Paesaggi culturali trasformati in luna park: cosa c’è di così difficile da capire?

Posti che rispecchiano un senso di cura così intesa non sono luna park né depositi di un glorioso passato da sfruttare al massimo, ma vitali generatori di cultura, sedi di un patrimonio diffuso, in cui si vive una compresenza di passato e di presente, e anche un’aspettativa di futuro; luoghi da presentare con orgoglio nella convinzione che ogni angolo, “iconico” o meno, abbia dignità e significato, e valga la pena e il tempo di essere conosciuto. Questo è a maggior ragione importante se si pensa che l’Italia è un paese che nei piccoli centri vede la propria caratteristica e nel passato l’archivio di senso da cui trarre la capacità di avanzare confrontandosi con il mondo globale: una specificità da valorizzare.
Credo che guardare al di là dell’idea di turismo e riattivare una tale percezione del territorio potrebbe non solo stimolare un maggiore rispetto da parte di chi arriva, ma anche contribuire a un modello di ospitalità meno fragile, capace di attirare flussi meno concentrati nel tempo, più diffusi sul territorio e più gestibili, diversi – meno avvilenti – sotto il profilo delle aspettative, delle richieste e degli atteggiamenti.

[Tratto da La risposta al turismo di massa sta nei territori. Che non sono luna park, articolo di Gabi Scardi pubblicato su “Artribune” il 21 agosto 2023.]

Anche il mondo dell’arte contemporanea, che pure è basato per certa parte su un’idea commerciale del patrimonio collettivo di bellezza e di ciò che la rappresenta – arte appunto ma pure monumenti, luoghi, territori, paesaggi – e che qui è rappresentato da una delle sue figure più importanti – Scardi è scrittrice, docente e curatrice di grande esperienza e prestigioso curriculum – si rende ormai conto che il modello del “luna park” così spesso imposto a quelle rilevanze culturali che detengono valenze turistiche come le nostre montagne, è quanto più di deleterio e distruttivo vi sia. Non solo per i luoghi che ne vengono sottoposti ma per l’intera coscienza culturale collettiva, che viene indotta e abituata alla banalizzazione della cultura e al suo consumo per meri fini ludico-ricreativi, il che trasforma il turismo nel primo e più pericoloso strumento di degrado dei luoghi che frequenta e della loro cultura, come ormai da più parti si denuncia.

E nonostante tutto questo, ancora buona parte della politica, locale tanto quanto nazionale, non lo capisce, non lo vuole capire, pretende solo di perseguire i propri fini senza capacitarsi dei danni che ne derivano – oppure capacitandosene ma fregandosene bellamente, il che sarebbe eventualità ben peggiore e assai più esecrabile. Perché? Perché così poco buon senso, così scarsa competenza e visione? Perché così tanta prepotenza e ignoranza nei confronti dei territori e del nostro comune patrimonio di bellezza?

Marc Augé

[Immagine tratta da www.ambito.com.]

Il viaggio a Disneyland risulta allora essere turismo al quadrato, la quintessenza del turismo: quel che veniamo a visitare non esiste.

[Da Disneyland e altri nonluoghi, Bollati Boringhieri, Torino, 1999, pagg.24-25.]

Apprendo con tristezza della morte di Marc Augé, il grande antropologo, etnologo e filosofo francese che negli anni Novanta del secolo scorso elaborò il concetto di nonluogo, tra quelli fondamentali – al pari, per dirne un altro, della definizione di società liquida di Bauman e d’altro canto a questa in qualche modo conseguente – per la comprensione del mondo contemporaneo e del nostro modus vivendi in esso.

Tante volte ho citato Augé e mi ci sono ispirato, personalmente, nello scrivere di cose di montagna e soprattutto per come sia diventato drammaticamente facile, “grazie” soprattutto a certa turistificazione selvaggia e alle sue varie infrastrutture, trovare nonluoghi anche sui monti, i quali invece sarebbero “luoghi” nel senso umanisticamente più alto e compiuto del termine. Una realtà paradossale che tuttavia la società civile (e solo in parte) ha cominciato a comprendere troppo tardi, forse proprio perché l’identità culturale diffusa si è fatta talmente liquida – Bauman docet, appunto – da divenire inconsistente, così liquefacendo inesorabilmente le basi necessarie alla comprensione di certi fenomeni tanto degradanti anche in spazi, pur antropizzati, la cui natura non potrebbe ammettere incurie del genere.

D’altro canto, a leggere la citazione di Augé che vi propongo in testa al post, non posso non denotare che riguardo quelle turistificazioni massificate degradanti imposte alle montagne spesso si parla proprio di “disneylandizzazione” dei territori montani – altre volte di “lunaparkizzazione” o di “divertimentifici”, il significato è lo stesso. Così anche sulle montagne, luoghi identitari per eccellenza, proliferano infrastrutture meramente ludico-ricreative nelle quali e per la cui fruizione la montagna non esiste, è solo uno sfondo pittoresco che fa più belle le immagini da postare sul web trasformato in stereotipo turistico al servizio del marketing e del commercio conseguente: la quintessenza surmoderna del turismo montano, in pratica, quanto di più pericoloso per le montagne e per i loro abitanti.

Inutile rimarcare che mancherà, un pensatore così illuminante come Augé. Molto.

Di amministratori giostrai e di turisti arlecchini, in montagna

Agli occhi delle amministrazioni alpine, il turista è afflitto da una sostanziale cecità che gli impedisce di emozionarsi osservando, di sentirsi appagato grazie alla contemplazione. Il turista, animale da parco giochi, rifiuta qualsiasi iniziativa esterna alle traiettorie ludiche. Al turista non interessano le specificità culturali, se non quando le trova sul piatto, nelle tovaglie a quadretti biancorossi e nei rivestimenti degli edifici che devono essere rigorosamente in legno. Così gli si offre una cultura costruita a tavolino e mondata di tutte le impurità che potrebbero ferire la sua indole schizzinosa.
Il turista ha il portafogli gonfio, ma il cervello sottile. È un serbatoio di banconote da sfruttare fino all’ultima goccia; fino all’ultimo centesimo. Attorno a questa convinzione le aree di maggior richiamo si stanno rapidamente trasformando, spesso in modo irrimediabile.
Popolo dei turisti ribellati, strappati di dosso l’abito arlecchinesco di cui, per anni, hai fatto sfoggio. Non sono necessarie azioni eclatanti, non serve alzare la voce: è tuttavia importante ricalibrare i propri comportamenti, prendendo le distanze da quelle iniziative che sciupano l’ambiente e chi lo abita.
Popolo degli amministratori svegliati, perché l’insensibilità non è mai stata il denominatore comune dei turisti e se continui così i flussi migreranno in quelle valli che hanno saputo pianificare l’offerta senza prostituirsi.

Questi sono alcuni brani di un ottimo (al solito) post di Pietro Lacasella pubblicato l’8 luglio scorso su “Alto-Rilievo/Voci di montagna” e intitolato Popolo dei turisti: ribellati!, con i cui contenuti mi trovo assolutamente d’accordo: vi invito a leggerlo nella sua interezza (e meditarlo) cliccando qui.

Alle preziose considerazioni di Pietro vi affianco una mia riflessione, inevitabilmente amara. Anch’io propugno con forza la ribellione del popolo dei turisti dall’immagine macchiettistica e grottesca funzionale ai tornaconti di quegli amministratori che, per malizia o per incompetenza, perseguono “strategie” turistiche massificanti e degradanti: è una ribellione che peraltro vedo già in corso, perché sono sempre di più i frequentatori delle località turistiche, di montagna in primis, i quali si rendono conto che in quelle strategie turistiche e nelle Disneyland alpine a cui mirano, c’è qualcosa (o c’è tanto) che non quadra, che non va bene, quando già non scelgono consapevolmente di evitare certe località-luna park ove l’esperienza della frequentazione del paesaggio di montagna viene terribilmente svilita.

Molto meno credo nella possibile “sveglia” degli amministratori pubblici, invece: salvo pochi casi, mi sembra evidente che tanti di essi si ritrovano ad avere tra le mani le redini gestionali dei loro territori proprio in quanto essi stessi primi “orgogliosi” rappresentanti – mi verrebbe da dire primi “prodotti” – dell’incultura politica dalla quale scaturiscono le suddette strategie così degradanti e della miopia che non fa vedere loro come la realtà stia invece cambiando, per l’appunto, come le persone siano sempre meno interessate, meno attratte da certe fruizioni turistiche obiettivamente vacue, futili, stupide, alle quali invece gli amministratori in questione le vorrebbero costringere, cercando invece una relazione meno mediata e più autentica con la Natura e il paesaggio, anche in un contesto ricreativo e vacanziero.

Poi, certo, resta comunque una parte di massa turistica che invece l’abito arlecchinesco citato da Pietro Lacasella lo indossa orgogliosamente, purtroppo (anche se non sa nemmeno il perché):

Come notate qui sopra ne denuncia la sussistenza, di questi turisti mal-educati alla montagna (sarcasticamente definiti da qualcuno merenderos), la Valle Maira, territorio turistico ma non turistificato che dichiara apertamente, anche così, di puntare a una diversa frequentazione della valle, a un visitatore che sappia dove si trova, che conservi la curiosità di conoscere cosa ha intorno e capisca il valore autentico dei luoghi montani che sta visitando.

Nei confronti dei primi, invece, sinceramente non so nemmeno se convenga perdere troppo tempo e consumare altrettanto impegno per riabilitarli a una più consapevole frequentazione dei luoghi montani: ho seri dubbi che mai lo capiranno cosa sia veramente, la montagna. Coloro i quali non manifestino una determinata volontà di andare oltre la mera fruizione turistica arlecchinesca o disneylandesca, è bene che in un modo o nell’altro siano allontanati definitivamente, dai monti. Tanto troveranno di che ugualmente sollazzarsi in qualsiasi bel centro commerciale, outlet village o altro simile non luogo, ne sono certo.

Contro l’«effetto WOW» del turismo in montagna

[Turismo “WOW!” (?) a Braies e a Misurina. Immagini tratte da qui.]
Devo ringraziare molto gli amici Dante Schiavon, membro del Gruppo di Intervento Giuridico (GRiG) e dell’associazione “SEQUS / Sostenibilità Equità Solidarietà”, da anni impegnato nelle questioni legate al consumo di suolo nel suo Veneto e non solo, e Luca Pianesi, direttore de “Il Dolomiti”, uno degli organi di informazione più attenti alla realtà delle montagne italiane, per come stiano contribuendo a tenere alta l’attenzione su certe fenomenologie di natura pseudo-turistica che si registrano di frequente e che si manifestano come espressioni di una certa forma mentis politica la quale appare sempre più alienata e perniciosa rispetto alle realtà territoriali amministrate, in tema di turismo macroscopicamente (ma non soltanto in questo ambito).

Dante Schiavon, nell’articolo L’effetto “WOW” del turismo industriale pubblicato sabato 8 luglio scorso su “Il Diario Online”, cita le mie considerazioni sulla questione del ponte tibetano che si vorrebbe realizzare a Vezza d’Oglio, in Alta Valle Camonica, che a fronte del rappresentare l’ennesima giostra turistica che riduce il territorio alpino ad un mero divertimentificio per turisti ai quali nulla viene riportato della cultura del luogo – anzi, vengono resi protagonisti della sua banalizzazione – è presentato dagli amministratori locali come «un’opera necessaria per creare un effetto WOW che oggi manca al paese». Dichiarazione assolutamente emblematica di quella forma mentis a cui facevo cenno poco fa, dalla quale Schiavon prende spunto per raccontare alcune realtà venete ad essa afferenti e formulare considerazioni al riguardo molto interessanti.

Lo stesso 8 luglio su “Il Dolomiti” il direttore Luca Pianesi in Dalle panchine giganti ai ponti tibetani passando per i mega eventi in quota (come le Olimpiadi): se si insegue l’effetto ”wow” e si trasforma la natura in fattore produttivo riprende l’articolo di Schiavon agganciandone le osservazioni alle mie formulate riguardo la questione del ponte camuno, contestualizzandole in maniera ancora più articolata alla realtà alpina contemporanea e in questo modo denotando l’invasività di certi modelli politico-amministrativi lungo tutta la cerchia alpina italiana – nonché lungo la dorsale appenninica – che utilizzando un concetto di “turismo” obsoleto, degradante, insostenibile, fuori contesto rispetto ai luoghi ai quali viene imposto attraverso formule di marketing che parrebbero già stupide se rivolte a un bambino di prima elementare, generano un sistema di potere economico, con ovvie ricadute elettorali, privo di reali benefici per le comunità residenti e che di contro rischia di distruggere alcuni degli angoli più belli e preziosi della montagna italiana.

Ecco: mantenere alta l’attenzione e articolato il dibattito su questi temi e sulle situazioni conseguenti, nonché la denuncia ferma e articolata nei casi in cui ve ne sia il bisogno, è quanto mai importante. Ciò perché quei politici che attentano in modo tanto sconcertante all’integrità, la cultura, l’identità e la bellezza delle montagne rappresentano una parte sempre più minoritaria – ma purtroppo ancora dotata delle redini del potere amministrativo locale – della realtà delle nostre montagne, anche dal punto di vista turistico: a fronte di un turismo massificato e “ignorante”, ingente ma in costante diminuzione, c’è una parte sempre più ampia di turisti e di frequentatori delle montagne in genere i quali sanno prendere sempre più coscienza delle cose che non vanno, di ciò che è deleterio per le montagne e l’ambiente, di quanto siano da evitare modelli turistici che si vorrebbero ancora imporre nonostante siano palesemente fallimentari. Per tutto questo dibattere con costanza e con intelligenza e consapevolezza su questi temi è importante: perché rappresenta un minimo ma fondamentale atto di scrittura del futuro delle nostre montagne, un futuro diverso da quello preteso da alcuni e ben migliore per le comunità residenti.

Ovviamente potete leggere i due articoli cliccando sulle rispettive immagini.

Vezza d’Oglio e il ponte tibetano: un referendum dove chi ha vinto ha perso

Nel referendum sul ponte tibetano della Val Grande, a Vezza d’Oglio, non è stato raggiunto il quorum: dei 1.577 aventi diritto sono andati a votare in 530, quando per la maggioranza del 50+1% ne servivano 789. Ma è stato un referendum falsato in partenza, a ben vedere: leggo infatti che nel computo dei votanti risultano iscritti anche 300 residenti all’estero, che ovviamente è facile pensare che non si siano mossi solo per partecipare al voto, peraltro in una domenica già vacanziera per molti. Però, dei 530 votanti, ben 496 hanno detto “NO” al ponte. Una risposta insufficiente nei numeri ma assai chiara nel messaggio, considerando poi che è quantitativamente ben maggiore rispetto al numero dei votanti (380) che nelle elezioni comunali del 2019 hanno sostenuto la lista contraria a quella del sindaco in carica, il primo e più acerrimo sostenitore del ponte tibetano («Un’opera necessaria per creare un effetto Wow, che oggi manca al paese», è bene ricordare le sue sconcertanti parole): dunque tra i “no” vi potrebbero ben essere anche numerosi voti di chi stia dalla parte del sindaco ma non sia d’accordo con il suo progetto.

Quella per il ponte tibetano è dunque una “vittoria” meramente burocratica. Lo si farà comunque? Può essere, ma poteva anche essere se avessero vinto ufficialmente i contrari, visto che era ed è nelle facoltà del sindaco. Sulle cui spalle resta dunque tutto il peso della responsabilità di realizzare un’ennesima giostra alpestre per turisti svagati con contorno di megaparcheggi, cemento, asfalto e quant’altro. Ovvero di manifestare platealmente tutto il suo disinteresse verso la bellezza del proprio territorio e la sua valorizzazione autentica, realmente proficua e strutturata in una visione progettuale di sviluppo futuro in grado di sostenere al meglio la comunità residente e al contempo di salvaguardare la bellezza del luogo e l’identità culturale che lo rende unico, e che invece l’ennesimo ponte tibetano rischia di trasformare in un altro non luogo alpino ad uso e consumo turistico – alla faccia dei suoi abitanti.

[La Val Grande con l’omonima malga. Immagine tratta da sentiericamuni.wordpress.com.]
Nota dolentissima finale: leggo pure che l’orrendo ponte, che costerà 2 milioni di Euro (soldi che evidentemente non servono per altre cose, a Vezza), sarà finanziato per 500mila Euro dal comune e per 1,5 milioni di Euro dal Parco Nazionale dello Stelvio. Proprio così: l’ente che dovrebbe tutelare il paesaggio e l’ambiente naturale del proprio territorio, paga per sfregiarlo e degradarlo. L’ennesima vergogna per un “parco nazionale” che è ormai da tempo solo una grottesca parodia di se stesso.