La battaglia di chi scrive è una battaglia (persa) con se stesso (Paolo Nori dixit)

Ieri, alla ventesima scuola elementare di scrittura emiliana, mi è venuto da dire che la battaglia di chi scrive è una battaglia con se stesso: non con gli editori, non con i critici, non con i librai, non con i distributori, non con i lettori, con se stesso.
E è una battaglia che spesso quello che scrive la perde. E è una cosa stupefacente. Ci sei solo te, e perdi.

(Paolo Nori, preso da qui.)

Forse – credo, temo – ha ragione, Nori. E forse – temo, anzi speroè un bene che sia così. Una vittoria, ovvero credersi “vincitori” su sé stessi, in letteratura potrebbe essere una gran tragedia. Tutt’al più si può sperare in un pareggio, ma con la certezza che anche in tal caso la “sconfitta” è sempre dietro l’angolo, ben più di qualsiasi vittoria.

Tornare alle “parole selvatiche” – con Davide Sapienza, “Gottardo Archi” ed altri, il 05/12 a Sarezzo

Ho avuto modo di conoscere a fondo La vera storia di Gottardo Archi – anzi, ho avuta la fortuna di entrarvi dentro, grazie alla guida di chi l’ha raccontata con la maestria narrativa unica che lo contraddistingue: Davide Sapienza. Tuttavia, pur godendo di tale fortuna, avrei corso il rischio di vagarci senza capirne pienamente la geografia letteraria entro cui è narrata, se non fosse che Davide mi ha saputo fornire lo strumento migliore in assoluto per evitare quel rischio: la formidabile mappa geopoetica dei suoi testi, dei suoi libri, delle narrazioni e delle rivelazioni – o, potrei meglio dire, delle illuminazioni – che attraverso le pagine scritte ha regalato a chiunque l’abbia letto e ascoltato. Un corpus di vie, di strade e di sentieri, di cammini e di conoscenze unico – lo ribadisco – tanto quanto inimitabile e profondamente espressivo proprio perché altrettanto profondamente letterario. E selvatico, certamente, perché per nulla addomesticato dai tanti, troppi conformismi dai quali nel pensiero e nella scrittura molti si fanno condizionare; “selvatico” ovvero naturale, puro, genuino, fuori dal tempo dacché vivo e vibrante nell’Ultratempo, lontano dai più ordinari materialismi e vicino al senso essenziale ed assoluto delle cose e della vita.

Per questo La Parola Selvatica che Davide “racconterà” a suo modo (e multimedialmente, insieme a Franco Ghigini e Gabriele Mitelli) martedì 5 dicembre prossimo a Sarezzo, nell’ambito dell’interessante festival Alture, è un evento al quale, vi assicuro, dovete far di tutto per non mancare. Proprio per i motivi che vi ho appena scritto lì sopra (oltre che per quanto leggete nella presentazione dell’evento, nell’immagine in testa al post): per poter usufruire pure voi di quegli strumenti indispensabili all’esplorazione più completa e approfondita possibile dello spazio e del tempo che abbiamo intorno.

Per di più (forse) avrete pure l’occasione di incontrare Gottardo Archi! Non si può chiedere di più, insomma!

Anzi no, una cosa la si deve chiedere: che la collaborazione tra Davide e Gabriele Mitelli, tra i migliori giovani musicisti jazz italiani, diventi costante, intensa e di frequente manifestazione pubblica!

Cliccate qui per visitare il sito web di Alture Festival e saperne di più.

Summer Rewind #4 – Ah, sì, il celebre scrittore di… boh! Ovvero: se gli autori sono noti al grande pubblico ma i loro libri no…

(Una selezione “agostana”, dunque random ma non troppo, di alcuni dei più apprezzati articoli apparsi in passato dal blog. Questo, pubblicato in origine il 19 luglio 2013.)

book_money_imageDa tempo, ovvero da quanto ho preso a bazzicare come parte attiva il mondo editoriale e letterario, rifletto su quella che mi è sempre parsa una stortura bella e buona di tale mondo: la notorietà popolare di un titolo edito e dello scrittore che ne è autore, e dunque il rapporto che intercorre tra questi due “valori”. Spiego meglio la questione: ho sempre pensato che sia un libro – la sua qualità, le sue doti letterarie, la sua notorietà, appunto – a dover conferire pari virtù al suo autore, e non viceversa; cioè, per esprimere lo stesso concetto con altre parole, che la conoscenza pubblica di uno scrittore debba necessariamente passare dalla conoscenza diffusa dei suoi libri: io conosco (ovvero riconosco come “affermato”) e apprezzo quel tal scrittore perché conosco e apprezzo uno o più libri che egli ha scritto. La stortura suddetta, invece, la rilevo quando avviene il contrario – come mi pare accade sempre più spesso, oggi: il pubblico sa citare nome e cognome di tantissimi scrittori affermati, ma non saprebbe citare nessuno dei titoli dei libri che hanno scritto. Come se la bontà di un’opera di letteratura perdesse tutta la propria valenza espressamente letteraria e abbandonasse l’elemento che ne dovrebbe essere fonte – il libro, appunto – per trasferirsi tutta sul suo autore e assumere una valenza del tutto superficiale e tipicamente di natura mediatica. In soldoni: scommetto che il grande pubblico sa perfettamente chi siano Camilleri, Ammaniti o Baricco – tre nomi contemporanei scelti a caso e secondo me apprezzabili, ma la casistica potrebbe essere infinita e pure atemporale – tuttavia quanti (dei non lettori-fan, ovviamente) saprebbero citare almeno un titolo di qualche loro libro? Ecco, io ho invece sempre pensato che, per quanto riguarda il riscontro popolare del lavoro di uno scrittore, dovrebbero essere ben più conosciuti e famosi i titoli dei suoi libri piuttosto che il nome/cognome dell’autore – se non, appunto, quando riconosciuto come tale per fama acquisita dal valore di quanto scritto: On the Road, un celebre libro di Jack Kerouac (dunque a sua volta celebre per induzione) insomma, piuttosto che “ah sì, Jack Kerouac, il celebre autore di quel famoso libro che parla di… di… Boh!” (Sperando poi che almeno si sappia che Kerouac fosse uno scrittore e scrisse quel famoso libro, e non lo si creda un ex giocatore di basket o un attore di film western degli anni ’50…)
Certamente su questa realtà pesa molto l’influenza dei media, come già accennato, e la loro superficializzazione d’ogni cosa, oggetto o persona, spesso legata ad una spettacolarizzazione forzata e artificiosa a meri fini di audience. In TV, soprattutto, quando si parla (le rarissime volte che avviene e in orari “umani”, voglio dire…) di libri in verità si parla dei loro autori, e se l’autore non è televisivamente vendibile, ovvero non offre qualcosa con cui costruirne un “personaggio”, difficilmente troverà spazio, e i suoi libri tanto peggio. In un modo o nell’altro, il valore letterario proprio di un’opera scritta ed edita viene messo da parte, ignorato o represso: mica si può mettere in piedi un talk show televisivo ospitando dei libri, non vi pare?!? Ma nel principio lo stesso discorso lo si può tranquillamente sostenere per qualsiasi media nazional-popolare, sia chiaro, televisivo, cartaceo, on line o che altro, e il pericolo è che si inneschi un meccanismo di pseudo-conoscenza iper-superficiale in base al quale la cognizione diffusa del panorama letterario si fermi ai soli nomi di chi ne fa parte e non vada oltre, a ciò che veramente e inevitabilmente lo crea e compone – i libri, certo. Sarebbe come ritenersi conoscitori della storia delle missioni spaziali solo perché si conosce il nome degli astronauti più famosi – quelli degli allunaggi durante le missioni Apollo, ad esempio!
Attenzione: non sto dicendo che in ciò sia insito un sorta di tremendo e infamante peccato originale, o che questa sia una cosa deprecabile e debellabile. In verità la mia è una riflessione piuttosto banale e all’apparenza scontata, in fondo, eppure capace di rivelare in un modo alternativo la notevole superficialità della quale è fatta oggetto la “buona” letteratura dal grande pubblico – che invece non ha problemi a ricordarsi i titoli di certi libri-spazzatura da milioni di copie, imposti con battage pubblicitari da lavaggio del cervello per meri fini commerciali, giammai cultural-letterari! In questo casi gli autori non contano nulla, fors’anche perché definirli “autori” è termine esagerato se non fuori luogo…
Fatto sta che proprio di recente un caso editoriale del quale la stampa ha dato notizia pare confermare il cop_libro-rowlingsenso delle suddette mie riflessioni: J.K.Rowling, la celeberrima (e miliardaria) autrice della saga di Harry Potter, ha pubblicato un libro – un giallo, per la precisione – intitolato The cuckoo’s calling con lo pseudonimo di Robert Galbraith. Risultato – a quanto riportano le cronache: 1.500 copie vendute. Roba che a momenti un esordiente vende di più. Poi, salta fuori che quel tal Robert Galbraith è in realtà la Rowling, appunto. Risultato: vendite decuplicate. E ciò a prescindere dalla bontà letteraria dell’opera in questione, come vi apparirà chiaro. Fatemelo dire fuori dai denti: scrivesse merda, la potrebbe vendere e alla grande per il solo suo nome – e, ribadisco, quello della Rowling è solo l’esempio più fresco che ho avuto a disposizione e per questo ho citato: non ho assolutamente nulla contro di lei, anzi, giù il cappello al successo che ha ottenuto col suo celebre maghetto occhialuto! Ma, insomma, capirete bene che, in tali questioni, il libro non conta praticamente nulla: diviene come uno di quei capi alla moda orribili e dal valore estetico pari a zero eppure agognato da tanti solo perché firmato da questo o da quell’altro celebre stilista…
Lo ammetto ancora: la riflessione in sé è probabilmente banale, eppure non riesco a non ricavarne quella vivida sensazione di stortura, di qualcosa che va nel verso sbagliato, di un’evidenza – l’ennesima – tipica del panorama editoriale e letterario che tuttavia con i libri e la letteratura mi pare centri assai poco.

Se questo è un editore…

E io, che sono il solito ingenuotto, quando vedo ‘ste cose penso sempre che sia un fake, dacché così di primo acchito mi sembra fin troppo grossa che una delle più “prestigiose” case editrici italiane metta sugli scaffali libri fondamentali, in senso letterario tanto quanto in senso storico-culturale, che se ne compri almeno due ricevi in regalo un telo mare.

Un telo mare, già.

Invece no, tutto vero. L’Einaudi targata Mondazzoli lo ha fatto, conseguendo così un nuovo e “prestigioso” (aggettivo con la stessa accezione del precedente, ovvio) record nell’affollata competizione a chi raschia di più e “meglio” il fondo del barile dell’editoria nostrana. Anche se – ci tiene a precisarlo, l’Einaudi – è “Un telo mare, del valore di 18 euro”: cioè, ha più valore di un singolo libro, eh! Mica roba da poco!

Beh, vista la stagione e le imminenti vacanze, non ci si può che “rallegrare”: ormai è chiaro che dalle nostre parti “Con la cultura non si mangia” (cit.), ma almeno si può prendere la tintarella. Attività che, a quanto rivelano le statistiche sullo stato della lettura nel nostro paese, è ben più gradita da tanti rispetto alla lettura di un capolavoro della letteratura.

P.S.: ma poi voi credete che “promozioni” del genere contribuiscano a vendere più libri e a creare più lettori? Io no. Anzi, credo che ottengano l’effetto opposto.

Non si finisce mai di imparare – dai buoni libri!

Anche se potremo diventare talmente vecchi da pensare di avere visto tutto, del mondo, ovvero di non avere più nessuno intorno che ci possa dire qualcosa di utile alla vita, i libri ci potranno sempre insegnare qualcosa di buono. Perché una delle verità di cui si può essere assolutamente certi, per tutta la vita, è che non si finisce mai di imparare. Dai buoni libri soprattutto, quelli sempre utili, quelli che non invecchieranno mai.
D’altro canto, se è vero che non basta una vita intera per leggere le migliori opere letterarie edite, è vero pure che abbiamo (e dobbiamo avere) a disposizione tutta la vita per leggerne il più possibile!

(La foto dell’articolo è tratta da qui.)