Stagioni

Mi capita, spesso, di essere – ad esempio – ad inizio autunno, quando le giornate s’accorciano, la temperatura si raffresca ma non troppo e tutt’intorno la natura cambia colore assumendo ogni possibile sfumatura del giallo e del rosso, e già avere già voglia di freddo intenso, di neve, di paesaggi bianchi e silenti, delle sere che cominciano alle 4 del pomeriggio, del piacere di godersi il tepore domestico quando fuori nevica, delle notti limpide nelle quali ogni stella sembra visibile in cielo…

E poi di essere ad inizio inverno, quando le manifestazioni climatiche e ambientali tipiche della stagione hanno cominciato a comparire vigorosamente ma non sono ancora nel loro clou, e già avere voglia di gustarmi il particolare e inconfondibile profumo dell’aria di inizio primavera, il piacere della temperatura ormai mite, giusta, perfetta perché non ti fa più avere freddo e non ti fa affatto sentire caldo, dei colori naturali che si riaccendono…

Poi, quando mi ritrovo ad inizio primavera, con tutto ciò che nell’ambiente caratterizza il periodo, i suoi risvegli, le sue rinascite, sento di avere già voglia di quelle percezioni e quelle sensazioni proprie dell’estate più piena, degli olezzi dei prati, dei boschi e dei sassi di montagna riscaldati intensamente dal Sole, delle sere in cui ti pare di tornare a respirare dopo pomeriggi oltre modo afosi, della luce diurna sfavillante e delle sere luminescenti…

Per non dire di quando l’estate ormai imminente già riscalda la giornata in modo intenso e mi sento sollevare l’animo al pensiero che non manca più molto per le prossime vacanze ma, già, percepisco la voglia di giornate più placide, del Sole che scenda più veloce verso la linea dell’orizzonte, di luminosità meno intense, meno abbacinanti, di più freschi refoli d’aria la sera e la mattina…

Come adesso, ecco, con l’estate ormai alle porte.

Mi ricordo, quando ero (credo) ancora alle elementari, che qualcuno mi chiese quale fosse la mia stagione preferita e di descriverla – forse per un tema, non ricordo. Invece ricordo che finii per descriverle tutte.
In fondo aveva ragione Khalil Gibran, quando scrisse:

Fate allora che ciascuna stagione racchiuda tutte le altre, e il presente abbracci il passato con il ricordo ed il futuro con l’attesa.

(Il Profeta, 1° ed.1923.)

(Nell’immagine: Alfons Mucha, The Four Seasons, 1895.)

Incontri montani

Devo dire che l’escursione montana di domenica scorsa, in tema di incontri, è stata molto proficua.
Ho avuto un simpatico faccia-a-faccia con un camoscio, ho percorso un tratto di sentiero prima con un ramarro occidentale e poi con una dozzina di simpatiche ed educate capre orobiche, quindi una giovane vipera che riposava tra i sassi mi ha guardato incuriosita, senza mai accennare ad atteggiamenti ostili.
Ah, e ho interloquito con solo due umani, ma incidentalmente.

P.S.: le foto le ho tratte dal web, non sono mie.

Nuvole

Adoro i cieli “popolati” di nuvole. Lungi dall’essere qualcosa di ostile, dacché ritenute foriere di possibile maltempo, quando non “spaventevole” se particolarmente cupe, trovo invece che siano un’entità aerea sinonimo di vita e di vitalità, di dinamismo, di vigoria ambientale – dell’ambiente inteso come sistema complesso di relazioni tra qualsiasi elemento (vivente e non vivente) componente la biosfera, dunque pure di e per gli esseri umani. Danno sublime vivacità al cielo e a noi che vi stiamo sotto (soprattutto se sappiamo ancora levare verso l’alto lo sguardo e farci affascinare da tale visione).

Credo semmai che un cielo costantemente sereno e azzurro, senza traccia di nuvole per lungo tempo, così monotonamente “pieno” di nulla, questo sì sarebbe parecchio inquietante, più di qualsiasi cumulonembo carico di pioggia a spasso per la troposfera. Sarebbe troppo bello per essere vero così a lungo, ci sarebbe qualcosa che non va – e non solo meteorologicamente.

Inoltre, al solito, se possiamo gioire per la bellezza e la purezza di certe giornate dal cielo azzurro e limpido, è anche grazie a quelle altre giornate dal cielo ingombro e ribollente di nubi. A volte, e non me ne voglia il buon Leopardi, piuttosto della quiete dopo la tempesta può essere più affascinante la tempesta prima della quiete!

L’è andà così (Mario Rigoni Stern dixit)

“Un giorno incontrai per la montagna un tale che aveva inciso sul cinturino del cappello questa frase: l’è andà così. Gli chiesi: com’è andata? E lui, guardando lontano e stringendosi nelle spalle rispose: mah, così è andata.”

(Mario Rigoni Stern, Il bosco degli urogalli, Einaudi, 1a ediz. 1962.)

Questo fulminante incipit d’un racconto de Il bosco degli urogalli del grande Rigoni Stern, che coglie così bene il tipico pragmatismo montanaro fatto di poche parole e altrettanto poche emozioni, se ormai considerate superflue per la propria quotidianità, mi fa riflettere sul senso e sull’essenza della memoria. Perché se è fondamentale ricordare la storia, sapere ciò che custodisce per riflettere, capire e imparare, è altrettanto fondamentale non recriminarci sopra e, per ciò, perdersi in inutili compatimenti. La storia è figlia del tempo e lo segue inesorabilmente, tornare indietro non si può: ricordare sempre sì, fare della memoria una fonte di rimpianti no. Altrimenti è un po’ come ammorbare il presente e avvelenare il futuro. Il passato è passato: di qualsiasi cosa esso sia fatto, ormai è andata. Amen.

La polenta di mais (una storia un po’ vera e un po’ verosimile)

Ora vi racconto una breve storia, per la gran parte vera e per una piccola parte, se così posso dire, verosimile.

C’era una volta la polenta – ma proprio letteralmente, nel senso che c’era la polenta come una volta (cinquecento anni fa, suppergiù) la facevano: generalmente con farina di segale o di farro, cereali tipici delle zone rurali e montane. La gente di allora la mangiava e gli piaceva, anche perché non è che ci fosse granché d’altro di cui cibarsi, ai tempi. Quella c’era e quella andava bene, senza pensarci più di tanto.

Poi, un giorno (del XV secolo), dal Nuovo Continente detto “America” cominciò a giungere un’altra farina, mai vista prima: la farina di mais, o “granoturco”. Inizialmente tale novità passò quasi inosservata, anche perché si pensò che il mais servisse solo a divenire buon foraggio per gli animali e nulla più; per di più lo si poteva coltivare negli orti, esenti da canoni e decime quindi direttamente utilizzabile da chi lo coltivasse senza altri passaggi “politico-daziari”, ed era in grado di assicurare una produzione maggiore rispetto a quella dei cereali tradizionali. Si diffuse così assai rapidamente e ben presto qualcuno intuì che, soprattutto per la popolazione meno abbiente, il mais poteva rappresentare una risorsa alimentare assolutamente importante, se non vitale. Lo si macinò, se ne produsse farina di varia granatura e subito si comprese che quella farina poteva risultare adatta proprio a cucinare il piatto principale di tante comunità del tempo, la polenta: si provò a cucinarla e – sorpresa delle sorprese! – non solo se ne produceva molta di più rispetto a prima ma la polenta di mais, d’un bel colore giallo vivo, era pure molto più gustosa di quelle ottenute dalle farine rustiche tradizionali. Certo, le prime volte il sapore risultava diverso, strano, d’altro canto per secoli s’era gustata tutt’altra polenta e si sa, le abitudini consolidate è duro accantonarle, ma non ci voleva molto che il palato si concordasse con il “nuovo” sapore, anzi, che lo trovasse assolutamente buono, appunto.

«Apriti cielo! Qual sacrilegio si vuol porre in atto!» qualcuno sbottò. Ma come?! La “nostra” polenta la si cucina con segale o farro, tutt’al più con farina di castagne o di miglio! Come si può offendere tale secolare tradizione subendo l’invasione di quella bizzarra pianta esotica? Si difendano i “nostri” valori culinari, si diffidi da ogni farina immigrata, si fermi subito l’invasione! Prima le nostre farine! Quella polenta giallastra se la cucinino a casa loro!
Proteste varie e a volte veementi si levarono da più parti eppure, nonostante ciò, la farina “immigrata” di mais si diffuse in misura sempre maggiore: d’altro canto contribuiva parecchio a sfamare contadini e montanari, era molto buona e, con un minimo di buona sapienza culinaria (sovente frutto delle risorse e delle necessità quotidiane ovvero del più pragmatico buon senso), si poteva integrare bene e proficuamente con altre pietanze tipiche e tradizionali dei territori in questione – formaggi, selvaggina e carni varie, latte, patate e così via – affinandone sempre di più la prelibatezza.

Così, pur tra le grida dei vari detrattori, la polenta di mais divenne sempre di più un elemento fondamentale della dieta rurale alpina (e non solo), al punto che giunse il giorno in cui qualcuno in viaggio in terre lontane da quelle natie, alla domanda su quale pietanza fosse la più mangiata tra la sua gente, rispose senza esitazione: «La polenta!». Ed erano sempre di più, anno dopo anno, a rispondere in quel modo: ormai la polenta gialla non era più solo un cibo tra tanti altri, ma era diventata un vero e proprio simbolo identitario delle genti che se ne cibavano, distintivo nei confronti dei forestieri e accomunante verso gli altri abitanti dei territori similari e con affini saperi, capace di identificarli e indicarne a suo modo il proprio bagaglio culturale ed etno-antropologico così come diventando, la polenta stessa, una specie di carta d’identità gastronomica (ma non solo) di inconfondibile valore.

Insomma: da pietanza “invasiva” e “calpestante” le tradizioni e le identità originarie, a nuovo e forte simbolo identitario nonché altrettanto forte e strutturata tradizione culturale – nel senso più ampio del termine – dacché, come disse Oscar Wilde, la tradizione è un’innovazione ben riuscita. E la polenta lo fu, e lo è, alla massima potenza, al punto che oggi siamo in molti a difenderne il valore culturale e identitario tradizionale (sic et simpliciter), con tanta passione, nessun pericolo di ideologismi di sorta e un’antropologica golosità.

Ecco, fine della storia breve.

Nel nostro mondo fluido impegnarsi per tutta la vita nei confronti di un’identità, o anche non per tutta la vita ma per un periodo di tempo molto lungo, è un’impresa rischiosa. Le identità sono vestiti da indossare e mostrare, non da mettere da parte e tenere al sicuro.

(Zygmunt Bauman, Intervista sull’identità, Laterza 2003, pag.87.)