Una sparatoria dietro l’altra, negli Usa? That’s life!

Dopo la strage di bambini nella scuola elementare di Uvalde, in Texas – l’ennesima di una serie infinita di mass shootings per la quale in USA ci sono più morti civili per armi da fuoco che per le guerre – mi sono letto sul web un po’ di giornali americani che stanno dissertando sul caso specifico e sul tema delle armi in generale.

L’impressione che ne ho ricavato è bizzarra e grottesca ai limiti del parossismo. Mentre l’intero dibattito, politico e pubblico, si concentra sulla difesa della libertà di vendita delle armi ovvero sulla richiesta di un maggior controllo (e va bene, ci mancherebbe), non c’è sostanzialmente una parola sulla questione culturale alla base del problema. Niente di niente. Nemmeno una riflessione sul perché negli USA vi sia così tanta violenza, e così incontrollabile, in molte persone normali, nemmeno una riflessione sulle cause di fondo di questa fenomenologia o, per meglio definirla, di questa devianza psicosociale talmente ricorrente, se nella società americana e nella visione condivisa della realtà che formula non ci siano forse degli elementi di inesorabile degrado culturale, degli influssi evidentemente nefasti che producano disagi, alienazioni e compulsioni dagli effetti tanto terribili… nulla. L’impressione – spaventosamente grottesca, appunto, o anche viceversa – è che l’America consideri normale non solo che chiunque possa girare armato per le pubbliche vie ma pure che possano capitare stragi del genere: normale che si possa salvaguardare il diritto e la libertà di sparare e uccidere, insomma, possibilmente non altri cittadini ma se capita amen, è successo, that’s life!

È questa, a mio parere, la cosa più inquietante dell’America moderna contemporanea: aver sviluppato la dote di essere sotto vari aspetti – inclusa la democrazia – il paese più avanzato del pianeta eppure, al contempo, di non comprendere alcune delle basi fondamentali della stessa democrazia ovvero di non capire se stessa: e nemmeno per funzionale malizia, proprio per (mi permetto di dire) genetica idiozia. Non c’arrivano, gli americani, semplicemente non ce la fanno, e per questo non cambierà nulla, in tema di vendita e porto d’armi, vedrete. Sono come gli ufficiali di bordo del Titanic orgogliosi della loro nave “inaffondabile” che, quando comincia a inabissarsi, continuano fieramente a dire: «tranquilli, va tutto bene, tanto siamo inaffondabili!»

Ecco. That’s (american) life, baby!

“IrReality” di Magda Chiarelli, a Milano

A Milano, allo “Spazio Hortensia – B(r)E(a)THE SPACE” di Via Savona 22, fino al 21 giugno, c’è IrReality, la mostra fotografica di Magda Chiarelli curata da Luciano Bolzoni con il supporto organizzativo di ArtIcon.

Percezioni immaginifiche di montagne, fissate dentro attimi fotografici che se da un lato esaltano la potenza del loro paesaggio, dall’altro ne sospendono l’essenza in un’aura quasi irreale, appunto. D’altro canto quello delle montagne è un “iperpaesaggio”, così denso di significati, per l’osservatore sensibile, e altrettanto significante per la forza materiale – in senso geografico, geologico e morfologico ma pure estetico e antropologico – che possiede, che in forza di ciò riesce spesso a trascendere il limite tra realtà e immaginazione. La percezione di questa relazione, la sua analisi, la cognizione e la comprensione di essa è quanto di più fondamentale per comprendere parimenti le montagne; le immagini di Magda Chiarelli sono in tal senso un ausilio di grande potenza, come chiavi in grado di aprire la serratura sensoriale di preziose porte percettive con le quali sorprendersi ed emozionarsi, di fronte ai paesaggi raffigurati, per poi acuire la personale sensibilità al riguardo e meditarvi sopra, proprio per conseguire la conoscenza, anzi, per fare propri quei paesaggi, mutandoli in preziose e affascinanti geografie interiori.

Come scrive Luciano Bolzoni nella presentazione della mostra (che potete leggere interamente qui, e ringrazio di cuore Luciano per avermi concesso di pubblicare il suo testo),

Quando ci poniamo di fronte a un qualsiasi paesaggio, il nostro sguardo mette in moto una irrazionale metodologia di pensiero da cui scaturisce la volontà di elaborare immediatamente un giudizio. L’occhio si propone come ente chiamato a cercare la bellezza di un qualsiasi luogo. I paesaggi servono anche a farci vedere ciò che prima non conoscevamo e non esistono paesaggi vuoti o privi di sostanza osservabile, tutti appartengono alla realtà e ci rammentano qualcosa o qualcuno, volti, corpi, natura, oggetti, case, spazi quindi luoghi e sono questi ultimi che danno vita a tutti i paesaggi della terra, nessuno escluso; senza i luoghi, non esisterebbero neanche i nostri sguardi così come non identificheremmo gli spazi della nostra vita quotidiana.

Ribadisco: fino al 21 giugno a Milano, via Savona 22, “Spazio Hortensia – B(r)E(a)THE SPACE”. C’è da andarci, senza alcun dubbio.

Per qualsiasi info al riguardo: www.articon.it, info@articon.it

Sound of Metal

Ho visto Sound of Metal, del 2019, diretto da Darius Marder.

È un film spiazzante, sotto molti punti di vista. Dotato d’una trama molto labile, gioca molta parte della propria espressività su due elementi fondamentali, correlati eppure antitetici: i numerosi primi piani di Steve, il protagonista principale (l’attore inglese Riz Ahmed, molto bravo), che permettono allo spettatore di cogliere con determinata intensità gli stati d’animo che le espressioni del suo volto manifestano via via che egli s’addentra, suo malgrado, nella sua nuova e inopinata condizione di sordo, e un sonoro veramente impressionante anche perché molto giocato sull’assenza dello stesso (soluzione apparentemente ovvia ma resa con molta intelligenza, anche in senso artistico) oppure sulla sua distorsione, come quella generata dall’apparecchio acustico con il quale il protagonista spera di eliminare la propria menomazione – e dal qual effetto acustico viene il senso principale del titolo del film, che gioca sul doppio senso iniziale riguardante la musica metal suonata dal protagonista (la quale poi, per inciso, non è esattamente metal ma più noise punk).

Ma, al proposito: di quale menomazione si tratta, in verità, quella manifestata dal protagonista del film? Solo di quella uditiva o anche di una sorta di menomazione psicologica ed emotiva, che lo porta a non accettare non tanto la disfunzione in sé quanto come essa, in qualità di evento improvviso e inopinato, gli trasforma la vita in maniera ineluttabile? È una sordità dell’animo, per così dire, quella descritta da Sound of Metal, che lo porta formalmente a rifiutare il prezioso aiuto fornito da una comunità di sordi nella quale Steve viene inviato per imparare a vivere al meglio la sua nuova condizione e a generare fiducia in sé e negli altri. Ed è, conseguentemente, un farsi sordo alla fiducia verso chi veramente può aiutarlo, ben più che gli specialisti che gli impiantano l’apparecchio acustico, nonché verso se stesso: tant’è che il finale del film – improvviso e spiazzante a sua volta – è in fondo un atto di “sovversione” e di rivalsa verso il fastidioso rumore che, più che provenire dal mondo esterno così come viene còlto dall’apparecchio acustico, si genera e rimbomba dentro l’animo del protagonista.

Un’opera veramente molto bella nella sua delicata tanto quanto intensa narrazione visiva, girata con tecniche da biopic le quali tuttavia non offrono e richiedono, come sovente invece accade, l’immedesimazione dello spettatore nel protagonista: lo sguardo della cinepresa resta obiettivo e distaccato, di stampo documentaristico ma al contempo sostenuto con notevole forza espressiva (ed emotiva) dal sonoro del film, che meriterebbe veramente l’Oscar al quale è stato candidato – una delle tante guadagnate, peraltro.

Da vedere, senza alcun dubbio.

 

Ultrasuoni #11: Paolo Fresu, Space Oddity

[Foto di Roberto Manzi, tratta dalla pagina facebook di Paolo Fresu.]
Posto il recente sessantesimo genetliaco, lo scorso 10 febbraio, non posso che a mia volta (e nel mio nulla) omaggiare una delle figure maggiori della musica vera italiana ed eccellenza artistica nazionale nel mondo, Paolo Fresu. Musicista che definire semplicemente “jazz” è come definire il mare “un bicchiere d’acqua”, elegante, eclettico, raffinato, colto ma d’altro canto dotato d’un grande appeal pop al punto da saper riempire le piazze con un genere, il jazz, che ha senza dubbio contribuito a far conoscere e apprezzare ad un pubblico assai meno preparato che altrove al riguardo.

La grande ed eclettica eleganza della sua musica è ben rappresentata dall’ultimo lavoro pubblicato, proprio in concomitanza dei suoi 60 anni: un cofanetto di 3 cd tra i quali uno contiene il personale omaggio di Fresu ad un mito che credo pochi accosterebbero facilmente all’universo jazz, David Bowie, la cui poliedrica e immortale grandezza, tuttavia, lo stesso Fresu rimarca come sia sempre stata molto attinente al jazz e alla sua cultura. Ne scaturisce la rilettura tanto rispettosa quanto particolare di alcuni dei brani celeberrimi di Bowie, tra i quali quello che, a mio parere, forse Fresu riesce a rendere maggiormente proprio pur salvaguardandone il fascino originale è Space Oddity – in qualche modo così indennizzando il pregio autentico del brano rispetto alla precedente “versione italiana” del 1970, quella caratterizzata dal (secondo me) pessimo testo che scrisse Mogol convincendo Bowie che fosse fedele al proprio quando invece non c’entra(va) nulla.

Ma, tali facezie a parte, l’intero omaggio bowieano di Fresu è alquanto pregevole e affascinante, rappresentando un emblematico “omaggio di rimando” a uno dei migliori artisti musicali italiani in assoluto, il cui ascolto risulta sempre un’esperienza rigenerante e riequilibrante. Insomma: we can be heroes just for one day and Fresu for sixty years!

E’ on line il numero 103 – Dicembre 2012 di InfoBergamo!

InfoBergamo_dic2012E’ uscito il numero 103Dicembre 2012 di InfoBergamo, il primo mensile on-line bergamasco di cultura ed informazione. Una web-rivista sempre più diffusa, conosciuta e ricca di contenuti interessanti che, nonostante il nome, vanno ben oltre i meri confini orobici per interessare ambiti nazionali e anche più, con uno sguardo sempre originale su tante realtà contemporanee. A riprova del successo di InfoBergamo, peraltro, non si può non segnalare il dato record del numero di lettori nel mese di Novembre, che ha toccato quota 79.833! E quale ulteriore e ancor più diretta riprova, cliccate QUI per leggere il sommario degli articoli pubblicati, e per notarne il (consueto) altissimo livello – grazie all’altrettanto alta qualità dei collaboratori della redazione, guidata da Graziano Paolo Vavassori.
In questo numero, il mio contributo/sguardo sul mondo letterario si intitola “Nella “botte” piccola c’è… il libro buono! L’editoria indipendente italiana, una risorsa culturale inestimabile“, e già da qui ne risulta evidente il tema trattato: nella povera Italia i cui 2/3 della popolazione dichiarano di non leggere nemmeno un libro all’anno e del mercato editoriale controllato oligarchicamente (e stoltamente) da pochi grandi nomi, che sembrano più potentati finanziari che editori di libri (spesso nemmeno così validi, letterariamente), la piccola/media editoria – o, con definizione più appropriata, “editoria indipendente” – rimane sempre di più la sola a ricercare, produrre, promuovere, salvaguardare e offrire buona letteratura. Ovvero, a fare cultura, in modo autentico e concreto. Nell’articolo vi illustro perché accade ciò, come accade e quanto questa evidenza sappia ancora mantenere viva non solo la produzione letteraria italiana ma pure il lettore propriamente detto, e la sua passione per i libri.
Cliccate QUI per leggere direttamente il mio articolo ma, ribadisco, non perdetevi nulla dell’intero ultimo numero e di tutto quanto offre la piattaforma web del mensile: InfoBergamo merita sul serio la vostra attenta lettura, e sono certo che non vi deluderà!