Perché c’è da aver “paura” di tutte queste fobie

È veramente sconcertante constatare come vi sia un’ampia parte di opinione pubblica – troppo ampia, sempre e comunque – che si ponga in balìa delle varie e assortire fobie sparse da certi media (e poco conta, nel principio, che tali fobie siano quasi sempre ingiustificate e false ovvero costruite ad hoc per meri fini di propaganda politico-elettorale prendendo a bersaglio soggetti, elementi, questioni adatte allo scopo). È sconcertante che chi se ne faccia voce e strumento non capisca come, piuttosto di contrastare la minaccia a cui fanno riferimento, sia per essa il miglior alleato in senso assoluto.
Eppure è (sarebbe) semplicissimo capire come vanno le cose.

Chi ha paura percepisce pericolo ovvero possibilità di sopraffazione, ergo difficilmente affronta la fonte della sua paura: più facilmente fugge via. In tal modo fa il gioco stesso di quella fonte, dal momento che lascia ad essa campo libero. Non solo: se per giunta quella fonte è presunta e non certa in quanto la stessa paura è artificiosamente indotta, alla paura si aggiunge lo smarrimento, il disorientamento, l’incapacità di capire, dunque si elimina pressoché definitivamente la possibilità di reagire e di vincere quella paura.

Se invece ci si sente più forti della (presunta o meno) fonte di paure e pericoli, viene spontaneo e naturale affrontarla se non persino ignorarla, dacché la si ritiene inabile a costituire una qualche autentica minaccia. In poche parole, non si genera alcuna paura, nessun timore, non ci si sente per nulla in pericolo: ciò anche perché il fatto di esserne più forti sarà ben sostenuto dalla certezza di possedere i più adeguati strumenti culturali per comprenderla e gestirla. Non solo: se effettivamente quella fonte di pericolo, ancorché non così paurosa, è concreta, i citati strumenti culturali sapranno indicare anche i modi migliori per controllarla, arginarla e, nel caso, annullarla.

Ecco perché le varie fobie indotte dai media verso certe realtà ritenute “ostili” in modo artificioso e sostanzialmente ingiustificato, con tutti i conseguenti atteggiamenti sociali individuali e collettivi, rappresentano (paradossalmente, ma solo all’apparenza) le migliori alleate verso quelle minacce: non soltanto, quand’esse siano effettive, agevolano loro il terreno d’azione, ma pure ne impediscono concretamente il controllo e l’annullamento, agendo esclusivamente sull’induzione del panico il quale, inutile dirlo, nulla risolve ma tutto rende caotico e incontrollato. La condizione migliore, insomma, affinché un’eventuale minaccia possa acuire illimitatamente la propria gravità.

In buona sostanza: chi per bieca e ottusa strategia spande fobie, si palesa come un autentico nemico della società civile – la stessa della quale facilmente se ne dirà invece “difensore”. Di più: si manifesta pure come una grave minaccia per la cultura alla base della società – la quale, per dirsi autenticamente “civile” non può certo esimersi dal coltivare e diffondere buona e costruttiva cultura, piuttosto di sabotarla!
Nuovamente: è una questione soprattutto culturale, appunto. O di privazione di cultura, ovvero di imbarbarimento civico: l’anticamera della fine di una società, se non si torna indietro e non si eliminano, in modo netto e definitivo, queste bieche minacce “spandifobie”. Di esse sì, semmai, ci sarebbe da avere paura.

Parole di guerra – o guerra di parole

Il Post – per inciso, a mio parere uno di quegli organi d’informazione di qualità i quali, complessivamente, in Italia si possono contare sulle dita di una mano, si veda il mio articolo precedente (e si veda non solo per tale questione) – stamattina sulla propria pagina facebook ha dedicato un post (gioco di parole inevitabile!) all’uso di certe parole da parte di altri media d’informazione, in relazione alla situazione politica in essere tra Spagna e Catalogna:

Ci risiamo, insomma. Ovvero si torna esattamente a quanto già scrivevo tempo fa in tema, in questo articolo: “l’uso di parole dal senso e dal valore pesantissimi tanto quanto sostanzialmente travisati o incompresi, con la più ingiustificata e sconcertante leggerezza”. Oltre che la totale devianza imposta al valore e all’importanza del linguaggio, verbale tanto quanto scritto, e ai suoi fondamentali fini di comunicazione e relazione sociale, civica, politica (nel senso nobile del termine, pressoché estinto nell’omonimo ambito istituzionale).

È un altro grave segno del degrado culturale nel quale sta sprofondando la nostra società, spinta in tale baratro da vigorose spinte ormai quotidiane arrecate, il più delle volte, da quei soggetti che invece dovrebbero preservarla dallo stesso pericolo.
Così almeno la penso, io.

L’inforNazione contemporanea (by Cecigian)

Standing ovation per Gian Lorenzo Ingrami, in arte Cecigian, vignettista di notevole arguzia e riconosciuta fama, che nella vignetta qui sopra riprodotta riesce a spiegare lo stato dell’arte dell’informazione contemporanea come parole e parole in gran quantità non potrebbero fare meglio.

Perché è così: oggi, per la stragrande maggioranza degli organi d’informazione (in Italia, a mio modo di vedere, per quelli da salvare bastano le dita di una mano), non conta più alimentare la mente ma la pancia. Narrare le realtà del mondo è ormai come sfornare a gogò alimenti da fast food: la genuinità (dell’informazione) non esiste più, le capacità nutritive (culturali) men che meno; c’è solo il gusto, artificialmente creato, che dura il mero tempo della “deglutizione” e che pur in così poco tempo riesce a rovinare il metabolismo (intellettuale). La pancia è contenta, la mente deperisce.

Inutile dire, poi, dove rapidamente finirà ciò che è stato così superficialmente ingoiato, palesando la propria reale natura, vero?

Cliccate sull’immagine per visitare il blog di Cecigian; questa, invece, è la sua pagina facebook.

Uomini che uccidono donne? Tutto apposto, tutto normale!

Un diciassettenne che uccide la propria ragazza sedicenne e ne occulta il cadavere. Un ennesimo femminicidio, l’ultimo di una infinita serie, se possibile ancora più sconcertante vista la giovane età dei coinvolti.
Dunque: articoli sul giornale, servizi in TV, polemiche dacché “si poteva prevedere/evitare”, elencazione di altri casi simili, temporaneo clamore, chiacchiere varie e vane, interesse mediatico rapidamente declinante, silenzio. E nessuna autentica analisi di matrice scientifico-culturale della tragedia, tutt’al più qualche rapida intervista all’esperto di turno. Stop, fine.
Avanti con la prossima donna, e il suo relativo carnefice maschile. Come fosse ineluttabile.

Ecco, voglio ribadire una volta ancora l’impressione che ho in me assai vivida da tempo: il vero problema, il vero nocciolo della questione “femminicidi” – dramma immane senza se e senza ma, al di là di qualsiasi statistica – è che ormai tali tragedie stanno diventando “normali”, “ordinarie”, sovente gli articoli che informano sui casi sono ridotti a trafiletti nelle pagine interne dei giornali e i tiggì nemmeno ne riferiscono (il caso di Lecce fa scalpore per la giovane età della vittima, appunto). Per questo la gente comune – ovvero la cosiddetta “società civile” – sta perdendo la cognizione della loro spaventosa drammaticità, perdendo dunque via via pure gli strumenti culturali per contrastarne la diffusione – l’evidenza di quanto sia drammatica tale perdita di controllo è data proprio dall’espansione dei casi nelle fasce “laterali” della popolazione, ad esempio tra gli adolescenti, come visto. Peraltro, si tratta di strumenti culturali che dovrebbero essere propri di una comunità sociale avanzata ovvero che la società dovrebbe saper formulare e offrire: purtroppo è palese che ciò non avvenga, invece continuamente e cronicamente elargendo, la società stessa, orientamenti sessisti d’ogni sorta che relegano (ovvero imprigionano) implacabilmente la donna nel mero ruolo di oggetto, esponendola al pericolo costante d’un ambiente sociale nel quale non si sa concepire altro.

Come uscire da un tale spaventoso e crescente imbarbarimento? A mio modo di vedere, se ne esce soltanto con una rieducazione di massa che vada a colpire quei gangli antisociali e anticulturali che continuamente generano la condizione più adatta alla manifestazione dei femminicidi: ma è un processo che nel migliore dei casi – cioè in una società capace di recepire una tale rieducazione – può durare qualche generazione, giammai è cosa attuabile dall’oggi al domani. Ovviamente, posto che ci sia la ferma volontà di ogni parte sociale – istituzionale, politica, pubblica, collettiva, individuale – per attuare un processo culturale del genere: in tutta sincerità, a volte mi sorgono forti dubbi che una tale volontà ci sia.

D’altro canto – altra mia ferma convinzione – non possono essere coltivati adeguati strumenti culturali (d’ogni genere) in un terreno al quale si fa di tutto per renderlo sterile di cultura, in ogni senso. Così non fosse, non sarebbe affatto assicurato il dissolvimento della questione “femminicidi” o di qualsiasi altra di simile impatto, ma senza dubbio si agevolerebbe la consapevolezza diffusa della sua autentica portata e, dunque, ne verrebbe supportata la possibile risoluzione.
A meno che si accetti il fatto di vivere in una società nella quale sia “normale” e trascurabile il fatto che da decenni, tutti gli anni, più di 100 donne vengano uccise dai propri compagni. Considerando che, messe da parte le varie opinioni sui casi in diminuzione o le controversie sui dati (tutto profondamente stucchevole e meschino, in verità), anche un solo caso è e sarà sempre troppo.

Duman a Milan se parla milanès!

Domani, 15 settembre, è la Giornata del Dialetto Milanese (la seconda, peraltro, dopo quella dello scorso anno) e personalmente trovo questo evento assolutamente meraviglioso, da replicare ovunque anche più volte all’anno, ciascuno con la propria lingua o dialetto.
Come scrisse Emil Cioran, “Non si abita un paese, si abita una lingua. Una patria è questo, e niente altro” ed è verissimo: ben poche cose sanno manifestare l’identità culturale delle persone come gli idiomi parlati, e in modo giammai divisivo dacché le lingue dividono solo le persone che non vogliono imparare a comprenderle. Salvaguardarle attivamente, ovvero senza lasciare che si folclorizzino banalmente o che si musealizzino (circostanze che le porterebbero rapidamente alla dimenticanza definitiva), significa preservare una parte importante della storia delle persone che le parlano; propugnarne l’uso, anche limitato ma costante, a fianco della principale lingua parlata, è una necessità che ogni cultura avanzata dovrebbe rendere punto fermo nelle relazioni sociali tra le persone che vi fanno parte. E, in fondo, un marcatore identitario così profondamente culturale come una lingua o un dialetto, riconosciuto nelle sue virtù e per questo salvaguardato come elemento vitale necessario per una comunità sociale, può ben aiutare a identificare heimat che nulla hanno di nazionalista e tutto hanno di umanista, e che niente altro di viceversa divisivo abbisognano per formularsi e caratterizzarsi. Per dirla con Cioran, sono “patrie” immateriali totalmente aperte al mondo ma altrettanto consapevoli della propria identità culturale: la condizione più consona per essere in armonia col mondo contemporaneo ed evitare di venire corrotti dalle sue più bieche storture.

P.S.: qui potete leggere un interessante approfondimento sulla lingua lombarda tratto dal sito web del Comitato per la Salvaguadia dei Patrimoni Linguistici.