Il mondo salverà il mondo #2

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#2: Hiroshi Yoshida, Lake Moraine, 1925.

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Il mondo salverà il mondo #1

…Ovvero i paesaggi del mondo, la loro bellezza primordiale, fondamentale e salvifica (appunto) che l’arte sa esaltare più di ogni altra cosa umana, l’importanza vitale della relazione che possiamo e dobbiamo intessere con essi, ovunque ci troviamo e per quanto tempo ci stiamo – un’ora sola o una vita intera – al fine di godere della «possibilità di uscire dal regno orizzontale delle relazioni sociali per entrare in quello verticale dove la terra e il cielo, la materia e lo spirito sono allineati» (Rebecca Solnit).

#1: Edward Theodore Compton, The Matterhorn, 1900 circa.

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Per ribadire, sulle panchine giganti

Ecco.
Null’altro da aggiungere a parte l’invito a diffondere, se volete, e a continuare a godere del paesaggio, dei luoghi, delle bellezze e della cultura di qualsiasi territorio in cui vi trovate e vi troverete con la mente e con il cuore, non con “cose” del genere.

La miccia che accende il viaggio

[Photo by Waldemar Brandt on Unsplash.]
Da appassionato viaggiatore quale cerco di essere, alla costante ricerca di un senso profondo alla pratica del viaggiare quale manifestazione della relazione tra me-uomo e il mondo-paesaggio oltre che del bisogno di conoscenza che ogni essere umano dovrebbe sviluppare e coltivare con costanza, parto ogni volta con una curiosità immensa verso il luogo verso cui viaggio e una voglia irrefrenabile di conoscerlo il più a fondo possibile, magari anche per capirlo, almeno un poco.

Però, prima ovvero alla fonte del pensiero dal quale nasce la mia decisione di partire proprio verso un certo luogo (in senso lato, sia esso città, regione, stato, montagna, isola o che altro), a volte c’è un singolo input primigenio, una causa o curiosità personale e magari banale, bizzarra, inafferrabile per altri, che tuttavia rappresenta la miccia che dà fuoco a quella voglia di partire e fa esplodere di conseguenza la frenesia (più o meno controllata) della preparazione del viaggio. Che dunque intraprendo anche in forza di quel piccolo input iniziale e poi, certamente, per tutto il resto di più grande, importante, interessante, stimolante… ma comunque non senza quel primo piccolo passo.

Ad esempio, per dire, sono andato in Finlandia anche per inseguire Arto Paasilinna, e sono andato nella Norvegia centrale (anche) per capire il black metal. Poi sono andato in Danimarca (anche) per il Bluetooth ma quello “vero”, e a Capo Nord (anche) per sentirmi in cima a una grande montagna ma “orizzontale”, e in Irlanda (anche) per poter poi andare con più consapevolezza in Ulster e in Estonia (anche) per stare tra russi e estoni e percepirne l’effetto. A Oslo ci sono andato (anche) per salire sull’Holmenkollen, a Londra (anche) per James Bond e a Berlino, invece, (anche) per capire tante cose dell’Europa contemporanea. E poi sono andato in tanti altri luoghi anche per altrettanti motivi diversi dai soliti, forse apparentemente un po’ strani, appunto, forse incomprensibili per molti ai quali li racconto, forse invece fondamentali più dei soliti che si ritengono tali, quando si viaggia in certi luoghi, prima che dal viaggio scaturisca tutto il resto e si generi la percezione del suo senso profondo. Un senso, d’altro canto, che è e sarà sempre incompleto, perché sempre ha bisogno e abbisognerà di qualche nuovo, curioso, strano, banale e fondamentale input.

“IL” monte

[Il Cervino visto dai dintorni di Torgnon. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Torgnon – Valle del Cervino“.]

Sul versante di Valtournenche, il Cervino non era solo identificato con tale oronimo o con quello vernacolare di Gran Becca, ma anche – seppur in forma indiretta – con il nome “Tor”, un termine di origine prelatina e di genere maschile che dunque non c’entrerebbe con l’origine dell’attuale termine “torre” (turris, sostantivo femminile) il quale spesso, nell’oronomastica, indica cime montuose particolarmente slanciate e affusolate. Tor indica genericamente “il monte”, così designato dai montanari in maniera del tutto utilitaristica al mero fine di distinguerlo dagli altri luoghi frequentati dacché di maggior utilità – un po’ come per Gran Becca, nel principio – ma l’abate Joseph-Marie Henry, uno degli ultimi preti-alpinisti-scienziati valdostani, in un articolo del 1938 scrive che

«Il Tor per eccellenza è il Cervino, quello che ha dato il nome a tutta la valle posta ai suoi piedi: Vallée du Tor, Vallis Tornina, Vallis Tornaca, Valtournenche. […] La prima attestazione della parola Tor compare in questa valle all’uscita dalle tenebre, dopo l’anno mille, e si tratta di Tornion.»

così pure rivelandoci la probabile origine del nome della valle, che in effetti fino alla metà del XX secolo veniva chiamata Valtorenche con un riferimento più diretto ed evidente al termine “tor” e alle sue derivazioni locali. D’altro canto bisogna ricordare che un tempo l’alta Valtournenche veniva raggiunta non dal fondovalle, ove corre l’itinerario stradale attuale, ma dal Col de Saint-Pantaléon/Colle di San Pantaleone, in destra idrografica, e appena superato il valico per scendere verso Torgnon il Cervino appariva improvvisamente di fronte ai viandanti dell’epoca in tutta la sua gigantesca maestosità, destando sicuramente una grande emozione e così giustificando la denominazione di Tor ovvero di “monte per eccellenza” per tutta quella parte di territorio valdostano.

(È un estratto dal testo dell’intervento che ho tenuto nell’estate 2020 a Valtournenche intitolato Valtournenche, Breuil, Cervinia, Cervino, Gran Becca: i nomi dei luoghi raccontano la loro storia, nell’ambito dell’edizione 2020 di Sentieri d’Autore ai piedi del Cervino, la rassegna organizzata a Breuil Cervinia-Valtournenche dall’Officina Culturale Alpes con il patrocinio del Comune di Valtournenche e del Consorzio Cervino Ski Paradise. Lo trovate anche raccontato in maniera completa dallo scrivente in questo video della serie “Cervino’s Tales” sul canale YouTube di Cervino Tourism Management.)