che il dibattito sul tema è comunque vivo e ciò auspico possa essere un elemento favorente il buon senso critico al riguardo.

Un paesaggio “stuprato”

Ogni volta che passo da Casale San Nicola, ai piedi del Paretone del Corno Grande, penso che la parola “stupro” sia l’unica adatta a definire ciò che è stato fatto a questo borgo abruzzese con la costruzione della A24 Roma-L’Aquila-Teramo, che sorvola letteralmente le case. Sessant’anni fa, quando sono stati progettati l’autostrada e il Traforo del Gran Sasso, non c’erano né associazioni né trasmissioni televisive sui “borghi più belli” o “più autentici” d’Italia. Negli stessi anni, interventi altrettanto invasivi hanno colpito interi quartieri di Roma, di Genova e di altre città. A Casale un progetto più attento e un po’ più caro (ma il Traforo è costato miliardi) avrebbe potuto evitare lo scempio, invece un gioiello che avrebbe potuto attirare migliaia di visitatori è frequentato solo dai pochi escursionisti diretti alla chiesetta di San Nicola o al rifugio D’Arcangelo.

Questa è una parte di un post che Stefano Ardito ha pubblicato sulla propria pagina Facebook (lo trovate in originale, con il testo completo e altre immagini, qui). Ecco, quella di cui scrive Ardito è una perfetta dimostrazione (una delle innumerevoli, purtroppo) di quella forma mentis e del relativo modus operandi che per decenni in Italia sono stati messi (e ancora troppe volte continuano a essere messi) alla base di interventi infrastrutturali in territori di particolare pregio e conseguente delicatezza, ricavandone danni terribili e difficilmente rimediabili – se non facendo sparire le infrastrutture stesse, ovvio: ma temo sia una cosa utopica. Non è stato solo stuprato il luogo, come scrive giustamente Ardito, è stato letteralmente demolito il paesaggio, ed essendo il paesaggio un elemento immateriale frutto del costrutto sensoriale e intellettuale umano, quella “demolizione” la si è causata direttamente alla mente e all’animo di chi vive il luogo.

Già, per cagionare un danno simile a volte non serve nemmeno “toccarlo”, il territorio: basta sorvolarlo. Ma con interventi del genere non si passa solo sopra un territorio in sé e alla sua geografia, si passa sopra – e con estrema violenza – alla sua storia, alla sua anima e alla vita di chi vi abita: una delle tante vergogne inferte al paesaggio italiano che ci tocca sopportare con tanta rabbia quanta tristezza.