“Silentium”

Uno dei più bei cadeau che abbia mai ricevuto – in occasione dello scorso Natale ma, a ben vedere, dal valore indipendente rispetto a qualsiasi ricorrenza, e chiedo venia se ne scrivo solo ora – è Silentium, di Vittorio Peretto e della sua Hortensia: un libricino sublime nel quale i disegni montani di Peretto e le citazioni di personaggi celebri, del passato e contemporanei, del mondo delle arti, della letteratura, della scienza e della montagna, formano tanti piccoli istanti visivi dedicati al silenzio. Una parola magica, scrive l’autore nell’introduzione, che nel mondo troppo rumoroso di oggi assume funzioni riparatrici, balsamiche, al punto da rendere altrettanto tali gli ambiti nei quali ancora si manifesta e si “conserva”: in primis tra le montagne, appunto, nelle foreste, tra le valli, sulle vette. Un elemento magico anche per come sia fatto apparentemente di “assenza” quando al contrario è ciò che spesso dà pienezza di senso alle cose – non a caso la condizione contraria, quella del rumore caotico così tipico del mondo umano contemporaneo, è frequente rivelatrice di grande insensatezza.

Come scrive Davide Sapienza, che impreziosisce Silentium di un suo breve scritto intitolato Bagliore stellare, noi uomini di oggi abbiamo perso la cognizione del silenzio e del suo prezioso valore dacché «vestiti di rumore», ma quando invece riusciamo a riattivare quella cognizione e la relativa capacità percettiva, come ad esempio può accadere sui monti, allora possiamo nuovamente “scorgere”, il silenzio «In una buia notte nel cuore della foresta l’ho visto avanzare con me, a ondate: nell’oscurità illuminava ogni forma, come se sgorgasse dai miei occhi. Compresi allora che il silenzio è la meditazione dell’universo e io una sua stella.»

In occasione della pubblicazione di Silentium, per ogni copia Hortensia devolve un contributo a favore della Cooperativa Sociale Onlus Allegro Moderato per il Progetto Pediatria presso l’Ospedale San Carlo Borromeo di Milano.

Per saperne di più su Silentium e su come contribuire alla raccolta fondi, cliccate sull’immagine in testa al post.

Il “Geopoeta” è in cammino, prossimo alla meta

Sono veramente contento di leggere della prossima uscita – il 13 marzo, per Bolis Edizioni – del nuovo libro di Davide Sapienza – anzi no, non semplicemente di un “nuovo” libro, ma di un testo che so particolarmente importante per l’autore e la sua narrazione filosofico-letteraria. Si intitola Il Geopoeta. Avventure nelle terre della percezione e, come scrive Davide sul suo profilo facebook, «è il frutto di oltre 20 anni di andar selvatico e scrittura, incontro, riflessione, soprattutto confronto: auspicio al ricongiungimento con la “scrittura della Terra” – la geografia; della poesia che portiamo dentro come canone di comunicazione universale e del quale facciamo parte.» È la prima messa per iscritto organica della Geopoesia, atteso e prezioso vademecum di un pensiero profondo di valenza non solo culturale ma pure, posso dire, antropologica, che sta alla base della scrittura di Sapienza da ormai qualche lustro a questa parte.

Peraltro uno scrivere, il suo, che non è mai fine a se stesso, non è mai pratica meramente espressiva ed editoriale, non è racconto narrato ma è racconto che produce sempre nuova narrazione, pensiero, emozione, percezione. Al riguardo Davide ribadisce «l’invito a ricordarci che i libri non sono un fine onanistico, ma solo un mezzo per stare connessi all’universo, alla sua energia, di cui siamo parte. La mia piccola missione è provare a darvi degli indizi portandovi sulle tracce meno battute verso luoghi dove l’unità della vita è evidente. Chi scrive è al servizio di questa energia creativa, io credo.»

Davide non è solo uno dei migliori scrittori italiani in attività, ma è anche uno dei più intensi. È un caro amico e un esempio, un’ispirazione e una guida per innumerevoli cammini meditativi e letterari, dunque non tanto da conoscente quanto da (passatemi il termine) seguace, ribadisco, sono ben felice di questa sua imminente uscita, e assai desideroso di leggerla.

P.S.: l’immagine in testa al post è un’opera di Samantha Torrisi, espressamente dedicata a Davide e al suo andare in Natura.

Auguri, Matera!

Tra pochi giorni, esattamente sabato 19, Matera sarà ufficialmente eletta (insieme alla bulgara PlovdivCapitale Europea della Cultura per l’anno 2019.

Auguro di gran cuore alla città, e a chiunque abbia lavorato negli anni scorsi per ottenere tale riconoscimento e lavorerà per portare a termine il programma nel migliore dei modi, che quest’anno anno sia un grandissimo e memorabile successo. È un’occasione di importanza ineguagliabile per Matera e lo è ancor di più per l’Italia intera, un paese che ha un disperato bisogno di cultura, di rinascita, rinnovamento, re-invenzione culturale, un paese che deve smetterla finalmente di frapporre al proprio cammino di sviluppo culturale (che è sinonimo di altrettanto sviluppo civico) infiniti ostacoli ideologici, politici, burocratici, sociali e quant’altro di affine, e che deve invece cogliere questa preziosa occasione per tornare a rendere carburante fondamentale e irrinunciabile del proprio progresso l’unico elemento, forse, realmente in grado di costruire il miglior futuro possibile per il paese e per la sua società civile: la cultura, appunto. Quella cultura di cui l’Italia è ricchissima come pochi altri paesi al mondo e che è sempre fonte di bellezza: la bellezza del sapere, della conoscenza, della scienza, delle arti, del buon vivere, della più armoniosa socialità. Quella bellezza che salverà il mondo per la quale Matera mi auguro sia durante tutto l’anno in corso un esempio e una fonte possenti, insuperabili e inesauribili anche negli anni futuri.

(Cliccate sull’immagine per visitare il sito web di Matera 2019 Capitale Europea della Cultura.)

Charlés Freger all’Armani/Silos

Ieri, 12 gennaio, l’Armani/Silos di Milano ha inaugurato e aperto una mostra fotografica che mi sento di consigliarvi caldamente: è Fabula, la retrospettiva dedicata al fotografo francese Charles Fréger che documenta l’estensione e la profondità della sua ricerca antropologica focalizzata su diverse comunità, gli individui che le compongono e i codici di abbigliamento che adottano per far parte del gruppo.

Classe 1975, Fregér nel suo lavoro si concentra sulla rappresentazione poetica e antropologica di gruppi sociali come atleti, collegiali e forze armate, con una particolare attenzione per l’uniforme, intesa come la manifestazione più evidente del gruppo stesso. Fino al 24 marzo sarà possibile ammirare oltre duecentocinquanta immagini che raccontano un percorso antropologico che attraversa comunità variegate e differenti, dai soldati Sikh ai lottatori di Sumo. A colpire Giorgio Armani è stato l’uso che Fréger fa del colore e il valore simbolico che, attraverso di esso, riesce a infondere alle sue opere. È ugualmente notevole il coinvolgimento di Fregér con i soggetti rappresentati: il fotografo arriva a prendere parte attiva, talvolta, nel mascheramento e nel travestimento, per comprendere appieno ciò che sta studiando. Tale sforzo umano si traduce in immagini potenti e oneste che catalogano con accattivante vivacità la ricchezza visiva del genere umano.

Personalmente Charles Fregér l’ho conosciuto con la serie fotografia dedicata al mito del Wilder Mann, l’Uomo Selvatico presente nelle culture di quasi tutti i popoli del pianeta e, in forme particolarmente interessanti e affascinanti, tra le genti delle Alpi (qui sopra vedete un’immagine della serie). Evidenza che, appunto, mi ha fatto indagare il lavoro di Fregér, all’apparenza semplice e meramente raffigurativo ma in verità assolutamente – ovvero antropologicamente – profondo, indagatore e rivelatore riguardo nozioni e tradizioni ancestrali le quali, al di là dell’aspetto folcloristico (e non di rado troppo banalizzante) riconosciuto ad esse dai più, risultano ancora oggi elementi culturali e identitari basilari la cui riscoperta è quanto mai necessaria.

Insomma, se ne siete incuriositi andateci. Credo sia una mostra parecchio interessante e intrigante. Cliccate sull’immagine in testa al post per saperne di più.

P.S.: alcune delle informazioni sulla mostra le ho ricavate da questo articolo di Rivista Studio.

“Dentro Magritte”, ma fuori dall’arte

Avevo sentito più volte parlare di eventi multimediali nei quali, grazie alle possibilità offerte dalle tecnologie contemporanee della realtà virtuale e aumentata, si offrono “esperienze” immersive nelle opere d’arte, animando le stesse grazie a maxischermi, touch screen, visori 3D e quant’altro di affine.
Volendo capire meglio la realtà di tali eventi, da grande appassionate dell’arte di René Magritte (ammirata più volte dal vivo) mi sono fatto attrarre e sono andato a visitare quello che la Fabbrica del Vapore di Milano dedica all’impareggiabile pittore surrealista belga, suggestivamente intitolata Inside Magritte.

Bene: Non voglio qui farvene un report o darvene un giudizio, come faccio in occasione di mostre “tradizionali”, proprio perché di mostra non si può parlare. Voglio invece riportarvi una primaria riflessione, in ogni caso ben esplicativa della mia posizione al riguardo.
A mio modo di vedere questi “eventi-emotion exhibitions” più o meno tecnologici e/o multimediali, basati su format di realtà virtuale (ossimoro quanto mai evidente, soprattutto in tema di arte e ancor più di pittura!) soffrono di un basilare e paradossale difetto. Mi spiego: si prefissano per propria mission culturale un obiettivo che potremmo definire “didattico”, cioè quello di affascinare il pubblico riguardo un certo artista e le sue opere raccontandolo attraverso le “affascinanti” nuove tecnologie, solo che, da un lato, l’appassionato che già conosce e apprezza l’artista in questione, avendone dunque maturato la conoscenza fruendo delle opere originali e delle relative analisi critiche, oltre che in base alla propria sensibilità (sapendo bene, per esperienza acquisita, che è nella relazione diretta tra opera artistica e fruitore che si genera la fondamentale attrazione dell’arte visiva), non troverà alcun maggior fascino nella virtualizzazione multimediale delle opere – anzi, potrebbe anche essere infastidito da una tal potenziale banalizzazione tecnologica, seppur creata con fini nobili; di contro, dall’altro lato, il neofita pressoché privo di esperienze museali che non conosce l’artista e le sue opere, non avendole nemmeno mai ammirate dal vivo, assiste a una rappresentazione di esse che rischia di risolvere da subito, sul posto, la potenziale esperienza didattica, vanificando il bisogno (ovvero la necessità) di relazionarsi direttamente con le opere. In parole povere: l’appassionato riterrà comunque sempre più bello vedere le opere d’arte dal vivo, il neofita crederà di conoscere l’artista e le opere, avendo vissuto siffatta “esperienza”.

C’è un evidente vizio di fondo, insomma, in questi eventi, che per certi versi li pone al di fuori della produzione culturale classica (ovvero avente anche fini didattici, appunto) non solo nella forma ma pure nella sostanza, e per altri versi (o forse per gli stessi versi di prima) li comprende nella categoria degli spettacoli ricreativi e d’intrattenimento, privi di autentiche valenze didattiche e culturali anche quando le rivendichino. L’unico loro valore starebbe nel sollecitare palesemente, all’interno dell’esperienza offerta, la fruizione diretta delle opere dell’artista multimedializzato: ma di queste sollecitazioni nell’evento di Milano non c’è traccia alcuna, diventando infine una sorta di giostra da tecno-luna park d’ispirazione artistica che può divertire in primis i bambini. Punto. Sperando, ribadisco, che gli stessi bambini abbiano poi genitori che li portino a visitare i musei e le mostre vere: resto convinto che il trovarsi di fronte dal vivo – per dire – un’opera come L’Empire des Lumières possa affascinare ed emozionare grandi e piccini, anche se nativi digitali, come oggi (e forse mai) nessuna tecnologia multimediale possa e saprà fare.